Disturbo Borderline E Disturbi Correlati All’uso Di Sostanze: Doppia Diagnosi

Con il termine doppia diagnosi (DD)2 si intende, letteralmente, la presenza contemporanea di due disturbi psichiatrici che soddisfano i criteri diagnostici di un sistema nosografico di riferimento, nella nomenclatura psichiatrica si intende invece la compresenza di SUDS (dipendenza o abuso), con un altro disturbo psichiatrico (American Psychiatric Association, 1994; Faravelli, 2005; Manna, Daniele & Pinto, 2002).

Il termine DD deriva da una traduzione approssimativa del termine anglosassone “dual diagnosis” (De Leon, 1989), tuttavia il fenomeno della compresenza nello stesso soggetto di due o più diagnosi è noto anche con il termine comorbidità.

Alcuni autori parlano invece di “cosindromicità” (Ginanneschi, 2008). Il termine comorbidità rimanda infatti a due distinte eziopatogenesi, cosa rara in ambito psichiatrico rispetto a quello medico. L’espressione DD suggerisce invece la presenza di una relazione causa effetto tra i due quadri patologici, difficilmente riscontrabile nella pratica clinica, e l’idea di un doppio trattamento.

L’assunzione di sostanze psicotrope si può dunque configurare come causa, conseguenza o fenomeno concomitante rispetto a disturbi psicopatologici, che possono variare da singoli sintomi o segni di sofferenza psichica, configurando talora dei disturbi sottosoglia, fino a disturbi gravi e conclamati, anche di natura psicotica.

Le combinazioni ulteriori con tratti o disturbi di personalità diversi, in genere appartenenti al cluster B, variano e moltiplicano i quadri clinici con caratteristiche diagnostiche, prognostiche e terapeutiche molto diverse (Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Firenze, 2007).

Il problema della DD ha dunque evidenziato come gran parte delle così dette patologie sociali da dipendenze patologiche (tossicodipendenza, alcolismo, disturbi del comportamento alimentare etc…), hanno un disturbo psicopatologico preesistente, concomitante o susseguente ad esse (Manzato & Fea, 2004; Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Firenze, 2007).

Questa relazione può essere vera o spuria, disturbi indotti. I disturbi indotti possono sia scomparire in seguito alla sospensione dell’assunzione della sostanza psicoattiva, sia permanere come disturbo residuo, detto anche disturbo mentale organico indotto.

Quanto appena detto si accompagna molto spesso ad una confusione sulla
presenza o meno di una DD in un paziente, a volte infatti quando tali pazienti richiedono di entrare in terapia, le loro sindromi psichiatriche acute sono spesso scambiate per sintomi indotti dalle sostanze stupefacenti, o viceversa, fenomeni legati alla disassuefazione o all’intossicazione, sono scambiati per malattie psichiatriche. Inoltre anche quando la DD è accertata difficilmente viene presa in considerazione per gli interventi terapeutici successivi. (Fioritti & Solomon, 2002;

Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze, 2004).
Dunque, il processo diagnostico di tali pazienti, molto spesso è difficile, richiede osservazioni prolungate e disponibilità del clinico a rivedere costantemente le proprie conclusioni. Una corretta valutazione diagnostica è inoltre di fondamentale importanza a fini prognostici e per una corretta impostazione del trattamento (Fioritti & Solomon, 2002).

In termini generali la DD è un sottoprodotto della classificazione del DSM e rappresenta uno dei problemi metodologici maggiori della diagnostica psichiatrica (Bellio, 2005; Manna & Ruggiero, 2001; Manna et al., 2002).
In base alla sua strutturazione infatti il DSM non è in grado di definire
accuratamente situazioni cliniche complesse, se non affiancando più diagnosi contemporaneamente. Tali considerazioni hanno portato a pensare che la DD non sia che un artefatto del sistema categoriale. È difficile infatti immaginare che le diverse diagnosi psichiatriche presenti nel soggetto, corrispondano effettivamente a processi psicopatologici differenti e separati tra di loro, il clinico infatti solitamente percepisce un’unica configurazione psicopatologica, relazionale ed esistenziale, all’interno della quale interagiscono in modo complesso comportamenti e fenomeni psichici eterogenei.

Risulta quindi arduo distinguere lo stile tossicomanico dallo stile patologico complessivo della persona.

Nonostante queste riserve, di fronte ad un paziente con DD, diventa fondamentale analizzare la dinamica dei due fenomeni, capire come interagiscono e in che rapporto stanno tra di loro.

La relazione tra i due disturbi può essere molto complessa, la primarietà del disturbo psichiatrico può essere evidenziata da alcuni criteri: criterio di causalità (la classe di sostanze psicoattive, il pattern comportamentale, la storia e significato dell’assunzione, definiscono il rapporto intercorrente), criterio di utonomia (il disturbo psichiatrico è presente in astinenza), criterio temporale (il disturbo psichiatrico precede l’abuso di sostanze), criterio dell’espressività sintomatologia (il disturbo psichiatrico è evidente anche con il consumo della sostanza) e criterio di familiarità (è presente una storia familiare di disturbi psichiatrici).

La secondarietà del disturbo psichiatrico, come disturbo indotto, è dato dalla scomparsa del disturbo in seguito all’interruzione nell’assunzione della sostanza, ad eccezione dei casi in cui la sostanza porti a danni organici permanenti (Hasin, Samet, Nunes, Meydan, Matseoane & Waxman, 2006; Manzato & Fea, 2004).

La DD solleva molti problemi, primo fra tutti un quadro estremamente complesso di intervento. La presenza contemporanea di due o più disturbi determina infatti una maggiore gravità e tendenza alla cronicizzazione delle problematiche tossicologiche, mediche, psicologiche e sociali, rispetto alla sola condizione di dipendenza da sostanze psicoattive ed inoltre è più suscettibile a ricadute.

