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Intenzionalità, Ripetizione, Squilibrio di potere: tre criteri che caratterizzano il Bullismo

Le definizioni di bullismo descritte nell’articolo precedente pongono l’accento su caratteristiche significative e peculiari, che permettono di distinguere il fenomeno del bullismo da altri fenomeni di diversa natura, come comportamenti non aggressivi (giochi quasi aggressivi, ritualizzati con reciprocità di ruoli, lotte per gioco) o da vere e proprie attività criminali ed antisociali (attacchi con armi, abusi sessuali, minacce gravi.

Il bullismo ha una natura multidimensionale, indica infatti lo squilibrio di potere presente nel rapporto tra colui che pone in atto la prevaricazione, e colui che la subisce, nel bullismo deve perciò esistere un’asimmetria nella relazione, poiché se due studenti con simile forza fisica o psicologica litigano o discutono, non si ha bullismo. Perché si possa parlare di bullismo è necessario che ci si riferisca ad una violenza fisica, verbale o psicologica, ripetuta o protratta nel tempo, in cui vi è uno squilibrio tra prevaricatore e vittima (Petrone e Troiano, 2008).

I tre criteri che caratterizzano questo fenomeno sono quindi:

  1. intenzionalità;
  2. ripetizione;
  3. squilibrio di potere.

Il primo di questi criteri fa riferimento all’intenzionalità, cioè la messa in atto di comportamenti fisici, verbali o psicologici con lo scopo di offendere l’altro e di arrecargli danno o disagio.

I bulli, sono raffigurati come ragazzi per lo più maschi, più forti fisicamente o psicologicamente rispetto ai compagni. Presentano inoltre un’elevata autostima e un atteggiamento favorevole verso la violenza (Menesini, 2000); utilizzano comportamenti aggressivi in maniera intenzionale per ottenere ciò che desiderano, assumendo poi per giustificarsi atteggiamenti di indifferenza e scarsa sensibilità morale nei confronti della vittima (Menesini et al., 1999). Il bullismo si esplica quindi in una modalità proattiva, ovvero senza provocazione da parte del partner ed è rivolta a perseguire il fine dell’aggressore (Coie et al.,1991). Gli stessi autori hanno ulteriormente suddiviso l’aggressività proattiva in due sottoclassi: l’aggressività strumentale, finalizzata al possesso di un oggetto; ed il bullismo, in cui l’aggressività intenzionalmente manifestata, trova la sua motivazione nell’affermazione di dominanza interpersonale che conseguentemente prevede l’offendere e l’arrecare danno nei confronti degli altri. Anche altri autori come Sharps e Smith (1994) hanno messo in luce varie forme di bullismo a seconda del tipo e dell’intensità del comportamento aggressivo: fisico, caratterizzato da botte, spinte o prepotenze di tipo fisico; verbale, rappresentato da ingiurie, ricatti, intimidazioni, vessazioni, insulti; e indiretto, come la manipolazione sociale, ovvero l’uso di altri soggetti come mezzi per attaccare la vittima, i pettegolezzi fastidiosi e offensivi e l’esclusione sistematica della persona dalla vita di gruppo. L’uso di queste diverse modalità di attacco si differenzia non solo in base al singolo soggetto o al genere, ma anche in base all’età infatti al crescere dell’età diminuiscono le modalità fisiche e aumentano quelle verbali e indirette (Menesini, 2000).

Il secondo criterio riguarda la persistenza, infatti sebbene anche un singolo episodio possa essere considerato una forma di bullismo, l’interazione bullo-vittima è caratterizzata dalla ripetitività di comportamenti di prepotenza protratti nel tempo (Olweus, 1999; Menesini, 2000). Questo bisogno da parte del bullo di dominare ed aggredire la vittima, fa si che questi comportamenti possano protrarsi nel tempo, e quindi una vittima subisca atti di bullismo per più tempo e più volte; inoltre alcuni studi hanno enfatizzato la natura di gruppo del fenomeno e gli effetti del rinforzo reciproco tra partecipanti. Gli studi di Craig e Pepler (1997) hanno osservato come l’85.0% degli episodi di bullismo avviene in presenza dei coetanei, i quali possono assumere ruoli diversi all’interno del gruppo, ponendosi dalla parte del bullo, intervenendo a sostegno della vittima o rimanendo semplici osservatori. La dominanza del bullo e la ripetitività delle sue azioni sembrano perciò essere rafforzate dall’attenzione e dal supporto dei sostenitori, dall’allineamento degli aiutanti, dalla condiscendenza di coloro che hanno paura e dalla mancanza di opposizione della maggioranza silenziosa (Menesini, 2003) ed in più molte vittime, invece di reagire, tendono ad accettare la propria sorte negando il problema, cercando di annullare la propria sofferenza emotiva (Berdondini e Dondi, 1999) o mettendo in atto comportamenti di auto colpevolizzazione.

Questi dati, riferiti sia al comportamento dei bulli, ma anche delle vittime, necessitano di una riflessione sulle possibili conseguenze a breve e lungo termine; infatti i ragazzi che compiono prepotenze manifestano maggiori problemi scolastici (Nansel et al. 2001) e incorrono in comportamenti devianti e antisociali in età adulta (Menesini, 2003). Le vittime di bullismo manifestano significative difficoltà di relazione con i compagni di classe, ed anche di performance scolastiche (Holt et al., 2007), con possibili problemi a lungo termine di ansia ed insicurezza (Olweus, 1993).

In terzo luogo, tale interazione è asimmetrica, fondata sullo squilibrio e sulla disuguaglianza di forza e potere tra bullo che agisce e la vittima che non è in grado di difendersi (Olweus, 1999; Menesini, 2000). Infatti, sebbene il fenomeno del bullismo si manifesti nelle relazioni tra pari, ovvero tra coetanei, vi è un sostanziale squilibrio di forza e potere tra il bullo e la vittima, che spesso, proprio per questa ragione non è in grado di difendersi. Anche per questo motivo, si registra un maggior coinvolgimento dei maschi nel ruolo di bullo a tutti i livelli di età (Olweus, 1993; Whitney e Smith, 1993; Genta et al., 1996; Smith et al., 1999). Questo dato non deve però indurre nel ritenere che le femmine non siano coinvolte in fenomeni di bullismo, o che possano essere coinvolte solo nel ruolo di vittime; difatti come già accennato, il comportamento di attacco può essere perpetrato con due principali modalità, fisiche o verbali di tipo diretto (botte, calci, pugni, offese e minacce) o con modalità di tipo psicologico e indiretto (esclusione o diffamazione) (Olweus, 1999; Menesini, 2000). Sin dai primi studi condotti da Olweus (1983) emerge come le femmine presentino maggiormente forme di bullismo, di tipo indiretto rispetto a quelle di bullismo diretto, specialmente fisico, nel quale invece, sono più frequentemente coinvolti i maschi. Anche Björkqvist (1994) in uno studio successivo afferma come le prepotenze di tipo diretto, verbale e fisico, si manifestano con più frequenza nei maschi mentre quelle indirette caratterizzano spesso le relazioni tra femmine.

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Bullismo: Definizione

Johnny: ‹ Johnny un ragazzo tranquillo di tredici anni, era diventato una specie di “gioco umano” per alcuni dei suoi compagni di classe. Questi lo tormentavano, gli rubavano i soldi, lo costringevano ad ingoiare erbacce e a bere latte misto a detersivo, lo picchiavano nel bagno, gli legavano delle stringhe intorno al collo e lo portavano in giro come un cagnolino. Quando i torturatori di Johnny vennero interrogati sulle loro prepotenze, affermarono che perseguitavano la vittima perché la cosa, dissero testualmente, “era divertente” ›.

Le ricerche sullo sviluppo umano si interessano ormai da tempo, allo studio delle relazioni tra pari e al tema dell’aggressività fra questi. Gli studi in campo scientifico hanno sottolineato l’importanza per bambini e adolescenti del legame amicale durante l’arco della vita, prendendo atto dell’importanza che può avere l’essere accettati o rifiutati dai propri compagni di classe. Allo stesso modo gli studi portati avanti sull’aggressività hanno riscontrato un apparente impulso all’attacco fra coetanei, arrivando anche a descriverne cause, forme e conseguenze a seconda dell’età, del genere e del contesto.

Le ricerche sul bullismo hanno beneficiato dei risultati provenienti da entrambe queste aree, ma per molto tempo il bullismo non ha ricevuto un’adeguata attenzione scientifica tale da poterne permettere un’ approfondita conoscenza (Berger, 2006).
Storicamente, infatti il bullismo non era considerato un problema che necessitava di attenzione, in quanto accettato e riconosciuto come una manifestazione normale e fondamentale del periodo di sviluppo infantile e adolescenziale (Limber e Small, 2003). Negli ultimi tre decenni, tuttavia, quest’ idea è cambiata e attualmente il fenomeno del bullismo è visto e trattato come un serio problema che giustifica l’attenzione a cui è sottoposto.

In particolare la nascita di interesse da parte degli studiosi verso questo fenomeno ha inizio nel 1982 quando due studenti norvegesi si suicidano, non essendo più in grado di sopportare le ripetute offese inflitte da alcuni loro compagni. Per commissione del governo norvegese Dan Olweus, allora professore di Psicologia all’Università di Bergen in Norvegia, iniziò a studiare questo fenomeno scoprendo come un notevole numero di studenti norvegesi, circa il 15.0% , fosse coinvolto in atti di bullismo (Olweus, 1993).

Il termine “bullismo” deriva dalla traduzione letterale della parola inglese “bullying” e viene usato per connotare il fenomeno delle prepotenze tra pari in un contesto di gruppo. Tradurre in italiano il termine “bullying” ha comportato delle difficoltà, poiché il termine inglese “to bully” significa proprio usare prepotenza. In italiano non traduca esattamente questo concetto, pertanto si è dovuto coniare un nuovo termine per indicare questo fenomeno, appunto “bullismo” (Civita 2006). La parola usata nei paesi del Nord Europa (Norvegia, Danimarca, Svezia, Finlandia) per riferirsi al bullismo è “mobbing” o “mobbining”, parola che nel 1973 viene usata per la prima volta da Heinemann per identificare il fenomeno, la radice della parola originale inglese “mob” si riferisce ad un gruppo di persone, implicato in azioni moleste, ed è usato anche per indicare una persona che critica, molesta, o picchia un’altra (Heinemann, 1972). E’ possibile quindi includere nel concetto di “mobbing” o bullismo sia le situazioni in cui il singolo individuo molesta un altro, sia quelle in cui ad essere responsabile della molestia è un gruppo (Olweus,1993).

In queste prime definizioni l’enfasi viene posta particolarmente sulle modalità fisiche e verbali, solo successivamente si è riconosciuta l’importanza delle modalità di prevaricazione indirette e psicologicheesiste .

Un primo riconoscimento di questi aspetti si può rintracciare nella definizione di Olweus (1978) secondo cui: ‹ Il bullo è un individuo, per lo più maschio, che spesso opprime e molesta i compagni, i bersagli di queste azioni possono essere ragazzi e ragazze, l’attacco può essere sia fisico che mentale ›. Le definizioni che si sono succedute poi negli anni hanno aggiunto ulteriori particolari, ad esempio Björkqvist e collaboratori (1982) hanno enfatizzato la disparità di potere e la natura sociale del bullismo; Besag (1989) ha sottolineato la sistematicità e la durata nel tempo dell’azione aggressiva ed inoltre anche l’intenzionalità nel causare il danno alla vittima.

Il bullismo può essere perpetrato da un singolo individuo, il bullo, o da un gruppo. A sua volta il bersaglio del bullismo può essere un singolo individuo, la vittima, o un gruppo; in ambito scolastico è comunque, in genere, uno studente. Vi è poi un’altra parte di studenti, né bulli né vittime, che possono essere implicati in modo diverso, ovvero come spettatori, testimoni degli atti di bullismo, ma non direttamente coinvolti e che solitamente non interferiscono nelle azioni di bullismo anche per paura di diventare possibili vittime (Campbell, 2005).
La scuola sembra essere il luogo in cui vengono perpetrate maggiormente le prepotenze; dai primi lavori di Olweus (1983), condotti su oltre 130.000 ragazzi norvegesi tra gli 8 e i 16 anni, l’autore trovò come il 15.0% degli studenti era coinvolto, come attore o vittima, in episodi di prepotenza a scuola. Successivi studi hanno confermato l’incidenza e la diffusione di questo fenomeno nelle scuole. Nel contesto italiano i primi dati raccolti negli anni ’90, con un campione di 1.379 alunni tra gli 8 e i 14 anni indicano come il 42.0% di alunni nelle scuole primarie e il 28.0% nelle scuole secondarie di primo grado riferiscano di aver subito prepotenze (Menesini, 2003). Questi studi permettono quindi di evidenziare come la scuola possa diventare possibile luogo di persecuzione e violenza (Petrone e Troiano, 2008). Per Olweus (1993): ‹ Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato o vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni ›. Lawson (2001) definisce il bullismo come: ‹ Un’interazione in cui un individuo o un gruppo di individui più dominanti causano intenzionalmente sofferenze a un individuo o un gruppo di individui meno dominanti ›. Anche Farrington (1993) ha fornito una sua spiegazione del fenomeno definendolo:
‹ Un’ azione negativa che può essere sia fisica che verbale, con intenti ostili, che vengono ripetuti nel tempo, e prevedono anche uno squilibrio di potere. Possono inoltre essere coinvolti più perpetratori ed anche più vittime ›. Whitney e Smith (1993) hanno successivamente sviluppato una nuova definizione, traducendo e modificando quella originaria di Olweus, da questa versione è nata quella italiana (Genta et al., 1996) secondo cui: ‹ Diciamo che un ragazzo subisce delle prepotenze quando un altro ragazzo, o un gruppo di ragazzi gli dicono cose cattive e spiacevoli. E’ sempre prepotenza quando un ragazzo riceve colpi, pugni, calci e minacce, quando viene rinchiuso in una stanza, riceve bigliettini con offese e parolacce, quando nessuno gli rivolge mai la parola e altre cose di questo genere. Questi fatti capitano spesso e chi li subisce non riesce a difendersi. Si tratta sempre di prepotenze anche quando un ragazzo viene preso in giro ripetutamente e con cattiveria. Non si tratta invece di prepotenze quando due ragazzi, all’incirca della stessa forza, litigano tra loro e fanno la lotta›.

 

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Bullismo e Cyberbullismo

Il bullismo può essere considerato una nuova forma di devianza aggressiva molto diffusa tra i preadolescenti ed adolescenti, e proprio le continue e preoccupanti sollecitazioni che giungono dai mezzi di comunicazione di massa, i quali riportano episodi di sempre maggior violenza ed aggressività, portano a riflettere e ad occuparsi di questo fenomeno.