In questa tipologia di pazienti il decorso del disturbo è più lungo, la disabilità sociale è più grave, la riabilitazione è più lunga e difficile (Bellack, Bennett, Gearon, Brown & Yang, 2006; Fioritti & Solomon, 2002; Manna & Ruggiero, 2001; Manna et al., 2002; Manzato & Fea, 2004; Maremmani, Canoniero & Pacini, 2002; Mensi, 2004; Skodol, Oldham & Gallaher, 1999).

Fioritti e Solomon (2002), sostengono che, per i motivi sopra elencati, questo tipo di pazienti necessitano di programmi speciali che integrino e coordino elementi del processo di trattamento della malattia psichiatrica e della tossicodipendenza.

Il trattamento di pazienti con DD è un processo dinamico ed una storia di ricadute ed esacerbazioni deve essere messa in conto, il trattamento va inoltre individualizzato sulla base dei problemi specifici presentati da ciascun paziente.

Il personale che si trova a trattare con questa tipologia di persone si scontra spesso con quadri estremamente complessi e poco gratificanti, numerosi sono infatti gli insuccessi terapeutici e le ricadute.
In tale condizione anche la relazione con il paziente è gravemente danneggiata, oltre che dagli effetti della sostanza anche dalle problematiche connesse al disturbo psicopatologico (Osservatorio Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze, 2004).

Tutto ciò porta quindi necessariamente a delle implicazioni sul piano clinicodiagnostico e soprattutto terapeutico-riabilitativo, poiché denuncia le necessità di una visione biopsicosociale del problema e un dunque un intervento di tipo integrato, psicoterapeutico e farmacologico, specifico per questi pazienti (Cicogni, 2004; Fioritti & Solomon, 2002; Manna & Ruggiero, 2001; Manna et al., 2002).

La questione della DD solleva anche un altro problema, la relazione tra
Dipartimento di Salute Mentale, Ser.T. e Comunità Terapeutica; tale condizione infatti tende a sovrapporsi tra i vari servizi e richiede un avvicinamento della psichiatria ad un ambito dal quale era stata separata, come previsto dalla legge 685 del 1975 (Bellio, 2005; Cicogni, 2004; Fiorin & Citron, 2005; Fioritti & Solomon, 2002).
Dunque le difficoltà incontrate dagli operatori dei Ser.T. e dei Dipartimenti di Salute Mentale sono sostanzialmente tre (Cimillo, Veronesi & Pretelli, 2005):

  1. La difficoltà di formulare una corretta diagnosi psichiatrica, data
    l’interferenza e lo stato di intossicazione da sostanze psicoattive del
    soggetto (Fioritti & Solomon, 2002; Hasin et al., 2006; Osservatorio
    Europeo delle Droghe e delle Tossicodipendenze, 2004);
  2. La difficoltà di raggiungere, previa accurata e corretta disintossicazione,
    uno stato “drug free” del soggetto tossicomanico, onde effettuare una
    diagnosi più approfondita, per poi procedere a un trattamento il più
    possibile specifico ed efficace (Cicogni, 2004).
  3. Un terzo problema può essere rappresentato da una stretta collaborazione e integrazione tra Ser.T., Dipartimenti di Salute Mentale e Comunità
    Terapeutiche nella gestione del paziente (Cicogni, 2004).

Nell’ambito dell’approccio alla DD la fase clinico-operativa dovrebbe valutare i seguenti elementi:

  1. La diagnosi dei disturbi mentali e di personalità che coesistono con la
    dipendenza da sostanze;
  2. Il trattamento di gravi patologie concomitanti come: psicosi, disturbi
    dell’umore e disturbi di personalità;
  3. La diagnosi e il trattamento delle psicopatologie secondarie al consumo di
    alcol e di altre sostanze psicoattive;
  4. L’esistenza di un congruo numero di tossicomani con disturbi di
    personalità e/o altri disturbi psichiatrici di entità medio-grave, che sono al
    carico esclusivo al Ser.T. o al Dipartimento di Salute Mentale, non
    diagnosticati correttamente e non trattati adeguatamente.

I modelli di trattamento riabilitativo individuati per questi pazienti sono tre, integrato, parallelo e seriale (Cimillo et al., 2005; Fioritti & Solomon, 2002; Manzato & Fea, 2004; Osservatorio delle Droghe e delle Tossicodipendenze, 2004):

  1. Trattamento integrato, è un approccio che combina gli elementi del
    trattamento del disturbo psichiatrico e di quello dell’uso di sostanze
    psicoattive in un programma integrato. Impegna clinici ed esperti di entrambi i settori e sostiene un approccio unificato al management del caso, esso risulta in letteratura il più efficace. Il trattamento di entrambi i disturbi avviene in un’unica struttura appositamente organizzata e il paziente viene seguito e sostenuto da una equipe pluriprofessionale. La presenza di clinici esperti nei due settori permette l’attuazione di un trattamento riabilitativo più adeguato ai bisogni del paziente, mediante
    psicofarmaci, psicoterapia individuale, psicoterapia di gruppo e altre
    tecniche terapeutiche;
  2. Trattamento parallelo, prevede il simultaneo trattamento del disturbo
    psichiatrico e di quello dell’uso di sostanze psicoattive. Sia il trattamento
    parallelo che seriale riguardano l’impiego di programmi preesistenti, il
    trattamento prevede un certo grado di collaborazione e integrazione di
    clinici esperti nei disturbi psichiatrici e clinici esperti nel settore delle
    dipendenze. Entrambi i trattamenti sono attuati in due sedi diverse e da due equipe pluriprofessionali curanti separate.
  3. Trattamento seriale, è il modello di trattamento più antico e comune. Prevede il trattamento distinto, non simultaneo e sequenziale del disturbo
    psichiatrico e da abuso di sostanze. In base a questa modalità un servizio
    segue il paziente, riservandosi di consultare l’altro, per esempio per un
    parere o una particolare terapia farmacologia, o lasciando l’intervento
    dell’altro ad una fase successiva.