Esiste inoltre un’ampia parte di letteratura da cui emerge come episodi di bullismo, subiti e perpetrati, nell’infanzia e nell’adolescenza abbiano forti probabilità di sfociare in gravi disturbi della condotta in tarda adolescenza e nell’età adulta (Menesini, 2000). Il problema del bullismo con l’avvento del XXI secolo ed in particolare con la rivoluzione tecnologica che a questo ha fatto seguito, ha portato a dover riconsiderare queste dinamiche non più e non solo all’interno del contesto scolastico, ma anche al di fuori di questo, ponendo inoltre particolare attenzione anche all’uso che viene fatto delle nuove tecnologie.

Tutto ciò ha influenzato a livelli profondi le strategie relazionali e comunicative utilizzate fra i giovani, non sempre in maniera positiva e proficua; nasce perciò a seguito di questa rivoluzione tecnologica un nuovo tipo di bullismo elettronico, chiamato cyberbullismo, che seppur nuovo si è ampiamente diffuso portando a conseguenze dannose e pericolose, sia per il bullo che per la vittima (Genta et al., 2009).

La necessità di prendere coscienza del fenomeno e di combatterlo emerge quindi come conseguenza; i filoni del bullismo e del cyberbullismo si caratterizzano da una parte per l’interesse e l’urgenza di intervenire per eliminare e ridurre i suoi effetti negativi, ma anche per l’interesse e la primaria necessità di conoscerlo. Infatti è necessario conoscere e studiare le principali caratteristiche e definizioni del fenomeno per poter arrivare ad una partecipe ed unanime comprensione che permetta di partire da una base comune per poter arrivare non solo ad una conoscenza specifica del proprio contesto, ma anche alla possibilità di condividere le molteplici esperienze fra i vari paesi e quindi stabilire interventi comuni che permettano di ridurre o eliminare questo fenomeno che riguarda ormai in maniera diffusa la popolazione preadolescenziale e adolescenziale.

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Retinite Pigmentosa e Malattie Correlate: Sindrome di Usher, Amaurosi Congenita di Leber, Sindrome di Bardet-Biedl, malattia di Refsum

Comunemente, una persona con retinite pigmentosa non presenta altri disturbi ed in tal caso si parla di retinite pigmentosa “non-sindromica” o semplice.

Tuttavia, esistono della sindromi che condividono alcuni sintomi clinici con questa malattia oculare:

  • La più comune è la sindrome di Usher, che interessa circa il 10-30% di tutti i pazienti con retinite pigmentosa e si associa alla contemporanea perdita di udito congenita o progressiva.
  • Un’atra forma di retinite Pigmentosa Sindromica e’ l’amaurosi congenita di Leber. Nel caso di questa patologia, i bambini possono diventare ciechi, o quasi, entro i primi sei mesi di vita.
  • Altre malattie correlate alla retinite pigmentosa includono la sindrome di Bardet-Biedl e la malattia di Refsum.

La sindrome di Usher

La sindrome di Usher è una malattia congenita che si manifesta con deficit uditivo più o meno grave alla nascita associato ad una perdita progressiva della vista, dovuta alla retinite pigmentosa.

Si riconoscono 3 tipi di sindrome di Usher.

Sindrome di Usher di Tipo I

È la forma più grave e precoce: la sordità molto grave o totale è presente già alla nascita e all’età dell’adolescenza si manifestano problematiche visive con cattivo adattamento agli eccessivi cambiamenti di luce. Comporta inoltre cecità notturna, visione centrale (detta “a tunnel”), problemi di equilibrio.

SINDROME DI USHER DI TIPO II

È caratterizzato da sordo-cecità congenita di grado medio-grave, con insorgenza più tardiva dei disturbi a carico dell’apparato visivo (cattivo adattamento ai cambi di luce, cecità notturna, visione centrale). La persona affetta da sindrome di Usher tipo II non presenta problemi di equilibrio.

SINDROME DI USHER DI TIPO III

La perdita uditiva è lieve e progressiva. In alcuni casi, l’udito è normale. I problemi visivi sono gli stessi presenti nella Sindrome tipo I e II. Il 50% delle persone affette dalla Sindrome di Usher tipo III ha problemi di equilibrio. Negli Stati Uniti e in Scandinavia si è calcolato che il 3-6% dei sordi congeniti alla nascita ha la Sindrome di Usher e il 25% della popolazione con retinite pigmentosa ha anche una perdita di udito.

L’Amaurosi Congenita di Leber

L’Amaurosi Congenita di Leber appartiene alle malattie genetiche rare e colpisce la vista in modo molto importante. L’incidenza è di 3 casi su 100.000 nati.

Prende il nome dl medico oculista tedesco che per primo la identificò.

Si tratta di una forma di retinopatia ad insorgenza molto precoce [solitamente si manifesta nei primi 6 mesi di vita] e può portare ad un gravissimo deficit visivo o alla cecità.

La causa dell’Amaurosi congenita di Leber è da ricercarsi in una delle seguenti cause:

  • in un anomalo sviluppo dei fotorecettori (cellule) della retina;
  • in una degenerazione assai premature dei fotorecettori;
  • nella privazione di sostanze metaboliche che garantiscono il buon funzionamento dei recettori.

Sintomati e Diagnosi dell’Amaurosi Congenita di Leber

I sintomi della patologia sono abbastanza evidenti e la diagnosi può essere effettuata dallo specialista in tempi abbastanza rapidi.

I sintomi più importanti dell’Amaurosi Congenita di Leber sono:

  • la presenza di nistagmo, ovvero di movimenti disordinati e incontrollati degli occhi.
  • comportamenti stereotipati (in particolare il segno oculo-digitale di Franceschetti che è caratterizzato da strofinamento, compressione e spostamento con il dito indice dei bulbi oculari).

I sintomi sopracitati sono importante campanello di allarme e le persone con tali disturbi dovrebbe sottoporsi a degli esami che includono:

  • Elettroretinogramma
  • PEV (= Potenziali Evocati Visivi)
  • Controllo delle reazioni/riflessi pupillari.

Cure per l’Amaurosi Congenita di Leber

Al momento non esiste ancora una terapia per la amaurosi Congenita di Leber.

Quando viene diagnosticata questa malattia, è importante che le energie di genitori e medici convoglino sulla salvaguardia dello sviluppo psicofisico del piccolo.

Come in tutte le altre forme di grave ipovisione o cecità congenite, è importante tener conto che il bambino non potrà ricevere stimoli e informazioni nella stessa quantità e con la stessa qualità di quelle percepite dai bambini normovedenti.

E’ quindi indispensabile che la famiglia, tutta, si affidi ad un percorso di sostegno che si occuperà sia dello sviluppo del bambino che del delicato equilibrio famigliare.

La sindrome di Bardet-Biedl

La sindrome di Bardet-Biedl (BBS) è una ciliopatia e una malattia genetica umana che può colpire molti organi. E’ caratterizzata principalmente da obesità, retinite pigmentosa, polidattilia, ipogonadismo e in alcuni casi insufficienza renale.

La sindrome di Bardet-Biedl è a trasmissione ereditaria
autosomica recessiva. Ma è molto eterogenea; dal punto di vista genetico sono stati trovati 7 loci diversi e sono stati identificati 5 geni: 2q31; 3p11-3p13; 11q13; 15q22; 16q13-16q22.

Sintomi e funzionalità della sindrome di Bardet-Biedl

 

La sindrome di Bardet-Biedl puo’ essere caratterizzata da:

  • retinite pigmentosa,
  • polidattilia,
  • obesità,
  • ipogenitalismo,
  • displasia renale e bassa statura,
  • dismorfismo facciale.

Problemi a carico dei reni sono molto comuni e possono essere presenti nel 90% dei casi.

Le donne soffrono anche di irregolarità del ciclo mestruale, atresia vaginale, vagina settata, ectopie dell’uretra, ipoplasia o duplicazioni dell’utero e delle tube di Falloppio.

Inoltre diabete mellito e nei maschi ipogonadsmo, problemi cardiaci e polmonari.

Infine miopia, astigmatismo, nistagmo, glaucoma, cataratta, anomalie dei denti. Deficit neurologici, deficit o ritardi del linguaggio, disturbi del comportamento.

Cure per la sindrome di Bardet-Biedl

Non esiste cura per la sindrome di Bardet-Biedl. In tantissimi casi, sono necessari interventi chirurgici per correggere polidattilia e per la ricostruzione dei genitali. È importante intervenire sull’obesità, sull’ipogonadismo e sulle complicanze cardiache.

La Malattia di Refsum

La malattia di Refsum fa parte del gruppo delle neuropatie ereditarie sensitivo-motorie (HSMN).

La malattia di Refsum o eredopatia atassica polineuritiforme o HSMN tipo IV è una malattia rara, con ereditarietà autosomica recessiva.

I Sintomi della Malattia di Refsum

L’età d’insorgenza dei sintomi, in entrambi i sessi, può variare da pochi mesi a 50 anni. Ad ogni modo, gGeneralmente i sintomi sono evidenti entro i 20 anni.

La malattia e’ caratterizzata dalla presenza di:

  • retinite pigmentosa,
  • atassia cerebellare,
  • polineuropatia cronica in concomitanza con un aumento di acido fitanico nel sangue.

Spesso sono osservate anche sordità neurogena, miocardiopatia, alterazioni pupillari, cataratta, ittiosi cutanea e altri segni di interessamento del sistema nervoso centrale.

La polineuropatia ha carattere sensitivo-motorio: la compromissione è prevalente a livello dei segmenti distali e degli arti inferiori. I tronchi nervosi sono ipertrofici con formazioni a bulbo di cipolla.

L’accumulo di acido fitanico, acido grasso tetrametilato a 16 atomi di carbonio, è dovuto a un difetto del suo catabolismo.

Una dieta priva di acido fitanico comporta una riduzione dei livelli plasmatici. Quando viene condotta per lungo tempo ed in modo corretto consente di prevenire la progressione della neuropatia, la scomparsa dell’ittiosi e di arrestare la progressione dei deficit uditivi e visivi.

Cura della Malattia di Refsum

La plasmaferesi appare efficace nel trattamento dei sintomi neurologici associati e, associata alla dieta sopra descritta, determina un iniziale miglioramento dei sintomi.

Attraverso la diagnosi biochimica si riescono ad individuare i portatori.

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Sindrome di Usher: Consigli Utili per chi vive ed opera con una persona affetta da Sindrome di Usher

Spessissimo se non sempre, si verifica un ritardo nel diagnosticare la sindrome di Usher, che viene generalmente formulata solo quando i disturbi visivi diventano evidenti.

I genitori di una persona affetta da Sindrome di Ushcr, possono essere sani ed inconsapevoli di essere portatori; la trasmissione ereditaria, infatti non compare in tutte le generazioni (è un processo autosomico recessivo).

La consulenza genetica è importante per:

  • coloro che hanno un figlio affetto dalla sindrome e che prevedono di averne altri;
  • eventuali fratelli o sorelle dell’affetto da Sindrome di Usher, potenziali portatori sani della sindrome;
  • la persona affetta da Sindrome di Usher che con una consulenza genetica potrebbe capire esattamente il tipo di Sindrome;
  • il compagno o la compagna della persona affetta da Sindrome di Usher, per capire se l’eventuale nascituro sara’ portatore sano (se il compagno o la compagna non e’ portatore, il futuro nascituro sara’ portatore sano)..

Dato che la malattia riduce la visione notturna e restringe il campo visivo, provoca nella persona affetta dalla sindrome:

  • una perdita dell’autonomia,
  • una maggiore dipendenza dagli altri nel movimento,
  • uno stato di insicurezza.

Un altro rischio a cui la persona va incontro è quello di rimanere isolata dalle altre, soprattuto nel caso di Sindrome di Usher di tipo I, in quanto i canali comunicativi come la lettura delle labbra ed il linguaggio scritto non possono essere più utilizzati.

Una sfida per la vita

Spesso le persone affette dalla sindrome di Usher hanno reazioni depressive perché si sentono emarginate dalla comunità e dai loro amici più cari.

La famiglia, gli amici e gli operatori sono spesso incapaci di venire incontro ai problemi visivi che la malattia comporta e di rispondere in maniera adeguata ai loro bisogni.

È molto importante aiutare la persona affetta da sindrome di Usher in modo che possa affrontare il futuro con la consapevolezza di ciò che la malattia comporta. Con una giusta preparazione e un buon supporto, la persona con la sindrome di Usher può acquisire i comportamenti necessari per affrontare la vita quando la sua vista si deteriorerà.

Consigli utili per chi vive ed opera con una persona affetta dalla sindrome di Usher.

Coloro che vivono o comunque stanno a contatto con persone che hanno i problemi uditivi e visivi, tipici della Sindrome di Usher dovrebbero evitare di:

  • Stare troppo vicino alla persona quando si comunica.
  • Mettersi di lato quando si vuole ottenere la sua attenzione.
  • Parlare con una luce dietro le proprie spalle.
  • Avviare una conversazione in ambiente poco illuminato.
  • Essere approssimativi quando si indica ciò di cui si parla.
  • Dare per scontato che la persona veda mobili e ostacoli bassi.

Chi sta vicino ad una persona affetta da Sindrome di Usher dovrebbe:

  • Stare a circa 3-4 passi dalla persona affetta da Sindrome di Usher.
  • Avvisare la persona affetta da Sindrome se ci si allontana dalla persona stessa.
  • Offrire il proprio braccio per guidarla al buio.
  • Consentirle di ricevere la luce di lato o da dietro, mai da davanti.
  • Se si deve gesticolare, utilizzare i gesti e la dattilologia ponendo le mani vicino al proprio viso o al proprio petto.
  • Avvertire la persona affetta da Sindrome quando ci sono mobili bassi, ostacoli, gradini imprevisti.
  • Non spostare gli oggetti da dove la persona affetta da Sindrome di Usher li ha lasciati.
  • Domandarle se ha bisogno di aiuto.
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Malattie Rare Salute

I sintomi della Retinite Pigmentosa: Cecità Notturna, Riduzione dell’acutezza e del Campo visivo

Chi scrive questo articolo è una persona affetta da una forma di retinite pigmentosa. Preferisco rimanere anonimo, nei successivi articoli spiegherò il perché’.

In questo articolo e nei successivi cercherò di spiegare tutto quello che conosco su questa malattia, fornendo quante più informazioni possibili alle persone che hanno scoperto di avere questa malattia o che non hanno ancora scoperto di averla ma che ricercano su internet delle informazioni sul motivo per cui lamentano dei problemi riconducibili a questa malattia. Questo è esattamente quello che feci io nel lontano 2005: lamentano una profonda cecità notturna e nel cercare su internet una soluzione a questo mio problema, capitai per caso su un sito web che elencava uno per uno tutti i sintomi della malattia e che risultavano essere presenti nel mio corpo.

In questo articolo parleremo dei Sintomi che si manifestano in una persona affetta da Retinite Pigmentosa.

I sintomi della Retinite Pigmentosa

I sintomi della malattia cominciano a manifestarsi con la difficoltà di vedere in condizioni di scarsa illuminazione, con problemi di adattamento nel passare da ambienti illuminati a quelli bui o in ombra e col restringimento progressivo del campo visivo ossia, in parole più’ semplici, con la difficoltà nel vedere gli oggetti posti lateralmente (come accade se si guarda attraverso uno spioncino o un buco della serratura).

Vediamo ora un po’ più nel dettaglio i principali sintomi, che sono:

  • Cecità Notturna;
  • Riduzione dell’acutezza visiva;
  • Alterazione del Campo Visivo.

Cecità Notturna

Uno dei sintomi più tipici della Retinite pigmentosa è rappresentato da una ridotta capacità di adattamento al buio che insorge frequentemente nell’infanzia e progredisce lentamente fino a determinare una condizione nota come cecità notturna.

Quando la cecità notturna insorge durante l’infanzia i bambini tendono a piangere in condizioni di scarsa illuminazione oppure cercano la mano dei genitori quando hanno il bisogno di muovere al buio. I pazienti che presentano una perdita diffusa della sensibilità dei bastoncelli soffrono di cecità notturna dall’infanzia. I pazienti con una perdita regionale della sensibilità di coni e bastoncelli iniziano ad avere problemi di cecità notturna in età adulta.

Per chi non lo sapesse:

  • i bastoncelli sono i fotorecettori sensibili al movimento che si concentrano nella parte periferica della retina e sono impiegati per la visione al buio;
  • i coni sono i fotorecettori che si concentrano nella zona centrale della retina e sono deputati alla visione dei colori e alla visione distinta.

Riduzione dell’acutezza visiva

Come confermato da diversi studi, nei soggetti affetti da Retinite Pigmentosa la funzione visiva centrale, garantita dai fotorecettori detti coni, si deteriora in modo relativamente lento in confronto alla funzione retinica periferica, garantita dai fotorecettori chiamati bastoncelli. In altre parole, nella maggior parte dei pazienti affetti da retinite pigmentosa, la visione centrale si conserva per periodi prolungati anche se c’è una perdita progressiva del campo visivo periferico.

Il peggioramento dell’acutezza visiva è, di norma, un processo lento, circa l’1-2% all’anno.

Il peggioramento dell’acutezza visiva nei pazienti affetti da Retinite Pigmentosa è correlato al modello di trasmissione ereditaria:

  • i pazienti con Retinite Pigmentosa legata al sesso, con l’aumentare dell’età, presentano un peggioramento dell’acutezza visiva e del campo visivo maggiore rispetto alle forme autosomiche dominanti e recessive;
  • i pazienti con Retinite Pigmentosa autosomica dominante hanno la migliore prognosi riguardo all’acutezza visiva; la maggior parte dei pazienti ha una acutezza visiva di 20/30 o maggiore prima dei 30 anni, laddove i casi di Retinite Pigmentosa legata al sesso presentano la prognosi peggiore con un’acutezza visiva inferiore ai 20/200 dopo i 50 anni.

La riduzione dell’acutezza visiva è uno dei parametri, stabiliti dalla Legge 138/2001 che vengono presi in considerazione per il riconoscimento dell’invalidità civile. Questo dato va riportato nel certificato che il medico di famiglia inoltra all’INPS.

Alterazione del Campo Visivo

I pazienti affetti da Retinite Pigmentosa raramente riferiscono, come primo sintomo, un problema legato al campo visivo, seppur questo sia contemporaneo all’insorgere dei problemi di adattamento al buio. Questo perrche’ il processo di restringimento del campo visivo e’ un processo lento e il cervello, organo “intelligente”, si “adatta” al questo restringimento.

Ad ogni modo, il progressivo deterioramento del campo visivo è uno dei sintomi e degli aspetti tipici della Retinite Pigmentosa e solitamente più precoce rispetto alle alterazioni dell’acutezza visiva.

La riduzione del campo visivo è forse la causa principale della riduzione dell’autonomia dei pazienti. Ogni individuo reagisce alla perdita del campo visivo periferico in modo differente e non è insolito che persone con lo stesso campo visivo ristretto, detto comunemente a buco di serratura a cannocchiale o tubulare o a serratura, reagiscano e si comportino diversamente in uno stesso ambiente. Ciò dipende dal fatto che alcune persone affette da retinite pigmentosa riescono a mettere in atto strategie compensatorie spontanee come ad esempio:

  • maggiori movimenti della testa e degli occhi,
  • inquadramento di un ambiente da lontano e lenta introduzione al suo interno,
  • memorizzazione degli ostacoli.

In tema di accertamento medico-legale per l’invalidità, con l’entrata in vigore della legge n. 138 del 3 aprile 2001, sono state riclassificate le tipologie di ipovisione tenendo conto anche del difetto del campo visivo.

Il residuo perimetrico si calcola con uno specifico esame perimetrico computerizzato eseguito in contemporanea nei due occhi.

 

Dai uno sguardo ad alcuni degli articoli che parlano di Retinite Pigmentosa:

  • Che cosa è la retinite;
  • I sintomi della retinite;
  • Comportamenti da seguire;
  • Come comportarsi;
  • Cosa fare;
  • Centri specialistici;
  • Come vivere e convivere con la retinite.
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Malattie Rare

Retinite Pigmentosa: Sintomi, Cause, Centri, Soluzioni

Chi scrive questo articolo è una persona affetta da una forma di retinite pigmentosa. Preferisco rimanere anonimo, nei successivi articoli spiegherò il perché’.

In questo articolo e nei successivi cercherò di spiegare tutto quello che conosco su questa malattia, fornendo quante più informazioni possibili alle persone che hanno scoperto di avere questa malattia o che non hanno ancora scoperto di averla ma che ricercano su internet delle informazioni sul motivo per cui lamentano dei problemi riconducibili a questa malattia. Questo è esattamente quello che feci io nel lontano 2005: lamentano una profonda cecità notturna e nel cercare su internet una soluzione a questo mio problema, capitai per caso su un sito web che elencava uno per uno tutti i sintomi della malattia e che risultavano essere presenti nel mio corpo.

Inizierò questo “descrizione” a partire da una breve spiegazione di che cosa è la retinite pigmentosa e dei sintomi che si manifestano come conseguenza della malattia stessa. Scrivero’ di argomenti quali:

  • che cosa è la retinite,
  • i sintomi della retinite;
  • comportamenti da seguire;
  • come comportarsi;
  • cosa fare;
  • centri specialistici;
  • come vivere e convivere con la retinite.

Cos’è la Retinite Pigmentosa

Con il termine Retinite Pigmentosa (RP) si indica un gruppo di malattie ereditarie della retina caratterizzate da una perdita progressiva del campo visivo periferico e della visione notturna, dovuta alla degenerazione dei bastoncelli (organi recettori della luce) e alla pigmentazione (colorazione) della retina. Il gruppo delle malattie riconducibili alla Retinite Pigmentosa sono caratterizzate nella maggioranza dei casi:

  • dalla migrazione di pigmento nella neuroretina,
  • dall’attenuazione dei vasi sanguigni retinici;
  • dal pallore del disco ottico.

In molti casi vi è una perdita dell’acutezza visiva, che può condurre  all’ipovisione e progredire fino alla cecità.

La diagnosi deve essere sempre confermata da un elettro-retino-gramma.

Gli studi di genetica molecolare sulla Retinite Pigmentosa hanno dimostrato che esiste un comune meccanismo patogenetico, ossia la degenerazione primitiva dei fotorecettori, che avviene sulla base di mutazioni di alcune delle proteine che costituiscono il ciclo della visione.

Esistono tre gruppi principali di malattie riconducili alla Retinite Pigmentosa. Vengono differenziate le:

  • Retiniti Pigmentose in cui la malattia retinica è l’unica manifestazione (non risulta associata ad alterazioni di altri apparati del corpo);
  • Retiniti Sindromiche in cui la malattia retinica e’ associata ad alterazioni di altri apparati;
  • Pseudo-retiniti pigmentose, forme non genetiche di degenerazione retinica molto simili alla Retinite Pigmentosa che insorgono nei soggetti predisposti in seguito ad alcune infezioni (ad esempio sifilide e morbillo), all’introduzione di farmaci retino-tossici (ad esempio clorochina, tioridazina, cloropromazina, indometacina, tamoxifen), o a traumi oculari di vario genere.

Non sono da includere nel gruppo della Retiniti Pigmentose  le malattie che pur avendo un meccanismo patogenetico analogo, non hanno carattere progressivo e non provocano la degenerazione dei fotorecettori, come l’emeralopia congenita stazionaria e le distrofie maculari ereditarie.
Negli ultimi anni il progresso delle conoscenze in campo genetico ha permesso di intravedere nuove possibilità di prevenzione e cura delle malattie ereditarie,  e quindi l’attività di studio si sta indirizzando alla comprensione dei meccanismi genetici che provocano tali degenerazioni retiniche.

Vengono definite “retinite pigmentosa” un gruppo di malattie ereditarie che colpiscono la retina di entrambi gli occhi causando una perdita progressiva della vista. Provocano l’atrofia del nervo ottico, la degenerazione dei bastoncelli (organi recettori della luce) e la pigmentazione (colorazione) della retina. Questa, infatti, è la parte dell’occhio sensibile alla luce che compone le immagini e le invia la cervello.

Sintomi della retinite pigmentosa

I sintomi della malattia cominciano a manifestarsi con la difficoltà di vedere in condizioni di scarsa illuminazione, con problemi di adattamento nel passare da ambienti illuminati a quelli bui o in ombra e col restringimento progressivo del campo visivo ossia, in parole più’ semplici, con la difficoltà nel vedere gli oggetti posti lateralmente (come accade se si guarda attraverso uno spioncino o un buco della serratura).

Vediamo ora un po’ più nel dettaglio i principali sintomi, che sono:

  • Cecità Notturna;
  • Riduzione dell’acutezza visiva;
  • Alterazione del Campo Visivo.

Cecità Notturna

Uno dei sintomi più tipici della Retinite pigmentosa è rappresentato da una ridotta capacità di adattamento al buio che insorge frequentemente nell’infanzia e progredisce lentamente fino a determinare una condizione nota come cecità notturna.

Quando la cecità notturna insorge durante l’infanzia i bambini tendono a piangere in condizioni di scarsa illuminazione oppure cercano la mano dei genitori quando hanno il bisogno di muovere al buio. I pazienti che presentano una perdita diffusa della sensibilità dei bastoncelli soffrono di cecità notturna dall’infanzia. I pazienti con una perdita regionale della sensibilità di coni e bastoncelli iniziano ad avere problemi di cecità notturna in età adulta.

Per chi non lo sapesse:

  • i bastoncelli sono i fotorecettori sensibili al movimento che si concentrano nella parte periferica della retina e sono impiegati per la visione al buio;
  • i coni sono i fotorecettori che si concentrano nella zona centrale della retina e sono deputati alla visione dei colori e alla visione distinta.

Riduzione dell’acutezza visiva

Come confermato da diversi studi, nei soggetti affetti da Retinite Pigmentosa la funzione visiva centrale, garantita dai fotorecettori detti coni, si deteriora in modo relativamente lento in confronto alla funzione retinica periferica, garantita dai fotorecettori chiamati bastoncelli. In altre parole, nella maggior parte dei pazienti affetti da retinite pigmentosa, la visione centrale si conserva per periodi prolungati anche se c’è una perdita progressiva del campo visivo periferico.

Il peggioramento dell’acutezza visiva è, di norma, un processo lento, circa l’1-2% all’anno.

Il peggioramento dell’acutezza visiva nei pazienti affetti da Retinite Pigmentosa è correlato al modello di trasmissione ereditaria:

  • i pazienti con Retinite Pigmentosa legata al sesso, con l’aumentare dell’età, presentano un peggioramento dell’acutezza visiva e del campo visivo maggiore rispetto alle forme autosomiche dominanti e recessive;
  • i pazienti con Retinite Pigmentosa autosomica dominante hanno la migliore prognosi riguardo all’acutezza visiva; la maggior parte dei pazienti ha una acutezza visiva di 20/30 o maggiore prima dei 30 anni, laddove i casi di Retinite Pigmentosa legata al sesso presentano la prognosi peggiore con un’acutezza visiva inferiore ai 20/200 dopo i 50 anni.

La riduzione dell’acutezza visiva è uno dei parametri, stabiliti dalla Legge 138/2001 che vengono presi in considerazione per il riconoscimento dell’invalidità civile. Questo dato va riportato nel certificato che il medico di famiglia inoltra all’INPS.

Alterazione del Campo Visivo

I pazienti affetti da Retinite Pigmentosa raramente riferiscono, come primo sintomo, un problema legato al campo visivo, seppur questo sia contemporaneo all’insorgere dei problemi di adattamento al buio. Questo perrche’ il processo di restringimento del campo visivo e’ un processo lento e il cervello, organo “intelligente”, si “adatta” al questo restringimento.

Ad ogni modo, il progressivo deterioramento del campo visivo è uno dei sintomi e degli aspetti tipici della Retinite Pigmentosa e solitamente più precoce rispetto alle alterazioni dell’acutezza visiva.

La riduzione del campo visivo è forse la causa principale della riduzione dell’autonomia dei pazienti. Ogni individuo reagisce alla perdita del campo visivo periferico in modo differente e non è insolito che persone con lo stesso campo visivo ristretto, detto comunemente a buco di serratura a cannocchiale o tubulare o a serratura, reagiscano e si comportino diversamente in uno stesso ambiente. Ciò dipende dal fatto che alcune persone affette da retinite pigmentosa riescono a mettere in atto strategie compensatorie spontanee come ad esempio:

  • maggiori movimenti della testa e degli occhi,
  • inquadramento di un ambiente da lontano e lenta introduzione al suo interno,
  • memorizzazione degli ostacoli.

In tema di accertamento medico-legale per l’invalidità, con l’entrata in vigore della legge n. 138 del 3 aprile 2001, sono state riclassificate le tipologie di ipovisione tenendo conto anche del difetto del campo visivo.

Il residuo perimetrico si calcola con uno specifico esame perimetrico computerizzato eseguito in contemporanea nei due occhi.