Al momento attuale i pazienti accedono al servizio che essi o loro famiglie
scelgono, o a cui sono indirizzati dal medico generale, in base al bisogno che appare prevalente, e sono poi i medici della struttura che, in base alle necessità, attivano con diverse modalità i colleghi dell’altra (Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Firenze, 2007).
La Regione Toscana ha riservato una particolare attenzione a queste
problematiche. Nella delibera 1165/02 sono infatti definiti i requisiti e gli standard minimi di funzionamento delle Comunità Terapeutiche per tossicodipendenti; al suo interno viene anche delineato un programma specialistico per gli utenti con DD, con garanzia di un servizio multidisciplinare e integrato e di una sempre maggiore collaborazione tra pubblico e privato.

Andando più nello specifico la situazione a cui prestare particolare attenzione viene rappresentata dall’associazione tra BPD e SUDS. Questa tipologia di pazienti sembra infatti differenziarsi da qualsiasi stereotipo legato alla tossicodipendenza e più di ogni altra sembra necessitare di un protocollo di intervento specialistico e integrato fra le diverse professionalità coinvolte nella presa in carico (Pasudetti, Callegari, Bacchin & Fiorin, 2005; Trinciarelli, Damiani & Zane, 2004).

Fra i disturbi di personalità il BPD si caratterizza poiché impegna i servizi in frequenti azioni di contenimento e fronteggiamento delle urgenze, il paziente si distingue infatti per una deficitaria regolazione delle emozioni, degli affetti, delle relazioni e della identità personale, dando frequentemente luogo a quadri di funzionamento caratterizzati da una perdita di controllo degli impulsi.

In tali pazienti si rileva un quadro patologico più severo, in particolare un elevato numero di problemi psichiatrici associati, un maggior rischio di esposizione a malattie infettive, di un severo coinvolgimento nell’abuso di sostanze e di comportamenti autodistruttivi (Darke, Williamson, Ross, Teesson & Lynskey, 2004; Pasudetti et al., 2005; Pompili et al., 2004; Stone, 2006; Trinciarelli et al. 2004).

Cicogni (2004) paragona la presa in carico di questi pazienti al gioco dell’“Uomo Nero”; tutti i servizi tendono a scartare il caso fino a che l’ultimo che rimane perde la partita.

A tale proposito è sufficiente ricordare una frase di Fonagy e Target (2001): “È sufficiente un solo paziente con una grave patologia borderline per distruggere l’equilibrio della vita del terapeuta a causa delle sue continue richieste di trattamenti “speciali”, disponibilità assoluta, contatto fisico e talvolta sessuale, perfetta sintonia e sforzi eroici per prevenire autolesioni o suicidio; d’altra parte tutti gli sforzi del terapeuta vengono ripagati con solo disprezzo, rimproveri, ostilità e, talvolta, attacchi fisici diretti.”

 

Disturbo Borderline E Disturbi Correlati All’uso Di Sostanze

L’assunzione di sostanze tossiche costituisce un fenomeno che sta assumendo un’importanza sempre maggiore e che, nonostante il gran numero di indagini, presenta notevoli ambiguità.

Anche se il problema medico-sociale dell’uso di sostanze è un fenomeno abbastanza recente, il suo uso è estremamente antico, se nota la presenza già nella Bibbia, nella cultura mediterranea e nelle mitologie pagane (Davison & Neale, 2004; Fossi & Pallanti, 1998; Lai Guaita, 1985).

Per quanto riguarda le definizioni, le iniziali difficoltà, sembrano almeno in parte risolte grazie alle proposte dell’Organizzazione Mondiale della Salute (Cancrini, Malagoli, Togliatti & Meucci, 1977; Fossi & Pallanti, 1998). Per droga si intende una sostanza, naturale o sintetica, in grado di modificare una o più funzioni, quando introdotta nell’organismo. Le modificazioni delle attività cerebrali determinano condizioni psichiche piacevoli o di minor sofferenza. Il consumo patologico di sostanze è ripartito in due categorie, abuso di sostanze e dipendenza da sostanze, che costituiscono i principali SUDS presenti nel DSM IV.

Secondo la definizione del DSM IV la dipendenza da sostanze è caratterizzata dalla presenza di almeno tre dei seguenti criteri, in un qualunque momento dello stesso periodo di dodici mesi:

  1. L’individuo sviluppa tolleranza, indicata dalla necessità di dosi notevolmente più elevate della sostanza per ottenere l’effetto desiderato, o dal fatto che gli effetti della sostanza si fanno marcatamente meno evidenti con l’assunzione della quantità abituale;
  2. Sintomi di astinenza, cioè sintomi fisici e psicologici negativi a seguito dell’interruzione nell’assunzione della sostanza, o ad una riduzione della quantità della stessa;
  3. L’individuo assume la sostanza in quantità maggiori, o per periodi più prolungati di quanto aveva previsto;
  4. L’individuo riconosce che il suo uso della sostanza è eccessivo, può anche aver provato a ridurne l’assunzione senza riuscirvi;
  5. L’individuo dedica gran parte del suo tempo a procurarsi la sostanza, o a riprendersi dai suoi effetti;
  6. L’individuo fa un uso continuativo della sostanza nonostante i problemi psichici o fisici da essa prodotti o esacerbati;
  7. L’individuo rinuncia o interrompe la propria partecipazione a molte attività sociali, lavorative o ricreative a causa dell’uso della sostanza. Si diagnostica una dipendenza da sostanze, alla quale si accompagna una dipendenza fisiologica, detta tossicodipendenza, se si è in presenza di tolleranza o astinenza, cioè risultano soddisfatti i criteri 1 e 2.

Nella dipendenza fisica sintomi somatici come dolore, tremori, spasmi, che costituiscono la sindrome di astinenza, deriverebbero da modificazioni prodotte a carico del metabolismo cellulare. È distinta da questa, la dipendenza psichica, la persona avverte un intenso desiderio di assumere la sostanza che, se non viene esaudito, determina ansia, irrequietezza e depressione, questo tipo di dipendenza non sembra essere legata agli effetti della sostanza, tanto che può determinarsi anche verso sostanze placebo. Per la diagnosi di abuso di sostanze, l’individuo deve esperire una delle seguenti condizioni per un periodo di dodici mesi, in conseguenza all’uso ricorrente della sostanza (American Psychiatric Association, 1994):

  1. Incapacità di adempiere ad obblighi o responsabilità importanti, ad
    esempio assentandosi dal lavoro o trascurando la cura dei figli;
  2. Esposizione a pericoli fisici;
  3. Problemi di ordine legale o giudiziario, quale arresto per condotta molesta
    o violazione del codice stradale;
  4. Problemi sociale o interpersonali persistenti, quali litigi o incomprensioni
    con il coniuge.

La sezione del DSM IV relativa ai SUDS comprende altre diagnosi, come
intossicazione da sostanze e astinenza da sostanze.

L’intossicazione da sostanze viene diagnosticata quando, l’assunzione della sostanza influisce sul sistema nervoso centrale e produce effetti disadattivi sul piano cognitivo e comportamentale.

La sindrome di astinenza si può invece manifestare a seguito di una rapida
cessazione o riduzione nell’assunzione della sostanza, questa causa un disagio clinicamente significativo e una compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.

 

DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ: MODELLO SISTEMICO

L’approccio sistemico-relazionale ha costruito la sua metodologia clinica intorno all’idea che il disagio psichico può essere colto attraverso l’osservazione delle relazioni umane. Si tratta di relazioni specifiche, peculiari e necessarie per lo sviluppo di ogni individuo, ovvero quelle che vengono a costituirsi all’interno del nucleo familiare (Davison & Neale, 2004).

Il paziente allora non è colui che subisce ed esibisce un sintomo, ma è esso stesso il sintomo di una famiglia disfunzionale.

Per i pionieri della terapia familiare l’enigma della psicopatologia trovava così soluzione al di là dell’individuo in sé e della sua organizzazione psichica, ma anche al di là delle sue esperienze passate.

Ciò che è osservabile al momento, ossia i comportamenti, le relazioni, la comunicazione, porta già scritta la storia del disturbo ed è, allo stesso tempo, il terreno su cui intervenire al fine di produrre il cambiamento terapeutico.

In base a questa ottica appare del tutto inutile addentrarsi nel labirinto dell’inconscio, fare affiorare ricordi, esperienze, frammenti di vita. Il modello sistemico-relazionale nasce intorno agli anni cinquanta, all’interno di un contesto sociale e culturale che aspirava infatti a innalzare la psicologia al pari delle così dette scienze “esatte” (Monguzzi, 2003).

Dal punto di vista della psicologia sistemica esiste qualcosa nel sistema globale in cui è inserito il paziente che, nel suo tentativo di attivarsi per aiutare a risolvere la situazione, può portare a preservare alcuni atteggiamenti e comportamenti disfunzionali e non permette quindi di avviare uno sblocco (Baranello, 2004).

La famiglia di un paziente borderline inizia così ad organizzarsi secondo un equilibrio da cui però alla fine risulta essere schiacciata.

La funzione dello psicologo sarà dunque quella di riorganizzare le risorse di modo che siano più funzionali e consentano un miglioramento delle condizioni del sistema.

Il percorso di sostegno psicologico ha come obiettivo quello di fornire soluzioni adeguate per impedire al sistema di irrigidirsi, ovviamente l’intervento risulta tanto più efficace quanto più precoce, prima cioè che la famiglia entri in uno stato psicologico di pessimismo, rinuncia e insoddisfazione.

Questo tipo di intervento mira a raggiungere un’armonia del sistema, che mantiene comportamenti, atteggiamenti e pensieri disfunzionali.

Spesso la famiglia nel tentativo di aiutare il paziente con BPD, rinuncia a se stessa, alle proprie attività; dimenticando anche i propri problemi.

Tutta la vita della famiglia inizia a girare intorno al paziente che utilizzerà atteggiamenti di tipo manipolatorio per gestire l’ambiente e gli altri.

La famiglia di un paziente con BPD si trova a fronteggiare continui cambi di posizione, frequenti alterazioni dell’umore, ira improvvisa e minacce. Ad ogni apparente miglioramento corrisponde quasi sempre una ricaduta. Un momento sembra che tutto vada bene ed il giorno dopo, ma a volte soltanto poche ore o pochi minuti dopo, accade esattamente l’opposto.

Nella maggior parte dei casi la famiglia cercherà di convincere il paziente a seguire un percorso di cura, ma questo generalmente non accetterà un aiuto psicologico, in quanto ritiene di non averne bisogno.

In base al paradigma sistemico un cambiamento è comunque possibile con interventi psicologici che sono indirettamente rivolti al paziente, mentre sono tecnicamente diretti al sistema su cui interviene.

Nel sostegno psicologico inoltre il più importante passo da eseguire è la valutazione del funzionamento globale del sistema, in quanto orienterà tutto l’iter dell’intervento psicologico. I sintomi tipici del BPD vanno letti integralmente con la loro specifica funzione all’interno del contesto di vita del paziente.

Un altro fattore da valutare è infine la visione da parte del paziente di sè stesso e dei propri campi di esperienza. L’approccio di sostegno, seguendo il paziente nel corso del tempo, un genitore, un partner o l’intera famiglia, mira a ridurre il solco tracciato dalla scissione, che si manifesta attraverso una forma di pensiero e comportamento dicotomici (o tutto o nulla, o buono o cattivo, o idealizzato o svalutato).

Lo psicologo cercherà di favorire la soddisfazione dei bisogni fondamentali del paziente, sostituendo gradualmente ai desideri disfunzionali, desideri equivalenti, ma funzionali al raggiungimento degli obiettivi di gratificazione dei bisogni di base.