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Alcol e Alcolismo Dipendenze da Sostanze Stupefacenti Droghe Sostanze Stupefacenti

Le Sostanze Stupefacenti tra i Giovani nel Loisir Notturno

Loisir Notturno e Droghe: Un connubio pericoloso
La diffusione di sostanze stupefacenti nelle discoteche

Il mondo del loisir notturno, rappresenta un ambiente peculiare, all’interno del quale, il consumo di sostanze vecchie e nuove, assume una valenza strettamente correlata, alla fruizione del divertimento stesso. Tra i giovani, l’uso sperimentale di alcol e di droghe, è in gran parte collegato alla curiosità, a comportamenti e stili di vita di tipo imitativo all’interno del gruppo, alla reperibilità, ad occasioni favorevoli ed è spesso associato a momenti di socialità e di divertimento. Negli ambienti di vita notturna, l’uso di sostanze stupefacenti, è spesso causato dall’intenzione di divertirsi. Per questi giovani, il rischio è collegato, alla possibile futura dipendenza e ad eventi occasionali, associati ad alterazioni (incidenti) o inesperienza (overdose).

Recenti indagini, mettono in rilievo, come le occasioni di contatto con le droghe mutino sensibilmente in base al genere e all’età dei soggetti, raggiungendo il picco più alto attorno ai 18 anni, per poi declinare già a partire dai 20 anni, e con una costante maggiore esposizione dei maschi rispetto alle femmine. A questo primo elemento si affiancano altri fattori strutturali, rappresentati dal fatto di abitare in città con più di 250000 abitanti o in regioni del Centro o del Nord Ovest del Paese, oppure dal fatto di provenire da famiglie di status sociale più elevato.

Le uscite serali, legate al mondo del loisir notturno, sono dei fattori di rischio verso la propensione ad usare le droghe, soprattutto correlata agli orari di rientro notturno. Infatti, se coloro che dichiarano di rincasare entro mezzanotte, hanno indici di contiguità verso l’uso di droghe decisamente inferiori alla media, tra coloro che fanno rientro dopo le 3,00 di mattina, gli stessi indici, raggiungono valori doppi, rispetto alla media generale del campione.

Nei giovani l’utilizzo di alcol e di droghe si profila come delle vere e proprie scelte di consumo, che fanno riferimento alla situazione, alla compagnia e agli effetti che si vogliono ottenere, e a questi, vengono associate le sostanze disponibili in quel momento. Così l’utilizzo d’ecstasy e di cocaina, è maggiormente connesso agli ambiti del divertimento serale, mentre il consumo di cannabis risponde più spesso ad un bisogno di gruppalità soprattutto tra i ragazzi più giovani. Tutto questo sullo sfondo di un più ampio quadro di diffusione e crescita di attività del loisir, fortemente centrate attorno alla massimizzazione delle emozioni adrenaliniche.

Recenti studi, mettono in evidenza, come l’uso d’alcol e di sostanze stupefacenti, sia legato all’offerta dell’industria del divertimento. La cannabis è la droga di cui principalmente viene notato l’uso, soprattutto all’interno dei centri sociali e circoli, dei disco-pub, dei bar e dei pub. Dopo la cannabis, emerge un alto uso di cocaina ed ecstasy, soprattutto nei centri sociali, nelle discoteche e nei risto-ballo. L’andamento della cocaina è assimilabile a quello dell’ecstasy, ma con percentuali più elevate. L’utilizzo di queste sostanze, assume una valenza ricreazionale ed è associata all’intenzione di divertirsi. Le “sostanze ricreazionali”, sono legate all’aspetto socializzante e sono maggiormente associate alla componente del ballo e della musica. Non a caso si riscontra un maggior consumo di sostanze stupefacenti nei luoghi del ballo, della post-discoteca e degli after-hour. Correlativamente con l’avanzamento della notte e la rispettiva offerta d’intrattenimento, tende ad aumentare il consumo di sostanze stupefacenti, raggiungendo il picco negli after-hour, che segnano la tappa finale di una notte di divertimento.

Non si riscontra o comunque c’è un uso marginale, di eroina all’interno dell’intrattenimento notturno. Ciò è facilmente spiegabile con il fatto che il consumo d’eroina è “occulto”, nascosto, legato più alla sfera strettamente privata, piuttosto che agli ambiti di socializzazione e del divertimento.

Se l’eroina, non si pone come sostanza a scopo ricreazionale, l’alcol è la sostanza psicoattiva, che ha il maggior abuso e diffusione a scopo ricreativo. Rispetto al momento del divertimento e aggregazione, emerge che il maggior abuso d’alcol, soprattutto di cocktail e di superalcolici, è legato alla situazione del ballo durante il wee-kend, senza escludere i luoghi in cui ci s’incontra prima e dopo la discoteca. E’ possibile ipotizzare una modalità di consumo per tappe, in cui c’è una maggiore probabilità di riscontrare un abuso, man mano che si avanza nelle ore della notte. Rispetto all’offerta dei locali, s’individua differenti probabilità di riscontrare un abuso d’alcol: happy-hour, aperitivo, cena, pre-disco, ballo, post-disco, after-hour. L’andamento della probabilità di ritrovare un abuso, durante il fine settimana, segue un andamento lineare e progressivo, che tende ad aumentare, man mano che si va dagli aperitivi alla tarda notte, raggiungendo alte percentuali d’abuso, negli after-hour. Durante la settimana, il consumo d’alcol segue un andamento opposto al week-end, perché diminuisce, man mano che si avanza verso le ore tarde della notte. Questo è spiegabile anche in relazione alla fruizione del divertimento, che si adegua ad un arco temporale più ristretto.

Attualmente si riscontra un alto consumo fra i giovani di birra, seguita da i cocktail e dai superalcolici. Il vino è la sostanza alcolica di cui si osserva invece il minor consumo, fra la popolazione giovanile. La prevalenza del consumo di certe bevande, conferma la plausibilità dell’ipotesi di uno stile giovanile del bere, che si avvicina al modello anglossassone, in cui il valore d’uso principale del bere è costituito dall’euforia, a discapito di un valore d’uso alimentare del vino, tipico del modello mediterraneo. Questo mutamento in corso, va esaminato all’interno dei cambiamenti più generali dei consumi alcolici e delle trasformazioni sociali in atto. L’adozione di un nuovo stile del bere, può creare una situazione di assenza di regole nella quale trova spazio l’abuso non regolato. Dai dati Iard, emerge la tendenza fra i giovani tra i 15-24, verso un aumento nel giudicare un comportamento ammissibile l’ubriacarsi. L’ammissibilità verso l’uso e l’abuso d’alcolici, come l’ubriacarsi è aumentata, di oltre 18 punti dal 1992 al 2000. A un atteggiamento di ammissibilità verso l’abuso di alcol, corrisponde la diffusione di comportamenti, che fanno dell’alcol, la sostanza maggiormente usata, all’interno della popolazione giovanile, da sola o in concomitanza ad altre sostanze.

Tipi di droghe: caratteristiche ed effetti

Preso atto della larga diffusione dell’uso di droghe e d’alcol, all’interno dei luoghi del loisir notturno, è importante mettere in evidenza gli effetti di quelle sostanze, che risultano essere di maggior diffusione, consumo e fruizione.

Il termine droga, dall’etimologia incerta, raggruppa un insieme di sostanze di varia origine, con meccanismi d’azione e d’effetti estremamente vari. Gli effetti delle droghe, dipendono da alcuni fattori in particolare dal set (condizioni psicofisiche delle persone), dal setting (contesto, situazione) e dalla sostanza (dosaggi, purezza, etc). Tutti i mix di più sostanze, comportano rischi maggiori per la salute, in quanto si possono verificare interazioni pericolose di cui non si conoscono gli effetti. Anche le modalità d’assunzione presentano dei rischi (aids, epatite, iperdosaggi, etc), come pure le condizioni psicofisiche individuali (allergie a particolari componenti, malattie latenti) e il setting (non sicurezza della struttura d’assunzione, amici non vicini, etc).

Ecstasy

Ecstasy Droga Sostanze Stupefacenti
Ecstasy Droga Sostanze Stupefacenti

La sigla chimica dell’ecstasy, è 3,4-metelinediossi-N-metilanfetamina, abbreviata, in Mdma. L’ecstasy o Mdma, è un derivato dell’anfetamina, come le molecole di Mdea (Eve) e di Mda (Love Drogs). Queste sono “anfetamine psichedeliche”, per indicare la sintesi a livello chimico, fra la molecola di anfetamina e la mescalina, che è il principale alcaloide del cactus allucinogeno peyote. Tali “anfetamine psichedeliche”, non appartengono alla classe degli psichedelici, perché non producono di per sé allucinazioni o visioni, ma aumentano la percezione sensoriale e la capacità comunicativa e per tali effetti, sono classificate come entactogeni (che tocca dentro) o empatogeni (produttori d’empatia). Tra le tre varianti di “anfetamine psichedeliche”, l’Mdma è quella che riesce ha produrre maggiori effetti empatogeni.

Il dosaggio d’ecstasy è soggettivo e varia dai 75 mg ai 150 mg, per via orale, sottoforma di pasticche, solitamente colorate e con disegni diversi, in relazione all’effetto maggiormente causato. I primi effetti fisici, si manifestano in 30-60 minuti dopo l’assunzione e comprendono sintomi, come la dilatazione delle pupille, leggera nausea e stordimento. Gli effetti più marcati, come l’aumento del buon umore, della loquacità, del sentirsi in sintonia con gli altri e con il mondo intero, si presentano dopo un paio d’ore dall’assunzione e coincidono con il rilascio massiccio della serotonina (5HT) un neurotrasmettitore che regola il tono dell’umore, comportamento alimentare e il ciclo sonno-veglia.

Anche se gli effetti psichici prodotti dall’assunzione d’ecstasy, sono molto diversi da persona a persona, è possibile individuare quelli abituali, tra cui spicca una sensazione paradisiaca. Il soggetto in ecstasy, prova empatia per chiunque e aumenta la propensione a parlare e alla confidenzialità, con il rischio di fidarsi di chi non si conosce bene. In realtà queste propensioni affettive (se pur difficilmente misurabili) non sono esclusivo appannaggio dell’ecstasy. Basta pensare all’uso dell’alcol come “lubrificante” sociale nei party, oppure allo stato di gioia e all’apertura d’animo, indotte dalle prime tirate di “fumo” (inteso come haschish). Altro effetto psichico, prodotto dal “calarsi” d’ecstasy, è la distorsione di tutte le sensazioni, tra cui in primis, il tatto (questo spiega la propensione a toccare ripetutamente tessuti ed oggetti, tanto da definire l’ecstasy, come “droga dell’abbraccio”), il gusto, la vista e l’olfatto (manifestabile nella tendenza a fiutare ripetutamente cibi e bevande). Tenendo conto dell’esplodere dell’empatia, dell’incremento della fiducia nel prossimo, insieme al piacere dato dal contatto fisico, (che in ambienti come la discoteca, viene amplificato dal ballo e dalla visione delle cubiste), porta ad implicare un aumento del desiderio sessuale. Studi autorevoli, smentiscono un aumento dell’eccitazione e del desiderio sessuale, anzi l’ecstasy, tende a frenare l’orgasmo. Questo delucida perché vada di moda la “sextasy”, ovvero una miscela di ecstasy e di Viagra. Altro effetto psichico, che viene indotto con l’assunzione d’ecstasy, è la capacità di promuovere una stimolazione psicomotoria che consente al giovane “d’attraversare tutta la notte” e quindi di affrontare per ore fino all’alba e a volte oltre, (con gli after hour), la fatica del ballo, eliminando il senso della stanchezza , della fame, della sete e del sonno.

Effetti collaterali sono prodotti a livello somatico e possono essere la secchezza delle fauci, contrazioni della mascella, spasmi muscolari, nausea, crampi e aumento della pressione e del battito cardiaco. Quest’ ultimo fattore, può causare in concomitanza di altri elementi, come il ballare per ore senza sosta e spesso in locali non aerati, indossare abiti non traspiranti, bere poco o per niente, un aumento della temperatura corporea, che origina uno shock cardiovascolare o una ipertermia maligna, in cui la temperatura corporea, supera i 41-42°. Una temperatura elevata del corpo, è una condizione favorevole per originare emorragie cerebrali (ictus), emorragie interne o per fino la morte.

L’ecstasy è intrinsecamente neurotossica. Infatti, un dosaggio acuto troppo elevato e/o una frequente somministrazione di dose piccole, può portare ad una degenerazione dei neuroni 5HT2, che lavorano con la serotonina. La difficoltà a ristabilire un normale riequilibrio di serotonina, può determinare effetti collaterali permanenti, come perdita della memoria, crisi di panico, alterazioni del tono dell’umore e altro. Il rischio di neurotossicità aumenta, quando insieme all’ecstasy sono somministrate altre sostanze, che riducono o inibiscono il livello di serotonina, come la fluoxetina (principio attivo dell’antidepressivo Prozac) o il Marplan (farmaco antidepressivo). Altro fattore che può aumentare la tossicità dell’ecstasy, è il suo livello di non purezza. L’esistenza di un mercato clandestino, che mette in commercio pasticche composte, da un miscuglio imprecisato di sostanze (è stata rilevata la presenza di alcune sostanze pericolose, come: stricnina, barbiturici, eroina, anfetamine, veleno per topi, vermifugo per animali domestici, piombo etc.) con una percentuale molto bassa di Mdma, è causa d’effetti fisici e mentali, imprevedibili e pericolosi.

Dopo 3-6 ore dall’assunzione d’ecstasy, segue un esaurimento di 5 HT, per avere entro 24ore, un normale ripristino dei suoi livelli. La diminuzione dei livelli serotoninici, costituisce la fase del down, caratterizzata da stanchezza, sonnolenza, depressione, irrequietezza, alta irritabilità. Questo quadro sintomatico può essere interpretato come un recupero fisiologico, ma per taluni il disagio è così alto, che cercano di mitigarlo, fumando l’erba, ingerendo un tranquillante, respirando protossido d’azoto (noto come “laughing gas”) o addirittura iniettandosi l’eroina.

Il vero problema, è constatare se l’uso protratto d’ ecstasy, possa comportare alterazioni psichiche persistenti. Ci sono documentazioni, che rilevano una psicotossicità cronica permanente, (perdita della memoria, flas-back, Pandora syndrome, ovvero una testa piena d’immagini che vengono dall’inconscio), ma a causa di un impianto metodologico debole, rimane difficile individuare se l’ecstasy, sia la diretta causa di queste turbe psichiche, oppure sia un agente slatentizzante di una già soggiacente turba psichica (effetto patoplastico).

Ketamina

Ketamina Sostanze Stupefacenti Droga
Ketamina – Droga

La Ketamina una sostanza nota nell’industria farmaceutica da almeno quaranta anni. E’ usata sia da medici che da veterinari, per avere un anestesia breve ma intensa. Di recente diffusione (a partire dalla fine degli anni settanta), nell’ambito ricreazionale, sotto i nomignoli di K, Special K, Ket, Cat Valium. I giovani la consumano come droga dance molto forte, e molto spesso, viene spacciata come ecstasy. La dose ricreazionale va dai 25-50 mg e si conosce due modi d’uso. Il primo, è l’iniezione della fiala per endovena o endomuscolo, che però è poco usata, poiché l’iniezione è molto dolorosa; l’effetto si ha dopo qualche minuto e dura tra i 45’ e i 90’ e si estingue entro 4-6 ore. Il secondo modo d’uso, è quello di trasformare il liquido delle fiale in polvere, attraverso il suo riscaldamento. La polvere ottenuta viene sciolta con un liquido acido come l’aranciata oppure viene fumata o sniffata. Per via orale l’effetto comincia non prima di 20’, dura fino a 90’ e si estingue entro le 8 ore; per via nasale l’effetto si manifesta entro 10’, ma dura solo fino a 30’e si estingue entro 90’.

L’effetti psichici prodotti dall’assunzione, è uno stato euforico e dissociativo (separazione del corpo dalla mente), spesso accompagnato da diversi livelli di dispercezione, come il “flanging” (ricezione delle sensazioni visive e uditive in forma ritmica frammentata e rallentata) o ancora più grave la diplopia (si vede doppio) e cecità caotica (immagini mal definite, tanto da diventare irriconoscibili). Mentre lo stato euforico si estingue, segue uno stato d’intontimento (“stoning character” ). I rischi, sono legati alla manifestazione degli effetti somato-neuro-tossici, come le vertigini, mancata coordinazione motoria, allucinazioni, delirio, disturbi visivi, trisma e convulsioni.

Anfetamine–metamanfetamine

anfetamine-e-psicofarmaci
Anfetamina – Sostanza Stupefacente

Anfetamine e Metanfetamine sono degli stimolanti ed agiscono attraverso l’eccitazione delle vie dopaminergica ed adrenergica, provocando come effetti psicoattivi, un’iniziale euforia e sensazione di benessere simili a quelli prodotti dalla cocaina. A livello fisico, in fase acuta, determina un aumento del battito cardiaco, del numero di atti respiratori, della pressione arteriosa e della temperatura corporea.

La diffusione in ambito ricreazionale, è legata alla capacità, di determinare: socializzazione, eccitazione, motivazione, aumento dell’attenzione. La durata dell’effetti è di alcune ore e lascia come effetti indesiderati uno stato di depressione, comportamento antisociale e paranoia. Tra le anfetamine le sostanze più note in ambito ricreazionale, sono i solfati di anfetamine, speed, fischio, billy.

Le metamafetamine, come l’ice, crystal, shaboo, crack, sono più potenti delle comuni anfetamine, in cui l’effetto arriva a durare fino a 24 ore. Solitamente tali sostanze sono utilizzate per via orale, ad eccezione dell’ice, che è solitamente fumato, attraverso l’uso di pipe.

Inalanti

Il popper (nitrito di amile, butile, isobutile), è il più diffuso ad uso ricreazionale, e si trova generalmente in fialette il cui contenuto viene inalato. Gli effetti iniziano dopo 7-15 minuti dall’assunzione e durano per 30-90 minuti. Dopo l’inalazione, si avverte un senso di stordimento, che può essere seguito da vertigini e cefalee. E’ un eccitante, che provoca a livello del sistema nervoso centrale un maggior afflusso di sangue ed un rilassamento della muscolatura liscia (ivi inclusa quella degli sfinteri, di qui l’uso tra gli omosessuali). L’uso del popper, in concomitanza di altre sostanze, aumenta l’insorgenza di accidenti cardio-vascolari.

Cocaina

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Cocaina

La cocaina è l’estratto della foglia della pianta della coca, che si presenta come una polvere bianca, cristallina, quasi impalpabile e di sapore amaro. La polvere bianca è solitamente “sniffata” per via nasale. Il crack è un tipo di cocaina a base libera, ottenuto attraverso un processo di manipolazione chimica, denominato “free base”, che consiste nel riscaldare la cocaina con soda ed acqua, che appunto libera la cocaina dalla base cloridrato. L’elevato potenziale d’ induzione alla dipendenza, deriva dalla moltiplicazione degli effetti stupefacenti e stimolanti della cocaina che, non più appesantita dalla base cloridrato, agisce direttamente sulle terminazioni del sistema nervoso centrale.

La cocaina agisce su alcune sostanze che, nel nostro cervello, influenzano l’energia, la memoria, la vigilanza, l’umore e il piacere. Chi la consuma cerca energia, potenza e una forte stimolazione sessuale. Inoltre, tende a sopravvalutare se stesso, le sue capacità e a sottovalutare le conseguenze, magari rischiose, di ciò che fa: un vero pericolo se si guida o si è in situazioni in cui è meglio tenere a bada l’aggressività. I maggiori effetti negativi, a livello fisico, è l’ eventuale manifestazione di: tremori, ipertensione, tachicardia, temperatura che sale, difficoltà a mangiare e a dormire.

Quando l’effetto finisce, c’è il “down”: ci si sente stanchi, senza energie, si entra in depressione. E con il tempo e l’aumentare delle dosi, in fase di down si arriva a non provare più piacere per nulla. La cocaina da tossicomania, cioè dipendenza, non si riesce più a farne a meno in tempi molto rapidi. La dipendenza da cocaina è molto difficile da curare. Chi esagera si sente stressato, insonne, mangia male e, alla lunga, può avere problemi con le sue prestazioni sessuali. L’overdose, può portare alla morte per arresto cardiaco, convulsioni o paralisi respiratoria. Effetti collaterali e rischi, si moltiplicano se la cocaina viene fumata (crack) o iniettata in vena, perché arriva più velocemente al cervello. Il mix con alcol e altre droghe aumenta i rischi. Il consumatore cronico è spesso ansioso, irritabile, sospettoso e suscettibile. In casi estremi, può arrivare alla paranoia, al delirio e avere allucinazioni che sfociano in psicosi vere e proprie.

Lsd

LSD droga Sostanze Stupefacenti
LSD – Droga Stupefacente

L’lsd è un semisintetico dell’acido lisergico. Comunemente chiamato “acido”o “trip”, è il più potente e diffuso allucinogeno. Viene consumato per via orale, attraverso la somministrazione di compresse dette micropunte oppure di francobolli di varie misure, imbevuti di una soluzione alcolica di lsd. La dose è di 150-300 microgrammi e gli effetti compaiono da 15’ a 1 ora dopo l’ingestione e durano 6-8 ore. L’lsd produce una modificazione delle percezioni spazio temporali, euforia ed alcuni effetti stimolanti.

Le distorsioni percettive sono frequenti, come il vedere suoni e il sentire colori, oppure la persistenza nel vedere immagini anche quando l’oggetto è scomparso (after image o trailing). Tutto ciò, accompagnato a rallentamento dei tempi di reazione, può comprensibilmente, rendere la guida di un autoveicolo un compito molto difficile. L’lsd può far salire la temperatura del corpo, aumentare la pressione del sangue, provocare tachicardia e dare un senso di vertigine e nausea.

Gli effetti cambiano, e di molto, a seconda del posto in cui ci si trova e dello stato emotivo e fisico di quel particolare momento. Può capitare facilmente che anche una lontana traccia d’inquietudine faccia cambiare la direzione del “viaggio” con ansia acuta, reazioni di panico, allucinazioni paurose che si autoalimentano e crescono fino a perdere il controllo e entrare in paranoia anche con deliri di persecuzione (bad trip). Il consumo anche di un solo francobollo in cui ci sia molto lsd può provocare depressione, paranoia, psicosi e “flashback”: a distanza, anche di molto tempo, il “viaggio” ritorna improvviso e inaspettato. Anche se, si consuma poco, personalità più vulnerabili possono rimanere a lungo squilibrate con danni permanenti. Il mix con alcol e altre droghe fa aumentare i rischi e gli effetti non ricercati.

Funghi allucinogeni

I funghi allucinogeni sono degli allucinogeni vegetali; in natura ne esistono di tantissime varietà e vengono ingeriti. Gli effetti più comuni, sono le distorsioni spazio-temporali e la loquacità. I rischi sono associati all’abuso, possono comportare forti allucinazioni, paranoia, vomito. Tra i più diffusi, c’è il fungo peyote e l’amanita muscaria, in gergo denominati ”funghetti magici”.

Oppio

Capsula e fiore del seme di Papavero: Oppio Droghe e Sostanze Stupefacenti
Capsula e fiore del seme di Papavero: Oppio

Lattice disseccato, ottenuto per incisione delle capsule del papavero bianco. L’oppio si assume per via orale o si fuma riscaldandolo. Gli effetti come tutti gli oppioidi, sono la riduzione della sensibilità al dolore, dell’ansia e del disagio. Gli effetti specifici, consistono generalmente in una sensazione di leggerezza, di immortalità, di prestanza intellettuale e fisica; la sensazione di piacere, è determinata dal blocco di stimoli spiacevoli, quali il dolore, l’angoscia, la paura e dall’attenuazione degli stimoli esterni. L’immaginazione viene esaltata, senza arrivare a delle vere e proprie allucinazioni. I rischi sono l’indebolimento fisico e psichico, la dipendenza.

Eroina

L’eroina è un derivato della morfina; si trova sottoforma di polvere finissima o granulare di colore bianca, marrone o rossastra a seconda della purezza. Il cobret è un tipo d’eroina, o più esattamente un prodotto intermedio di lavorazione ottenibile saltando la fase di acetificazione,che trasforma l’eroina base, in eroina cloridrato (iniettabile).

L’eroina può essere iniettata, sniffata e fumata. L’iniezione attraverso l’uso promiscuo di siringhe, aumenta il rischio di contrarre l’Aids, l’epatiti, la tubercolosi e le malattie veneree. Gli effetti sono un generale e diffuso stato di benessere, la scomparsa d’angosce e timori, l’annullamento del dolore fisico. Si istaura in breve tempo, una rapida assuefazione, dipendenza psichica e fisica, con tutte le conseguenze che questa comporta. L’uso continuo provoca la scomparsa degli effetti piacevoli, fino ad arrivare all’assunzione solo per restare “normale” e combattere la crisi d’astinenza. L’astinenza si manifesta dopo otto ore dall’ultima dose, con la comparsa d’ansia, sbadigli, sudorazione, lacrimazione, insonnia, vampate di calore alternate a sensazioni di freddo, crampi e dolori addominali; dopo trentasei ore spossatezza, aumento della pressione e della temperatura, tachicardia, respirazione rapida. La crisi può protrarsi fino a dieci giorni; secondo alcune ricerche, nei sei mesi seguenti si possono verificare insonnia, una sensazione imprecisata di malessere, depressione: tutti fattori che determinano delle ricadute.

L’uso dell’eroina porta ad un decadimento dello stato generale di salute: abbassamento delle difese immunitarie, carie e perdita di denti. Nelle donne si osserva una diminuzione di fertilità e la scomparsa del ciclo mestruale; in gravidanza aumenta il rischio d’aborto. La vita diventa disordinata e stressante, caratterizzata da sbalzi d’umore, con forti paranoie quando manca la dose d’eroina. Infatti, chi assume eroina, diviene rapidamente un emarginato e perde progressivamente tutti gli altri interessi; la necessità irrinunciabile d’eroina porta a considerare gli altri soprattutto come una fonte di denaro, con assillanti ricerche di prestiti e furti anche ad amici e familiari.

Marijuana / Hashish

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Marijuana – Droga Stupefacente leggera

La marijuana si crea dalle foglie e dai fiori secchi della cannabis, una pianta originaria dell’Asia, ma che è ormai coltivata e diffusa in tutto il pianeta. Comunemente conosciuta, come marijuana o “maria”, “erba”, “fumo”.

L’hashish, è la resina ricavata dalla pianta della cannabis, che solitamente viene impastata con del miele o del grasso animale, si trova sottoforma di tavolette di colore giallo-marrone o nero-verdastro. Solitamente, sia la marijuana, che l’hashish, sono fumati mescolati insieme al tabacco, ma possono essere, anche ingeriti, attraverso cibi o infusi. Gli effetti della marijuana e dell’hashish, sono quasi immediati e svaniscono dopo quasi tre ore: aumento delle percezioni sensoriali, aumento dello stimolo della fame, occhi arrossati e problemi di salivazione, diminuzione della pressione che, specie se si è assunto alcol, può provocare malessere nausea e svenimenti. Ci si sente subito rilassati e dopo l’iniziale euforia, un po’ confusi mentalmente.

Le “canne” rallentano i riflessi e quindi, messi così, confusi e poco concentrati, diventa pericoloso fare molte cose, soprattutto guidare. In generale, comunque, gli effetti sono legati allo stato d’animo dei consumatori, per cui se si è agitati o in ansia vengono amplificati gli effetti negativi e si sta ancora peggio. In alcuni casi e in soggetti che assumono forti quantità, si può verificare una modificazione dello stato emotivo con tristezza, tendenza all’isolamento, ansia ed apatia, assenza di partecipazione, disturbi dell’attenzione e della memoria identificati come “sindrome amotivazionle”.La cannabis inoltre ha un effetto di rottura nei confronti dei rapporti formali e gerarchici: i rapporti imposti dalle convenzioni vengono mal sopportati. Conseguentemente l’uso di cannabis, crea delle problematiche in situazioni in cui i rapporti, siano appunto di lavoro, di studio o comunque d’impegno e non di tipo ricreativo. A livello fisico, nel caso di forti dosi, è facile sentirsi male con una sindrome detta “collasso”, in cui si diviene pallidi, si suda freddo, si ha capogiri e nausea.

Alcol etilico

L’alcol etilico o etanolo, è una sostanza liquida incolore che si forma per fermentazione di zuccheri semplici. Vino, birra, distillati, superalcolici: mille forme di consumo del tutto lecite, che non devono far dimenticare, i rischi connessi all’uso di questa sostanza. Il consumo di alcol non è illegale, ma fa parte della nostra cultura. Questo porta a sottovalutarne i rischi, causando comportamenti dannosi per la salute fisica psichica e sociale. Si beve per rompere il ghiaccio verso gli altri, poiché il primo effetto è quello dell’ebbrezza: una sensazione di leggerezza, voglia di parlare, socievolezza, allegria. L’effetto dell’alcol, oltre che dalla quantità assunta, è determinato anche dal peso corporeo, dall’età, dal sesso per cui è bene conoscere le proprie reazioni all’alcol. L’uso continuato, per il fenomeno della tolleranza (aumento della quantità per ottenere i soliti effetti), può portare alla dipendenza. Con la dipendenza, si avvertono sintomi di mancanza della sostanza, tremori alle mani e alla lingua, crampi, nausea, ansia, irritabilità. A livello fisico l’uso continuativo d’alcol, provoca gastriti, ulcere, epatiti, cirrosi. A livello psichico, l’alcol porta dei cambiamenti d’atteggiamento, con la tendenza a diventare violenti, aggressivi, petulanti. Anche piccole quantità di alcol (un paio di bicchieri di vino, un boccale di birra, un bicchierino di superalcolico), possono determinare modificazioni della percezione del pericolo, della velocità, delle distanze e per questo l’alcol è causa di molti incidenti stradali.