Le linee guida per l’intervento di sostegno tracciate dalla psicologia sistemica sono chiare: lasciare inalterato ciò che funziona e modificare quello che crea disagio al paziente. Non alterare e non intaccare ciò che al paziente piace così com’è, al fine di favorire una scelta consapevole di rinuncia da parte del paziente stesso dei propri comportamenti disfunzionali, soltanto quando sarà in grado di desiderarlo (Baranello, 2004).

 

 

DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ: MODELLO COGNITIVO- EVOLUTIVO

I più recenti sviluppi teorici e clinici di matrice costruttivista hanno portato allo sviluppo di una prospettiva cognitivo-evolutiva e della teoria dell’attaccamento, che ne è l’importante matrice concettuale di riferimento (Lambruschi, 2004).

Uno dei maggiori esponenti, relativamente alle sue concettualizzazione sul BPD, è Giovanni Liotti (2001), la cui posizione può essere vista come un’integrazione della prospettiva di Kernberg, che vede come nucleare per il disturbo la presenza di rappresentazioni scisse e multiple, quella di Marsha Linehan, in cui è invece centrale il deficit nella regolazione delle emozioni e quella di Fonagy (Fonagy, 1999; Fonagy & Target, 1996), in base al quale il nucleo del disturbo risiede in un deficit delle funzioni metacognitive.

Nella prospettiva cognitivo–evolutiva la psicopatologia consiste in una serie di ostacoli che strutture e processi cognitivi abnormi pongono al riconoscimento e dunque alla regolazione delle emozioni.

Andando più nello specifico si può distinguere tra due tipi di conoscenza, la conoscenza procedurale o implicita, costituita da schemi motori ed emozioni che prescindono il linguaggio, e la conoscenza dichiarativa o esplicita, dichiarabile attraverso le proposizioni verbali. A sua volta la conoscenza esplicita si divide in conoscenza semantica, fatta di significati generali, ed episodica, costituita da episodi specifici.

Questo paradigma ritiene essenzialmente che la psicopatologia possa avvenire secondo due processi:

  1. Eventuali disconnessioni tra conoscenza episodica e semantica del sé;
  2. Eventuali ostacoli ai processi per cui la conoscenza implicita (soprattutto relativa alle emozioni) può divenire almeno parzialmente esplicita (Liotti, 2001).

Nel primo caso facciamo riferimento a un processo descritto anche da Bowlby (1980, 1988), il bambino taglia fuori dei ricordi episodici negativi dalla coscienza perché in disaccordo con conoscenze semantiche idealizzate dei genitori, questo avviene, sia per disposizioni innate del bambino a cercare conforto, sia per pressioni interpersonali dei genitori.

Nel secondo caso invece si fa riferimento alla costruzione di metafore, come ponte che si viene a creare tra una conoscenza implicita ed esplicita (Liotti, 2001). Le emozioni sono le prime complesse attività mentali inconsce e innate, che possono acquisire la qualità di coscienza, la conoscenza verbale delle emozioni implica processi mentali simili alla costruzione e comprensione di metafore.

Lo sfondo delle metafore più importante nella conoscenza di sé è fornito dalle sensazioni e atteggiamenti corporei connessi alla fisiologia delle emozioni, grazie alla metafora, il silenzio del corpo, agitato da correlati neurovegetativi dell’emozione, diviene cosciente.

Per comprendere la metafora occorrono capacità metacognitive, deficit in questo ambito sono connessi a passate o presenti condizioni intersoggettive e sono ritenuti responsabili del fallimento dei processi volti a rendere esplicito ciò che è implicito.

La prospettiva evoluzionista ritiene che la coscienza abbia un’origine prevalentemente intersoggettiva, ovvero la conoscenza inferenziale dei contenuti della mente dell’altro è la condizione necessaria per la costruzione simultanea di una conoscenza sulla propria mente.

Ricerche condotte sulla costruzione della Teoria della Mente suffragano questa ipotesi (Fonagy, 1999; Liotti, 2001; Lorenzini & Sassaroli, 1995). Teoria della Mente e metacognizione sono concetti emersi nel cognitivismo, entrambi implicano la capacità di monitorare i processi che si svolgono nella mente.

Con Teoria della Mente si intende la capacità della mente umana di rappresentarsi l’evento mentale, di attribuire stati mentali a sé e agli altri e sulla base di ciò spiegare e/o prevedere il comportamento manifesto (Premack & Woodruff, 1978). Lo sviluppo di tale capacità viene testato nei bambini attraverso compiti di falsa credenza, che dimostrano se il bambino è in grado di attribuire all’altra persona contenuti mentali diversi dai propri.

Sulla base di quanto detto, solo quando il bambino conosce che l’altro ha una mente può cominciare a costruirsi una idea compiuta della propria. Deficit o difetti nella Teoria della Mente fanno si che alcuni contenuti che potenzialmente potevano divenire coscienti restino inconsci, se il deficit si protrae nel tempo avremo carenti capacità di riflettere sull’esperienza soggettiva, che tanta importanza riveste nei disturbi di personalità.

Conseguenza di ciò è che le emozioni e le altre conoscenze tacite, se rimangono estranee alla coscienza, non possono essere regolate e modulate con la stessa flessibilità con cui si regolano i sentimenti coscienti.

Questi deficit metacognitivi e della Teoria della Mente sono ascrivibili al contesto relazionale in cui il bambino è immerso e che si esplica attraverso un comportamento di attaccamento disorganizzato (Fonagy, 1999; Liotti, 2001).

La ricerca sull’attaccamento nel primo anno di vita dimostra che, nelle famiglie a basso rischio di disturbo psicologici, la maggior parte dei bambini riesce ad organizzare il proprio pattern di attaccamento verso ciascun genitore, tale comportamento riflette lo stile con cui il genitore li ha accuditi (Ainsworth, Blehar, Waters & Walls, 1978; Bretherton, 1985, 1990; Main, 1995; Meins, 1997).