Diffusione e Uso delle droghe e dell’Alcol

Loisir Notturno e Droghe: Un connubio pericoloso
La diffusione di sostanze stupefacenti nelle discoteche

L’uso di droghe e alcol, risulta correlato a momenti di socialità e divertimento, ed è concentrato nei luoghi dove si balla. Rispetto al “quando” si nota che l’abuso di alcol e l’uso di sostanze stupefacenti sono concentrati nel fine settimana ed aumentano con l’ora della notte. I soggetti consumatori d’alcol e di droghe, a scopo ricreazionale, non appartengono alle fasce sociali più svantaggiate o alle frange dell’emarginazione, ma vanno ricercati tra i giovani, gli studenti, gli impiegati, provenienti da categorie benestanti e acculturate. Per questi giovani, il rischio è collegato alla possibile futura dipendenza, ad eventi occasionali associati ad alterazioni (incidenti) o inesperienza (overdose), e dal consumo a lungo termine. La maggior parte ne fa un uso ricreativo contestuale, soprattutto nei luoghi del divertimento, e probabilmente solo una minoranza sarà interessata da fenomeni di dipendenza cronica e da conseguenti problematiche di disagio psico-sociale ed esclusione, tipici degli alcolisti e dei tossicodipendenti.

In rapporto alla sostanza stupefacente consumata ed ai modelli di consumo, si riscontrano notevoli differenze nelle condizioni sociali; le condizioni peggiori sono rilevabili tra i consumatori di eroina ed oppiacei e tra i tossicodipendenti cronici. Si è rilevato che le condizioni sociali dei tossicodipendenti, è caratterizzata da un livello d’istruzione basso (non essere mai andato a scuola; non aver completato le scuole elementari), da una condizione lavorativa di disoccupato e con una condizione abitativa precaria.

La tipologia del consumo di sostanze stupefacenti, all’interno della popolazione, si divarica su tre diversi livelli ed è correlata a fattori sociodemografici, alla percezione del rischio, agli stili di vita. Si distingue, un tipo di consumo come “esperienza una tantum” di sostanze stupefacenti, ovvero come un uso qualsiasi, nell’arco della vita di una persona. Un secondo tipo di consumo è denominato “uso recente” di sostanze stupefacenti, ovvero un uso qualsiasi nell’arco dei dodici mesi. Un terzo tipo di consumo è l”uso corrente” di sostanze stupefacenti, riferendosi ad un uso qualsiasi negli ultimi trenta giorni.

Il consumo di stupefacenti come esperienza una tantum e uso recente è superiore tra i giovani adulti (15-34 anni), che non nella popolazione nel suo complesso. La prevalenza di questi modelli di consumo fra i giovani adulti, si collega a un uso delle sostanze a scopo ricreativo, che appunto richiede uso contestuale al momento del divertimento.

Escludendo tabacco e caffeina, l’alcol è la sostanza psicoattiva maggiormente utilizzata dai giovani dell’Unione Europea. Si riscontra un aumento dei livelli d’ubriachezza e dell’uso corrente dell’alcol a fini ricreativi. Il bere da parte dei giovani fino ad ubriacarsi, denominato “binge drinking” (cinque o più bicchieri di seguito, negli ultimi trenta giorni), costituisce un crescete problema. In Italia oltre il 40% dei ragazzi, fanno un esperienza una tantum, di ubriachezza A ciò si connette la tendenza giovanile a coniugare l’uso d’alcol insieme a droghe illecite.

Riguardo al consumo di sostanze illecite, si concentra nei giovani adulti (15 -34 anni), soprattutto nella fascia maschile rispetto a quella femminile ed è prevalente nelle aree urbane, anche se recentemente si stia diffondendo nelle città più piccole e nelle aree rurali.  Tra le sostanze illecite il consumo di cannabis, risulta di uso più frequente in tutti i paesi dell’Unione Europea, ed è in costante aumento. In Italia oltre il 20 % dei giovani fa un uso di cannabis. Questo comportamento va di pari passo con l’atteggiamento di permissivismo verso l’uso di cannabis, che è andato progressivamente aumentando a partire dagli anni 90. L’esperienza una tantum della cannabis è molto più elevata rispetto all’uso recente o corrente: ciò fa supporre che l’uso della cannabis tende ad essere occasionale, oppure che viene interrotto dopo qualche tempo.

Le sostanze illecite diverse dalla cannabis (anfetamine, ecstasy, cocaina) sono consumate da percentuali molto inferiori da parte dei giovani adulti. Anche in questo caso il consumo regolare o pesante è raro; per la maggior parte delle persone si tratta di consumo di breve durata, ovvero l’esperienza una tantum di sostanze stupefacenti è nettamente superiore ad un uso recente.

Dopo la cannabis, le droghe di uso più frequente sono di solito l’ecstasy o le anfetamine. In passato, la prevalenza dell’uso di anfetamine era in genere superiore alla prevalenza dell’uso di ecstasy, ma oggi questa differenza è meno evidente. Come accade con la cannabis, i tassi più elevati in termini di esperienza una tantum ed uso recente, si riscontrano tra i giovani adulti. Alcuni indicatori fanno pensare che il consumo d’ecstasy abbia continuato a diffondersi in alcune aeree della popolazione giovanile urbana Europea. Da alcuni studi emergono tassi di prevalenza estremamente elevati tra questi gruppi, per quanto nella popolazione in generale, non si osservi un aumento pronunciato del consumo d’ecstasy. A differenza degli altri paesi Europei, in Italia tra i giovani adulti è superiore un consumo recente di cocaina, rispetto ad un consumo recente d’ecstasy e anfetamine. Mentre il consumo d’eroina nei giovani adulti, è in calo in tutti i paesi dell’ Unione Europea.

Il livello di diffusione dello sostanze stupefacenti, è direttamente collegato dalle rotte internazionali della droga. L’Italia, come è noto, non è un paese produttore di sostanze stupefacenti. Le droghe dunque giungono nel paese direttamente dai Paesi produttori e raffinatori, in relazione all’efficacia delle attività di contrasto, poste in essere dagli Organismi nazionali interessati. In Italia i flussi di cocaina e anche di cannabis, giungono a partire dalla diramazioni originate in sud-America e in Africa, dove si sono costituite vaste aree di stoccaggio. Mentre il traffico di anfetamine, ecstasy, allucinogeni parte dal mercato Europeo, in particolare dall’Olanda e dalla Polonia. Per quanto riguarda il traffico d’eroina, la rotta Cinese è quella principale.

Il numero di sequestri di stupefacenti in un determinato paese viene considerato, solitamente come un indicatore indiretto dell’offerta e della disponibilità di sostanze stupefacenti, per quanto esso rifletta anche le risorse, le priorità e le strategie delle forze dell’ordine .

La cannabis è la droga oggetto del maggior numero di sequestri in tutti gli Stati membri, eccetto il Portogallo dove prevalgono i sequestri d’eroina. Il numero di sequestri di cannabis è aumentato continuamente nell’Unione Europea a partire dal 1985, ma sembra essersi stabilizzato a partire dal 1999. Fin dal 1996 la Spagna, ha sequestrato il maggior quantitativi di cannabis, più della metà del totale sequestrato in tutta l’Unione Europea. In Italia sono stati sequestrati nel 2001 attorno a 53078 kg. di cannabis.[1] Per quanto concerne i sequestri di cocaina è emerso un complessivo aumento dei sequestri a partire tra il 1985 e il 2001[2]. Nel 2001, è stato segnalato un marcato aumento, dovuto principalmente ad un forte aumento del quantitativo totale di cocaina sequestrato in Spagna, che si conferma, come per la cannabis, con il livello più alto di sequestri. I sequestri di droghe sintetiche (anfetamine, ecstasy, lsd) sono aumentati in tutta l’Unione Europea tra il 1985 e il 1999, stabilizzandosi nel 2001.

Le discoteche e il mondo delle sostanze stupefacenti

La Discoteca e La diffusione di sostanze stupefacenti
La Discoteca e La diffusione di sostanze stupefacenti

L’uso di sostanze stupefacenti e d’alcol, risulta legato a momenti di socialità e di divertimento ed è concentrato nei luoghi dove si balla, come le discoteche. Questo comportamento da parte dei giovani, all’interno dei contesti del divertimento notturno, è spiegabile per la curiosità e per la sperimentazione di momenti emozionalmente forti. Inoltre il giovane considera come importante esclusivamente il momento presente, ovvero ciò che viene vissuto positivamente qui ed ora, senza una prospettiva riguardo alla conseguenza dei propri comportamenti, come se il tempo fosse costituito da attimi separati l’una dall’altro e non da un continuum presente. A questo atteggiamento, spesso si collega la tendenza a supervalutare se stessi e in particolare le proprie capacità di autocontrollo, associata ad una complementare sottovalutazione dei rischi connessi all’uso dell’alcol e-o di droghe. A questi fattori che spingono all’uso di alcol e di droghe, se ne aggiungono altri, come i comportamenti e gli stili di tipo imitativo all’interno del gruppo, la reperibilità sul mercato, occasioni favorevoli.

Oggi per i giovani, è molto più facile usare alcol e droghe per divertirsi, perché prevale un atteggiamento di permissivismo nei loro confronti. Le ricerche condotte, evidenziano un aumento da parte dei giovani, verso la propensione a trasgredire. Ciò è particolarmente vero per l’uso saltuario di “droghe leggere”, ovvero il fumare occasionalmente della marijuana, in cui ci si riconosce, ben il 40% dei giovani, tra i 15-24 anni. La possibilità di ubriacarsi, non è esclusa oggi, da ben il 70% dei giovani. Il 16% dei giovani ha un atteggiamento permissivo verso l’uso d’ecstasy in discoteca e un 7% è propenso verso l’uso di droghe pesanti, come l’eroina. Se in passato alcol e droghe, venivano considerate dai giovani come un elemento trasgressivo se non addirittura di protesta rispetto il mondo delle regole e del conformismo, oggi si osserva una progressiva “normalizzazione” dell’uso in genere, soprattutto per quanto riguarda l’uso delle droghe leggere e l’uso problematico dell’alcol. L’eroina, conserva ancora l’immagine negativa, legata allo stereotipo del tossico, emarginato socialmente; mentre le droghe leggere, fanno parte della normalità e quelle sintetiche insieme all’uso della cocaina, stanno perdendo una connotazione negativa, in certe fette di popolazione e in certi contesti.

In concomitanza ad un cambiamento di atteggiamento dei giovani, verso le droghe, è cambiato anche quello, verso la discoteca, che ha perso quella carica di trasgressione, che aveva all’inizio degli anni 90, caratterizzata dal fenomeno della techno e dall’uso di certe sostanze, come l’ecstasy.

Il fenomeno dell’ecstasy come droga culto del sabato sera e della discoteca, ha perso la sua centralità e quella forza trasgressiva, che aveva all’inizio degli anni 90, quando l’ecstasy accoppiata insieme alla techno music, spopolava nelle discoteche di tutta Italia. Oggi sono pochi i locali di tendenza che fanno solo musica techno, in quanto la maggior parte delle discoteche hanno un’offerta diversificata, principalmente con musica commerciale. Il giovane all’interno di una “rinnovata” discoteca, ben distinta e lontana da quella degli anni 90, si diverte, sfoggiando comportamenti esibizionistici sia nel vestire che nell’uso di sostanze, che si collocano all’interno di un atteggiamento di “normalità”. In questo contesto l’uso d’alcol è ideale, da solo o come substrato ad altre sostanze, per chi cerca nel divertimento del fine settimana, un passaggio obbligato dei modelli comportamentali socialmente più accettati, se non anche per un certo verso subiti.

I giovani d’oggi percepiscono una sorta d’”istituzionalizzazione” della discoteca, che ha influito nel mettere in crisi la discoteca come luogo della trasgressione. La trasgressione e l’uso più massiccio di altre sostanze si è spostato, in altri luoghi e momenti della notte: i rave legali e illegali, i locali che fungono da pre-dopo discoteca, (i pub, i bar, i disco-pub) oppure le feste private, in cui ognuno può autogestirsi a piacimento. Non solo la discoteca, ma anche tutti gli altri locali del loisir e degli spazi notturni, rappresentano per i giovani, un ambito privilegiato del consumo di alcol e droghe.

Dopo l’alcol le sostanze stupefacenti utilizzate a scopo ricreativo, in particolare nei luoghi legati al ballo e alla musica (ovvero la discoteca e tutti i locali che funzionano da pre-dopo discoteca) sono la cannabis, la cocaina, l’ecstasy e l’eroina. Oggi non solo nella discoteca, ma anche negli altri luoghi del divertimento notturno, è presente un offerta quantitativamente rilevante e diversificata di sostanze e dei potenziali consumatori.

Per i giovani nei locali notturni è relativamente facile reperire sostanze ed è anche facile avere occasioni in cui le sostanze sono offerte. Il 37% dei giovani tra i 15-34 anni, gli è capitato di sentirsi offrire cannabis, il 12% ecstasy, all’11% della cocaina, mentre l’offerta di eroina ha riguardato meno di quattro giovani ogni cento. La cannabis è la droga illegale, largamente dominante nella scena, e come le altre sostanze è di facile reperibilità, da qualche amico, a scuola, alla sala giochi, in discoteca e in tutti gli altri luoghi del divertimento notturno.

L’Alcol nelle discoteche

In discoteca rimane forte il problema dell’alcol, in quanto s’inizia a bere nei locali che funzionano da pre-discoteca (happy-hour, aperitivi, pizzerie, ristoranti, pub, bar, birrerie) e si continua in discoteca. L’alcol da sempre nella nostra cultura, all’interno del contesto della festa e delle relazioni interpersonali, è accettato. A maggior ragione, l’alcol nei locali del divertimento notturno, come la discoteca, rimane una sostanza, che si adatta bene a chi vuole divertirsi esagerando un po’, oppure per coloro che vogliono “sballarsi”, evitando di prendere droghe illegali, per paura o inesperienza. L’alcol è fra le sostanze psicoattive quella più diffusa e meglio integrata nel contesto culturale e sociale e il suo consumo è pienamente legale. Contrariamente alle droghe illegali, raramente è vissuto come sostanza marginalizzante, a meno che, non si sia consumato in “eccesso”.

In discoteca i giovani consumano soprattutto cocktail e superalcolici, per ottenere uno stato inebriante, adatto all’ambiente edonista della discoteca. Pur avendo dei costi elevati, i giovani non si privano di uno e più bicchieri d’alcol, necessari per raggiungere uno stato mentale “arzillo”, che “aiuta” a vivere il divertimento, in discoteca.

L’uso d’alcolici è parte integrante dello stile di divertimento giovanile, centrato sulla valorizzazione dell’uso inebriante dell’alcol. In Europa 57000 di adolescenti muoiono ogni anno a causa dell’uso d’alcol. Esemplificando, in Europa un decesso su quattro sui ragazzi tra i 15 e i 29 anni è dovuto all’alcol e si attribuisce il 10% del carico di malattie.

I problemi di salute, sanitari e sociali legati all’alcol non sono associati solo all’eccessivo consumo, ma insorgono anche a fronte di livelli di assunzioni moderate. A questo proposito è importante considerare che l’uso/abuso di alcol, oltre ad avere conseguenze dirette sulla salute, causando l’insorgenza di determinate patologie a differenti livelli di gravità, ne ha altre indirette. In primo luogo causa una spesa sociale considerevole, in termini di perdita di produttività e di costi per la salute, portando all’utilizzo di una quota significativa di servizi sanitari. Inoltre è considerato uno dei fattori diretti degli incidenti stradali, che portano al fenomeno delle “stragi del sabato sera”. L’alcol fra i giovani è spesso usato insieme ad altre sostanze e ciò fa aumentare i rischi verso la perdita di salute del giovane. Oggi i giovani, hanno accesso ad una serie più ampia di stupefacenti e sono più numerosi quelli che li consumano insieme all’alcol.

Attualmente l’abuso di alcol tra gli adolescenti, raramente esiste senza il concomitante uso di altre droghe, anche se l’alcol rimane la droga prevalente d’abuso tra loro. Emerge una poliassunzione fra i giovani, in cui la più diffusa combinazione è quella fra alcol-droga. Partendo dal presupposto che oggi, fra i giovani, “se non c’è lo scenario adatto non c’è assunzione”, la discoteca insieme ad altri luoghi del loisir notturno, si presenta come un contesto adatto per una poliassunzione di alcol e altre droghe. Tali sostanze sono consumate in gruppo, non c’è un rapporto privatistico come per l’eroina, ma le si prendono per sentirsi ancora di più “parte della tribù, per sfondare la notte”. Spesso l’alcol rappresenta una “sostanza di passaggio” all’uso sequenziale di altre droghe, ovvero è un trampolino di lancio verso l’uso di altre sostanze, seguendo un ordine cumulativo, che secondo alcuni studi, procede dall’alcol verso l’uso di sigarette, marijuana e cocaina.

Come ha messo in evidenzia il direttore esecutivo dell’OEDT Georges Estievenart in Europa l’uso di alcol e di droghe illegali, fra i giovani, è aumentato alla fine degli anni 90. Nonostante qualche segnale di stabilizzazione, non c’è nulla che indichi una generale diminuzione significativa. Perciò l’UE, deve adoperarsi a fondo per raggiungere l’obiettivo definito nel piano d’azione delle droghe e dell’alcol. Una delle soluzioni possibili è quella d’investire maggiormente nella prevenzione dei giovani detti “vulnerabili”, tra i quali l’uso di droghe e alcol è più elevato.

L’Ecstasy, l’lsd, le anfetamine: Nuove droghe e altre sostanze

L’Ecstasy, l’lsd, le anfetamine, si definiscono “nuove droghe”, ma in realtà proprio nuove non sono, se è vero che l’Mdma, è stata sintetizzata nel 1912, la dietilamide dell’acido lisergico nel 1938 e le anfetamine a fine 800. Sono invece originali le modalità e i contesti in cui si consumano queste sostanze, riscoperte all’inizio degli anni ’90 da una nutrita fetta di ragazzi, che ne ha fatto un ingrediente fondamentale del proprio modo di vivere la notte e il loisir. Sono utilizzate, in genere, in un tempo e in uno spazio ben precisi: il tempo del week-end, (inteso come zona franca in cui salta tutto ciò che appartiene al quotidiano e si dà via libera alla sperimentazione), e lo spazio della discoteca, del rave o di qualsiasi evento analogo in cui la musica techno, in tutte le sue varianti (soprattutto progressive e underground) domina la notte. Per questo, forse, più che “nuove”, e oltre che “chimiche” (o “di sintesi”) andrebbero definite “di contesto” (gli inglesi le chiamano “dance drug”, ovvero droghe da ballo).

Anche se queste sostanze, sono note in Italia già da qualche anno, cominciano a far parlare di sé attorno al 1990. In quel periodo, a seguito di tendenze anticipate negli Stati Uniti e nella stessa Inghilterra, assume connotazioni più precise un certo stile di vita del mondo giovanile, che ruota attorno al fine settimana, alla moda e alla musica di tendenza (house e techno). La discoteca, uno dei più importanti luoghi di aggregazione di massa di questi ultimi anni, torna in voga e in più, arrivano anche in Italia, i rave. Sull’onda di questa rivitalizzazione della club culture, fioriscono anche i fuori orario (after-hours). Il consumo di droghe di sintesi tende ad affermarsi soprattutto in questi contesti. Naturalmente non tutti (e sono davvero tantissimi), quelli che ascoltano la techno, vanno in discoteca o frequentano i rave, consumano anche queste sostanze. Così come non tutte le discoteche (o rave, etc) sono interessate da questo fenomeno, che è particolarmente osservabile in alcuni ambiti, quelli che vengono definiti “di tendenza”. Ma fra gli habitué della techno-notte, l’area degli sperimentatori e degli occasionali consumatori (cioè di chi usa una volta o due e poi smette) è probabilmente ampia.

Analizzare il rapporto tra nuove droghe e il divertimento in discoteca, significa prendere in analisi tre significati che sono associati al consumo di tali droghe: il significato del gruppo, il significato dell’ambiente, il significato del consumo individuale.

Per quanto riguarda il primo significato, il gruppo informale, è da intendere come “sistema di frequentazione”, cioè come contesto nei quali la comunicazione è insieme, intensa (interpersonale e intima) ed estesa (orientata al divertimento). Il consumo personale di sostanze stupefacenti ed il divertimento, sono compatibili con la frequentazione di gruppo, la quale, da una parte rispetta delle sperimentazioni personali e, dall’altra favorisce il divertimento. Tuttavia, tra gruppo e consumo di sostanze stupefacenti non c’è alcuna associazione diretta. In primo luogo il consumo di sostanze è individualistico e il gruppo viene sostituito da un ambiente spazio-temporale, nel quale il “popolo della notte” diventa un fattore molto più trainante della frequentazione. All’interno delle discoteca o dei rave, la frequentazione viene sospesa, perché è una struttura troppo ingombrante per un genere di contesti, centrati su un divertimento fisico, sensoriale. Insieme al gruppo, si va in discoteca o al rave, ma una volta entrati, le relazioni interpersonali su cui si fonda il gruppo, sono sospese. Contemporaneamente il consumo di “nuove droghe” non minaccia la frequentazione del gruppo, e per questo si configura come riferimento “rassicurante”, sulla normalità della situazione sociale e sul fatto che non si è dipendenti. Questo è un motivo che lega la frequentazione del gruppo al consumo di sostanze stupefacenti.

L’ambiente spazio-temporale dei luoghi del loisir notturno, soprattutto le discoteche, si presentano come luoghi istituzionalizzati della frequentazione, che tendono ad anestetizzare il divertimento di gruppo.

Per quanto riguarda il significato del consumo individuale, il consumo di “nuove droghe” si presenta sia alla sperimentazione personale occasionale che, sebbene in misura molto minore, ad un consumo più continuato e sistematico. Sono consumate soprattutto da giovani adulti, quasi esclusivamente maschi e assai spesso non studenti. Sono soggetti che non vivono una condizione socio-economica di disagio, ma all’opposto sono coinvolti in un ambiente consumistico. L’uso di nuove droghe, come l’ecstasy, risponde all’affascinante idea di “provare”, per vivere fino in fondo la propria vita, convinti così di poter valorizzare se stessi senza veri e propri danni, pervasi da un senso di sicurezza, più che interessati al rischio. Il fascino del consumo è nell’esasperazione di un mito del nostro tempo:la rivoluzione cognitiva, l’apertura infinita al possibile, l’indistruttibile lucidità di una mente libera.

In discoteca, come nei rave non si consuma solo “nuove droghe”, ma è diffusa una poliassunzione. E’ tipico dei giovani consumatori di “nuove droghe”, quella di prendere più sostanze, in una stessa sera. Molti bevono alcolici, soprattutto birra e cocktail. Molti aggiungono all’ecstasy dell’lsd (mezzo francobollo o uno intero) per accentuare l’effetto dell’mdma, oppure anfetamina o cocaina per poter ballare di più. Ormai la cocaina, ha abbandonato il suo status di droga “glamour”, legata solo al bel mondo e sta velocemente diventando, un’abitudine di consumo anche di questi contesti, sniffata come piatto forte della serata o per dare il tono ‘giusto’ a qualche altra droga. L’hashish, naturalmente, non manca. Si usa in genere alla fine: per far “scendere” l’eccitazione delle pastiglie, ma c’è anche chi fuma all’inizio, per far “salire” più lentamente lo sballo. Fra i classici consumatori di ecstasy, sono ancora molto pochi e legati a circuiti estremi e devianti, quelli che decidono di usare eroina. Eventualmente viene “tirata” al termine della loro notte, quando si accorgono di non riuscire a sedare l’ipereccitazione provocata da uso e abuso di queste sostanze, rischiando di diventare dipendenti da eroina senza rendersene conto. Per lo stesso motivo, quando capita, i più, prendono sedativi. Verso mattina la festa finisce. Allora, si sale in macchina e si cerca un posto dove far colazione. La maggior parte dei giovani tornano a casa, ma se da qualche parte, c’è un “fuori orario” qualcuno ci va, anche quando è distante. Arriva il primo pomeriggio della domenica. C’è chi va a dormire o si ferma in uno dei motel che stanno ai margini delle superstrade, a continuare a far festa; altri si dirigono allo stadio oppure a un After tea. E in un attimo è lunedì. Riparte la settimana, con i consueti ritmi di lavoro e di studio, che si cerca di mantenere fino al nuovo sabato.

La discoteca non si presenta come il solo spazio d’assunzione di una sola sostanza stupefacente, in particolare d’ecstasy, ma esiste un consumo di una pluralità di sostanze, tra cui spicca quello di cannabis, di cocaina e d’alcol. In secondo luogo, la discoteca non è l’unico contesto notturno, dove i giovani assumono droghe, ma c’è un consumo di sostanze per la tipologia d’offerta dei locali notturni, che parte dall’ happy-hour per arrivare all’after-hour.

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Nuove dipendenze

Dipendenza da Internet: Caratteristiche psicologiche dei soggetti a rischio

Internet rappresenta un’ottima risorsa per fuggire dalle preoccupazioni quotidiane ed isolarsi in una realtà idilliaca.

Particolarmente esposti al rischio di sviluppare una dipendenza dalla Rete sarebbero, quindi, i soggetti con problemi esistenziali, con bassa autostima, con difficoltà nei rapporti sociali e tendenti all’isolamento. Essi sarebbero particolarmente attratti dalla possibilità di trascurare i propri problemi investendo tutte le proprie energie in una realtà virtuale.

Alcune ricerche eseguite su cybernauti mostrano che questi soggetti tendono a condurre una vita solitaria e a restringere i propri contatti sociali. Essi si conformano generalmente poco alle convenzioni sociali e sono emozionalmente più reattivi nei confronti degli altri. In conclusione emerge un profilo del soggetto dipendente caratterizzato da spiccata sensibilità, tendenza ad isolarsi e ad evitare di esporsi al contatto sociale. Riflettendo su queste caratteristiche si vede subito come esse trovino una risposta ed una soddisfazione immediata in tutte quelle componenti della Rete di cui si è già discusso. Per esempio, l’anonimato delle attività on-line è un forte attrattore per i soggetti solitari e cauti nelle relazioni sociali.

Una ricerca eseguita in Italia anni fa su un campione di un centinaio di soggetti, che sono stati divisi tra dipendenti e non-dipendenti sulla base dei punteggi riportati all’Internet Addiction Test, e’ risultato, sulla base di alcuni test di personalità, si e’ concluso che entrambi i gruppi non presentano condizioni sintomatologiche rilevanti, ma i dipendenti riportano punteggi più alti nella scala di deviazione psicopatica e d’instabilità emotiva; sembrano inoltre avere scarso controllo delle proprie emozioni. Questi risultati indicano che il soggetto dipendente da Internet tende verso una maggiore istintualità ed una espressione diretta del suo sé, che difficilmente si conforma alle regole sociali. La Rete, attraverso l’anonimato, promuove l’abbassamento delle inibizioni e la libera manifestazione di sé.

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Nuove dipendenze

La Dipendenza da Internet

L’introduzione della telematica, l’unione tra telecomunicazioni (il telefono) e informatica (il computer e gli altri apparecchi informatici), ha permesso ai vari computer di comunicare tra loro e scambiarsi ogni tipo di documento (file). Ciò è possibile grazie ad un unico apparecchio, il modem, il quale converte i segnali digitali provenienti dal computer in segnali analogici, che possono essere trasmessi attraverso le linee telefoniche. Questo è il meccanismo che sta alla base di Internet, la “Rete delle reti”, così denominata perché collega diverse reti formate a sua volta da varie unità di base.

Internet può essere considerato un sistema “democratico”, perché permette la libera comunicazione tra i computer di tutto il mondo, i quali si scambiano l’informazione in maniera decentrata ed indipendente: non c’è infatti un unico centro che si occupa dello smistamento dei dati. Questa innovazione tecnologica ha avuto, più di qualsiasi altra, un enorme impatto nella vita quotidiana di ogni individuo.

Cenni storici su Internet

L’origine di Internet risale al 1969, quando, in piena Guerra Fredda, il Dipartimento della Difesa Statunitense affidò all’ ARPA (Advanced Research Project Agency), il compito di creare una rete di collegamenti tra i computer presenti nelle postazioni tattiche militari più importanti. Fondamentale era che non vi fosse nessun nodo centrale nella rete, ma che tutti i computer veicolassero il passaggio dell’informazione in entrata e in uscita. In questo modo, anche se uno o più segmenti della rete fosse stato distrutto dai bombardamenti, i dati avrebbero potuto seguire altre strade e non essere comunque perduti. La rete militare che venne istituita si chiamò ARPANET (Advanced Research Projects Agency Network). Durante gli anni settanta nacquero altre reti universitarie e di ricerca collegate ad ARPANET, ma tuttavia restavano esclusi tutti gli atenei che non avevano rapporti con il Ministero della Difesa. Così nel 1983 la sezione militare di ARPANET si separò creando una propria rete alternativa, MilNet; contemporaneamente il governo istituì la National Science Foundation (NSF), con il compito di creare un’altra rete a scopi di ricerca che collegasse tutte le università interessate. Nacque così NSFNET, che diventerà poi l’attuale Internet.