I pattern organizzati di attaccamento individuati sono tre, sicuro, insicuro-evitante e insicuro-resistente, circa l’80% dei bambini nei campioni a basso rischio riesce a organizzarsi su una di queste tre modalità, il 15-20% invece non riesce nel compito organizzativo (Lambruschi, 2004; Main & Morgan, 1996; Solomon & Gorge, 1999).

Inoltre se andiamo a vedere il comportamento di attaccamento di bambini in famiglie ad alto rischio1 , nel primo anno di vita, la maggioranza di questi mostra un pattern disorganizzato (Carlson , Cicchetti , Barnett & Braunwald, 1989; Lyons-Ruth, 1996; O’Connor, Sigman & Brill, 1987; Radke-Yarrow, McCann, Demulder, Belmont, Welsh, 1995).

Le strategie di attaccamento organizzate vengono rilevate attraverso una sequenza standardizzata di brevi episodi di separazione e riunione fra bambini e genitori, detta Strange Situation (Ainsworth et al., 1978).

Nel pattern di attaccamento sicuro, osservato nel 60-65% della popolazione normale (Van Ijzendroorn & Kroonenberg, 1988), i bambini protestano nella fase di separazione e si calmano al momento della riunione con la figura di attaccamento.

Nel pattern insicuro-resistente, riguardante il 10-15% della popolazione normale (Van Ijzendroorn & Kroonenberg, 1988), i bambini resistono al conforto che viene offerto al momento della riunione e continuano a protestare. Infine nel pattern insicuro-evitante, osservato nel 20-25% della popolazione normale (Van Ijzendroorn & Kroonenberg, 1988), i bambini non protestano al momento della separazione ed evitano il contatto con la figura di attaccamento al momento del ricongiungimento.

Questi tre modalità di attaccamento sono la conseguenza del tipo di risposta che i bambini hanno ottenuto dalla figura di attaccamento nel corso del primo anno di vita: il pattern sicuro è la conseguenza di risposte pronte ed efficienti alle richieste di cura, qui il bambino esprime nel suo comportamento la memoria di una risposta pronta al suo pianto; il pattern evitante è correlato ad un invito all’autosufficienza emotiva rivolta dalla figura di attaccamento al bambino, che esprime dunque l’intenzione di non voler inutilmente infastidire il genitore con richieste di affetto; il pattern resistente deriva da risposte al pianto del bambino imprevedibili e incostanti, oscillanti tra l’avvicinamento e la disattenzione, il bambino manifesta nel comportamento l’imprevedibilità nel perdere e ottenere vicinanza, nella Strange Situation si mostra infatti inconsolabile.

In tutti e tre i casi i bambini mostrano bene che cosa si attendono dal genitore e organizzano il proprio comportamento sulla base di questa aspettativa (Ainsworth et al., 1978; Bretherton, 1985; Liotti, 1994; Meins, 1997).

Per quanto riguarda il comportamento di attaccamento non organizzato questo si manifesta con modalità che possono essere tra loro diverse, ma che comunque sono accomunate dalla presenza simultanea, o in rapida successione, di azioni tra lori incompatibili o dotate di finalità inconciliabili, ovvero dalla perdita di orientamento e finalità nella condotta (Main & Solomon, 1990).

Vengono classificati come attaccamento disorganizzato casi in cui, nella Strange Situation, i bambini mostrano di cercare la vicinanza della figura di attaccamento durante la separazione, per poi evitarla attivamente durante la riunione.

Sono considerati casi di attaccamento disorganizzato quelli in cui i bambini si muovono verso la figura di attaccamento con la testa girata in un’altra direzione, in modo da evitare lo sguardo, o quelli in cui la richiesta di vicinanza è

immediatamente seguita da chiare manifestazioni di paura, immobilità improvvisa o fuga (Liotti, 1999c, 2001; Lorenzini & Sassaroli, 1995).

Le indagini rivolte a definire gli antecedenti dell’attaccamento disorganizzato nel primo anno di vita, hanno identificato una forte correlazione tra l’esistenza di lutti o traumi irrisolti del genitore.

I primi a verificare questo rapporto sono stati Main e Hesse (1990), successivamente l’osservazione è stata replicata più volte da gruppi di ricerca indipendenti (Ainsworth & Echberg, 1991; Benoit, & Parker, 1994; Liotti & Pasquini, 2000; Lyons-Ruth, & Block, 1996).

Per spiegare l’associazione tra lutto o trauma irrisolto nei genitori e attaccamento disorganizzato, Main e Hesse (1990, 1992) hanno avanzato la seguente ipotesi. Il ricordo del trauma non risolto tende ad affiorare alla mente in modo compulsivo e imprevedibile, quando ciò avviene nella mente di un genitore che sta accudendo un figlio, si produrranno espressioni di paura nel volto e il bambino sarà spaventato nel notare tali espressioni (Fields & Fox, 1985).

Si viene dunque a creare nel piccolo un conflitto insolubile fra due motivazioni innate, il sistema dell’attaccamento, che lo obbliga a cercare la vicinanza protettiva del genitore ogni volta che si trova in pericolo, e il sistema difensivo più arcaico, che lo porta a fuggire o immobilizzarsi di fronte ad uno stimolo minaccioso (Main & Hesse, 1990, 1992).

Main e Hesse (1990, 1992) hanno chiamato frightened/frightening (spaventato e che incute paura) il genitore responsabile della disorganizzazione dell’attaccamento del bambino.

La teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969, 1988) sostiene che, l’esperienza fatta dal bambino durante le prime esperienze di attaccamento, viene racchiusa in particolari strutture (Amini, Lewis, Lannon & Louie,1996), chiamate Internal Working Models (Modelli Operativi Interni), che rappresentano un tipico esempio di traduzione della conoscenza implicita, in conoscenza esplicita semantica.