Con la crescita della rete, si sviluppò la consapevolezza che essa poteva essere sfruttata anche per scopi commerciali. Il boom di questo tipo utilizzo si ha negli anni Novanta: nel 1991 infatti, il Cern (Consiglio Europeo per la Ricerca Nucleare) crea una nuova architettura per semplificare la navigazione sulla rete, il World Wide Web (WWW). Da questo momento esplode lo sviluppo di Internet, che oggi è formato da migliaia di singole reti, ciascuna delle quali raccoglie un certo numero di macchine individuali. E’ diventato uno strumento di massa, non più accessibile esclusivamente ad università ed enti di ricerca; rappresenta una realtà costituita da servizi, risorse, affari, enti e persone, un’enorme banca dati di quasi tutto lo scibile.

I servizi della Rete

In realtà Internet si rende disponibile per un’infinità di funzioni  che nel loro insieme, non solo servono alla comunicazione, ma vanno a costituire il cyberspazio. Il computer non fornisce uno spazio reale in cui interagire, ma una “Realtà Virtuale”. Il termine “virtuale” deriva dal latino virtus, che significa forza, potenza, per cui il virtuale è ciò che esiste in potenza e non in atto, è qualcosa che è possibile attuare ma che non si è ancora concretizzato. In questo senso la comunicazione avviene in uno spazio nuovo, che non ha un “dove”, ma dei “siti” in cui gli utenti si incontrano. L’elemento fondante del Cyberspazio è la condivisione dell’informazione, in una società slegata dal contatto fisico.

Le E-Mail , i Social Network e la Messaggistica Istantanea (Whatsapp, Telegram, Messenger, ecc)

Riflettendo su tale innovazione tecnologica, possiamo rintracciare molti vantaggi rispetto per esempio alla posta tradizionale: questi servizi sono infatti molto più veloce, ma anche più economico, dato che non ci sono spese aggiuntive per l’invio di un messaggio, oltre al normale costo di collegamento alla Rete. La posta tradizionale, a differenza dei moderni strumenti di comunicazione, stimola il piacere dello scrivere e la cura del linguaggio testuale, al quale si fa ormai poca attenzione, in un mondo che va di fretta. Il linguaggio veicolato dal computer è infatti stringato ed essenziale, le emozioni vengono trasmesse attraverso un gergo particolare.

Il Linguaggio usato per la comunicazione su internet, non implicando il contatto “faccia a faccia”, favorisce la genuina apertura emotiva verso gli altri, ma allo stesso tempo il suo essere veloce ed essenziale, rende difficile l’espressione delle emozioni. Per questo è stato necessario creare un linguaggio particolare, costituito da convenzioni grafiche dette “emoticons” o “smiles”, al fine di far funzionare al massimo il messaggio scritto.

Eccone alcuni esempi:

🙂                                sto sorridendo, sono felice

🙁                                sono triste

:-)) oppure :))              grande sorriso, sono molto felice

:)))))))))                       sono veramente contento

:(((((((((                       sono veramente scontento

:-/ oppure :-!               sono perplesso

😀                               risata, allegria

😉                                ammiccare, scherzo

:-O                               stupore, schock

=)                                 sono sorpreso

:-e                                sono deluso

Internet e patologia

Dipendenza da internet assueffazione
Dipendenza da internet assueffazione

Come ogni altra innovazione tecnologica, Internet consente sotto molti aspetti un miglioramento nella vita delle persone, ma allo stesso tempo rappresenta anche un pericolo per chi non ne sappia usufruire in maniera adeguata. Infatti, è ormai assodato che l’uso eccessivo della Rete porta progressivamente alla distruzione della normale esistenza di un individuo, il quale viene assorbito totalmente dalla sua esperienza virtuale, rimanendo “agganciato” alla rete (Jamison, 2000).

Nel 1995 Ivan Goldberg, osservando questa sconvolgente realtà, propone ironicamente di introdurre nel DSM una nuova sindrome: l’Internet Addiction Disorder, di cui indica anche i criteri diagnostici, sulla base dei sette riportati dal DSM IV per la dipendenza da sostanze.

Questo gesto ironico e provocatorio ha un sorprendente impatto in ambito clinico, tanto che molti psichiatri e psicologi iniziarono a pensare che Goldberg potesse avere ragione, che veramente fosse possibile sviluppare una dipendenza nei confronti della Rete così come per la droga o l’alcol.

Ovviamente da allora si è scatenato un dibattito non ancora concluso, dal momento che molti autori, pur riconoscendo che l’abuso di Internet conduce a conseguenze molto negative, rifiutano l’idea che si possa parlare di una vera e propria dipendenza.

Uno degli studi pionieristici su questo fenomeno è quello di Brenner (1996). Egli conduce un’inchiesta on-line dalla quale risulta che i soggetti riportavano una media di 19 ore a settimana di collegamento ad Internet e oltre dieci segni d’interferenza nel funzionamento della vita quotidiana. \

L’80% del campione presenta almeno cinque di questi segni, tra cui incapacità di amministrare il tempo, perdita del sonno e dei pasti, etc.

Questi numeri fanno pensare che qualche problema correlato all’uso della Rete sia normale e perciò, non necessariamente si deve pensare ad una dipendenza.

Nonostante oggi si parli moltissimo di dipendenze comportamentali e di Technological Addictions, alcuni autori oppongono ancora resistenze al concetto di dipendenza senza sostanza. Ma, da un punto di vista strettamente psicologico, come ragionevolmente sostiene Grohol (1999), “Non è la tecnologia (che sia Internet, un libro, il telefono o la televisione) ad essere importante o a provocare la dipendenza, piuttosto è il comportamento.

Alcuni psicologi sostengono che le dipendenze da prodotti tecnologici, tra cui Internet, condividono con le dipendenze da sostanze alcune caratteristiche essenziali:

  • Dominanza (salience): L’attività o la droga domina i pensieri ed il comportamento del soggetto;
  • Alterazioni del tono dell’umore: l’inizio dell’attività o l’assunzione della sostanza provoca cambiamenti nel tono dell’umore, il soggetto può sentirsi eccitato oppure più tranquillo;
  • Tolleranza: bisogno di aumentare la quantità di droga o l’attività per ottenere lo stesso effetto;
  • Sintomi d’astinenza: malessere psichico e/o fisico che si manifesta quando s’interrompe o si riduce il comportamento o l’uso della sostanza;
  • Conflitto: conflitti interpersonali tra il soggetto e coloro che gli sono vicini, e conflitti intrapersonali interni a se stesso, a causa del suo comportamento disfunzionale;
  • Ricaduta: tendenza a ricominciare l’attività o l’uso della droga dopo averla interrotta.

 

“Come leggere e collezionare francobolli, i computer sono psicostimolanti e una certa parte della popolazione può sviluppare una dipendenza in risposta ad essi”, sostengono alcuni studiosi.

 

Uso patologico di Internet e gioco d’azzardo compulsivo hanno diversi punti in comune e molti autori hanno notato tale somiglianza.

Conseguenze dell’abuso della Rete

Quando Internet diventa l’interesse principale della vita di un individuo e tutto il resto si svuota d’importanza, l’individuo stesso cade in un progressivo isolamento che lo conduce a conseguenze molto negative sia dal punto di vista psicologico che fisico. L’esordio di alcuni di questi disagi caratteristici può essere sintomatico di una probabile dipendenza dalla Rete.

Problemi fisici

Disturbi fisici derivano principalmente dalla grande quantità di tempo speso davanti al computer e dallo stile di vita sedentario. Più frequentemente si registrano (Young, 1999; Orzack, 1996):

  • Disturbi del sonno, causati dall’abitudine del soggetto di rimanere collegato fino a tardi, sconvolgendo quindi il normale ritmo di sonno-veglia.
  • Eccessiva stanchezza, provocata dalla perdita delle ore di sonno.
  • Indebolimento del sistema immunitario, anch’esso conseguenza dell’irregolarità del sonno.
  • Irregolarità dei pasti. Il soggetto, a volte, si dimentica o salta volontariamente i pasti per massimizzare il tempo di collegamento ad Internet.
  • Scarsa cura del corpo e carenza di allenamento, poiché l’attenzione del soggetto è diretta verso un’unica attività: quella di collegarsi alla Rete.
  • Mal di schiena, sintomo della vita sedentaria e della mancata attività fisica.
  • Sindrome del Tunnel Carpale, dovuta particolarmente alla posizione del braccio per tenere il mouse.
  • Mal di testa.
  • Stanchezza degli occhi.

La dipendenza da Internet non porta, comunque, a problemi fisici gravi come quelli che si presentano nelle tossicodipendenze o nell’alcolismo. Piuttosto, similmente al Gioco d’Azzardo Patologico, sono le conseguenze psicologiche, familiari, economiche e lavorative ad assumere enormi dimensioni.

Conseguenze familiari

L’abuso di Internet interferisce nella vita relazionale del soggetto: numerose ricerche hanno riportato questo dato. Aumentando progressivamente le ore davanti al computer, ovviamente diminuisce il tempo disponibile da dedicare alle persone significative ed alla famiglia. In questo modo si rovinano rapporti tra genitori e figli, amicizie importanti, ma soprattutto sono i matrimoni che risentono più spesso dell’interferenza di un uso patologico della Rete. Inizialmente Internet è un ottimo mezzo per scappare dalla realtà quotidiana, la quale perde progressivamente di interesse, finché il soggetto arriva a trascurare gli oneri domestici, il lavoro ed il matrimonio stesso. Si riportano addirittura casi in cui madri dimenticano di andare a prendere i figli a scuola e di preparare loro i pasti (Young, 1999). Molte volte nascono relazioni sentimentali on-line, che vanno a mettere in crisi la stabilità della coppia, la quale ricorre spesso al divorzio.

Problemi lavorativi e scolastici
web addiction: dipendenza da internet
web addiction: dipendenza da internet

Da tempo l’uso di Internet è entrato sia in ambito scolastico, sia lavorativo, in particolare nel settore impiegatizio. Se esso rappresenta una risorsa per migliorare la produttività, è anche però un pericolo per coloro che sono a rischio di sviluppare una dipendenza nei suoi confronti; ambedue i contesti ne facilitano, infatti, l’uso senza regola.

Il soggetto dipendente, che rimane collegato per gran parte della giornata, comprese le ore notturne, non potrà avere un buon rendimento né a scuola, né a lavoro, a causa della stanchezza. L’eccessivo uso di Internet, pur essendo un ottimo strumento di ricerca per gli studenti, è anche una fonte di distrazione poiché mette a disposizione una miriade di attività ludiche e si presta facilmente ad un uso improprio. Anche gli impiegati hanno la possibilità di utilizzare la Rete comodamente sul posto di lavoro, per scopi non professionali. Molto frequenti sono, infatti, i licenziamenti che seguono a causa di questo comportamento.

Problemi finanziari

Questi si presentano soprattutto nei casi in cui il soggetto dipendente dalla Rete partecipa ad aste,  commercio on-line e gioco d’azzardo virtuale. Comunque i problemi economici possono anche scaturire dai costi dei collegamenti, che in alcuni casi raggiungono la durata di cinquanta ore settimanali. Un’altra attività che può compromettere la stabilità finanziaria è la fruizione di materiale pornografico: molti siti di questo tipo richiedono il numero della carta di credito all’utente che li vuole visitare.

Dipendenza da Intenert: Sintomi e Cura

Dipendenza da Internet
Dipendenza da Internet

Il concetto di dipendenza, sebbene tradizionalmente usato per descrivere una dipendenza fisica verso una sostanza, è stato recentemente applicato all’uso eccessivo di internet. La cosiddetta “dipendenza da internet” è una problematica ancora in via di definizione che si riferisce all’uso eccessivo di internet associato a comportamento irritabile e umore negativo quando se ne è deprivati. Questa condizione viene generalmente associata ai disturbi del controllo degli impulsi come il gioco d’azzardo patologico, in quanto emozioni negative come ansia o stati crescenti di tensione vengono temporaneamente sostituiti da un senso di piacere o rilassamento mediante l’uso e  abuso di internet.
Alcune caratteristiche distintive o sintomi della dipendenza da internet sono:

  • Preoccupazione e inquietudine per internet
  • Necessità di aumentare il tempo speso collegati ad internet per raggiungere lo stesso grado di soddisfazione precedente
  • Ripetuti sforzi di limitare l’uso di internet
  • Irritabilità, depressione o instabilità emotiva quando l’uso di internet viene limitato
  • Passare online più tempo di quanto precedentemente stabilito
  • Mettere a repentaglio lavoro o relazioni importanti per passare del tempo su internet
  • Mentire ad altre persone circa il tempo che si passa su internet
  • Utilizzare internet come strumento di regolazione delle emozioni negative quali il senso di solitudine e la tristezza

I sintomi della dipendenza da internet paiono quindi verificarsi quando lo stato psicologico di una persona, l’attività scolastica o lavorativa e le sue interazioni sociali vengono danneggiate dall’uso eccessivo o improprio di questo medium che acquisisce nella vita della persona un’importanza centrale a scapito delle altre attività fondamentali.
Alcuni studiosi hanno suggerito una distinzione tra una dipendenza da internet di tipo specifico, nella quale la persona trova gratificante solo alcuni aspetti del web, come le scommesse online, il sesso online, lo shopping o le chat, dalle persone che invece risultano dipendenti da internet in un modo più generalizzato e non legato ad alcune sue specifiche funzioni. In generale, tuttavia, pare che le persone che sviluppano una dipendenza da internet siano quelle che ne fanno un uso orientato generalmente ad attività ricreative, come videogiochi online, shopping e chat, piuttosto che un uso più prettamente strumentale, legato cioè alla corrispondenza elettronica (email) e alla ricerca di informazioni.
Le ricerche più recenti indicano che non esiste un tipo specifico di persona vulnerabile allo sviluppo di una dipendenza da internet, anche se risultano più frequentemente a rischio i giovani uomini single, gli studenti universitari, le donne di mezza età, le persone con un più basso livello di istruzione. Sembrano inoltre più a rischio persone affette da altri disturbi psicologici quali dipendenze, depressione, timidezza estrema e bassa autostima.

La cura della dipendenza da internet passa attraverso un mirato intervento psicoterapeutico di tipo cognitivo comportamentale. Occorre intervenire con una riduzione graduale del comportamento di dipendenza da internet, ma al contempo individuare dei comportamenti alternativi, sufficientemente gratificanti, che possano sostituirlo, aiutando il soggetto a superare le sue eventuali difficoltà socio-relazionali. Difficilmente gli psicofarmaci possono essere d’aiuto, almeno che non vi sia associato un importante livello di depressione.