Queste rappresentazioni, costituite a partire da ripetute esperienze di attaccamento, contengono la rappresentazione di sé e del genitore nelle relazioni e attribuiscono valore e significato alle emozioni di attaccamento percepite in sé e nell’altro (Bowlby, 1973, 1988; Bretherton, 1985, 1990).

È grazie all’azione dei Modelli Operativi Interni che il comportamento di attaccamento, di per sé innato, si differenzia in funzione dell’esperienza e viene organizzato secondo i tre pattern, oppure risulta disorganizzato (Liotti, 2001). Nel pattern sicuro, il Modello Operativo Interno contiene una rappresentazione unitaria, coerente ed organizzata di sé e della figura di attaccamento, in cui le emozioni provate dal sé sono valutate positivamente perché validate da una figura di attaccamento disponibile ed affidabile.

Nel pattern evitante, le emozioni di vulnerabilità del sé sono viceversa rappresentate come una fonte di fastidio per la figura di attaccamento e quindi come qualcosa da evitare di esprimere. Nonostante la rappresentazione negativa delle emozioni di attaccamento, il Modello Operativo Interno conserva sufficienti caratteristiche di unità, coerenza organizzazione.

Il Modello Operativo Interno del pattern resistente permette una sufficiente coerenza rappresentativa: la figura di attaccamento è rappresentata come imprevedibile nelle sue risposte, mentre il sé è rappresentato, ancora unitariamente, come disposto a manifestare con particolare energia e continuità le proprie emozioni di attaccamento, in modo da controllare i movimenti (altrimenti imprevedibili) di allontanamento dell’altra persona.

Nel caso del pattern disorganizzato invece ogni relativa unità e coerenza è inesorabilmente e gravemente infranta (Liotti, 1992, 1995, 1999a, 1999b; Main, 1991).

Il bambino, a partire da una memoria implicita della figura di attaccamento che lo accoglie con espressione di paura, può costruire polarità rappresentative drammatiche del persecutore, del salvatore e della vittima (triangolo drammatico). In base a questo il piccolo potrà rappresentarsi come persecutore, in virtù delle espressioni impaurite della madre nell’avvicinarsi a lui; potrà anche rappresentarsi come vittima della madre, in quanto minacciosa e spaventante; infine potrà costruire una immagine di sé come salvatore, giustificata dal conforto che la madre, un momento prima terrorizzata, può trarre dal contatto con il bambino.

In breve, si può inferire che l’esperienza di essere accudito da un genitore frightened/frightening si riflette in una tendenza a costruire rappresentazioni di sé con l’altro che sono molteplici e reciprocamente incompatibili (Liotti, 1995, 1999a, 1999b, 2001; Main & Morgan, 1996).

Nel triangolo drammatico abbiamo dunque attribuzioni multiple e dissociate delle emozioni di attaccamento di sé e degli altri, nel corso dello sviluppo gli stereotipi rappresentativi del triangolo drammatico divengono simili a temi narrativi, intorno ai quali prendono forma le interpretazioni e le narrazioni autobiografiche, frammentate e dissociate. All’interno della propria narrazione le emozioni non potranno quindi essere descritte con sufficiente coerenza e chiarezza e potrà capitare di assistere a racconti di pazienti in cui le emozioni sono totalmente omesse.

La condizione interattiva che caratterizza l’attaccamento disorganizzato è caratterizzata da manifestazioni, espressioni del volto e posture che suggeriscono la presenza di alterazioni funzionali dell’attenzione e della coscienza, simili a quelle in uno stato di trance (Hesse & Van Ijzendoorn, 1999; Liotti, 2001; Main, 1995; Main & Hesse, 1992; Main & Morgan, 1996).

Lo stato di coscienza alterato rappresenta il correlato del fallimento delle operazioni di sintesi e organizzazione della coscienza, questa non è in grado di operare efficacemente sulla complessità e intensità emozionale delle memorie implicite dell’atteggiamento disorganizzato, è indicativo inoltre di difficoltà nello sviluppo ed esercizio della Teoria della Mente e delle funzioni metacognitive (Liotti, 2001).

Se si va a guardare una situazione di attaccamento sicuro nel primo anno di vita, questa è infatti correlata ad maggiore capacità di superare, fra i tre e i cinque anni, i compiti di falsa credenza, che dimostrano l’avvenuta costruzione, da parte dei bambini, di una Teoria della Mente (Meins, 1997). Dunque, i bambini con attaccamento sicuro mostrano, rispetto ai bambini con attaccamento insicuro e disorganizzato, una facilitazione delle funzioni metacognitive implicate nella distinzione fra apparenza e realtà (Flavell, Flavell & Green, 1983; Wimmer & Perner, 1983).

Anche i primi studi condotti il Manchester Child Attachment Story Task (Green, Stanley, Smith & Goldwyn, 2000) in bambini tra i 5 e gli 8 anni, sembrano andare in una maggiore capacità dei bambini sicuri di riconoscere la presenza simultanea di stimoli diversi, il possibile cambiamento dello stato emotivo nelle diverse situazioni, la diversità rappresentazionale, di distinguere l’apparenza dalla realtà, di mostrare maggiori capacità attentive e accesso ai propri sentimenti e pensieri. Adolescenti con attaccamento disorganizzato mostrano certamente una minore capacità di pensiero logico-formale rispetto a coetanei di eguale intelligenza, ma con storie di attaccamento sicuro o insicuro-resistente e insicuro-evitante, vengono inoltre considerati dagli insegnanti più portati ad “assentarsi mentalmente” (Liotti, 2001).

Fonagy (1999), in un interessante articolo, riporta i dati di una ricerca da lui condotta in cui rivela che, quando i padri e le madri ottengono punteggi elevati nella “scala della riflessione su sé stessi”, hanno una probabilità quattro volte maggiore di avere dei figli con attaccamento sicuro, rispetto a genitori con una limitata capacità riflessiva. Dunque la disponibilità di un genitore riflessivo aumenta la probabilità che nel bambino si sviluppi un attaccamento sicuro, il quale, a sua volta, favorisce lo sviluppo di una Teoria della Mente.

Come è già stato sottolineato metacognizione e Teoria della Mente sono centrali nel sistema mentale che regola l’espressione emotiva, di conseguenza l’attaccamento disorganizzato si mostra più importante della dimensione sicurezza-insicurezza nel permettere di prevedere risposte negative a traumi di separazioni e perdite (Adam, Keller & West, 1995).

In altre parole, sarebbe la disorganizzazione dell’attaccamento, assai più che la semplice insicurezza, a far prevedere risposte francamente patologiche ad eventi traumatici o di perdita.

Un attaccamento di tipo insicuro, ma soprattutto disorganizzato, porta con sé aspettative di rifiuto, intrusività, di conseguenza non proteggono dagli effetti psicologici legati al trauma, ma li amplificano.

L’attivazione di un Modello Operativo Interno disorganizzato comporta di per sé una esperienza dissociativa, tale modello infatti veicola rappresentazioni non integrate, contraddittorie di sé e dell’altro a cui si chiede cura.

Agli effetti dissociativi del trauma si vanno quindi a sommare la dissociazione nella rappresentazione di sé con l’altro derivante dalla disorganizzazione dell’attaccamento.

Tenendo presente che le famiglie dove si verifica più facilmente la disorganizzazione dell’attaccamento sono anche quelle dove è più alto il rischio di maltrattamenti e violenze (Carlson et al., 1989), si vede come due fattori di rischio per lo sviluppo del BPD, la disorganizzazione dell’attaccamento e l’esposizioni a traumi psicologici durante lo sviluppo successivo (ad esempio abuso sessuale), siano spesso interconnessi tra di loro.

A questo punto una serie di studi ipotizzano che il BPD non sia che una cronicizzazione del disturbo post traumatico da stress, verificatosi a causa di una grave trauma infantile (Adam et al., 1995; Herman & van der Kolk, 1987). I risultati in questo ambito non sono però uniformi, un’altra seri di studi (Gilmore & Cooper, 1985; Hudziak, Boffeli, Kriesman, Battaglia, Stanger & Guze, 1996; Koenigsberg, Kaplan, Zanarini, Frankerburg, Dubo, Nickel, Trika, Levin, et al., 1998), riportano dati in cui il disturbo post traumatico da stress si accompagna spesso in associazione con il BPD, ma non sempre e ipotizzano dunque un modello eziologico multifattoriale del disturbo di personalità (Paris, 1996; Zanarini & Frankenburg, 1997).

Liotti (1999c, 2001) dimostra dunque come la disorganizzazione dell’attaccamento possa aiutare a comprendere il nucleo della patologia borderline, infatti questa spiega la coesistenza di gravi difficoltà nella regolazione delle emozioni e di rappresentazioni non integrate e mutevoli di sé e degli altri. Le risposte emotive associate all’attivazione del Modello Operativo Interno dell’attaccamento disorganizzato si presentano con difficoltà all’elaborazione della conoscenza implicita in esplicita, queste sono infatti intense, drammatiche e contraddittorie e creano difficoltà ad una codifica semantica univoca, inoltre l’attaccamento disorganizzato porta con sé difficoltà nell’utilizzo di capacità metacognitive e della Teoria della Mente.

I pazienti borderline soffrono dunque di un continuo e drammatico caos della condotta e della esperienza emotiva, vivono un continuo susseguirsi di esperienze emotive intense e drammatiche tra loro disconnesse: collera, vuoto affettivo, noia, terrore di essere abbandonati, impulsi autolesivi.

Per cercare di evitare questa esperienza le soluzioni da intraprendere sono due, raggiungere una condizione di distacco emotivo (il senso di vuoto spesso reclamato da questi pazienti) o attivare modalità relazionali sostitutive, seduttivosessuali o competitive.

Nello sforzo di raggiungere un distacco emozionale che protegga dalla dolorosa esperienza di disorganizzazione è poi possibile che i pazienti imparino ad usare stimoli che li distraggano dal disperato bisogno di conforto, abusando di alcol e altre droghe, di cibo o impegnandosi in altri comportamenti rischiosi. La deficitaria capacità metacognitiva impedisce durante un tale processo di sviluppo abnorme, la riflessione critica sulla propria condotta e sui propri stati mentali (Liotti, 1999c).

Conferme empiriche, relative al ruolo dell’attaccamento disorganizzato nella genesi del BPD, le troviamo, come già sottolineato, nella correlazione tra attaccamento disorganizzato nel bambino e mancata elaborazione di lutti e traumi nel genitore.

Pazienti con BPD hanno infatti maggiori probabilità di altri di essere figli di genitori con lutti o traumi non elaborati nel periodo in cui si sviluppa il primo pattern di attaccamento (Liotti & Pasquini, 2000). Non è certamente solo il lutto non elaborato della figura di attaccamento a poter influenzare negativamente la capacità del bambino di organizzare la sua conoscenza di sé con l’altro e pervenire ad una sufficiente regolazione delle emozioni, traumi non elaborati, appartenenti ad un lontano passato, possono avere una influenza patogena analoga, così come traumi non elaborati nelle generazioni precedenti a quella del genitore (Liotti, 2001).

Questo dimostrerebbe dunque la tendenza dei pattern di attaccamento a riprodursi da una generazione all’altra (Benoit & Parker, 1994).

È interessante notare che la relazione tra esperienze di lutto non risolte nei genitori e rischio di sviluppi psicopatologici nei figli, sono state trovate non solo per il BPD, ma anche per i disturbi dissociativi, disturbi della condotta alimentare, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo agorofobico e depressione (Liotti, 2001). L’attaccamento disorganizzato sembra dunque svolgere il ruolo di fattore di rischio soggiacente ad un continuum psicopatologico.

Di tale continuum farebbero parte condizioni altamente identificabili, come il BPD e i disturbi dissociativi, ma anche condizioni diverse, in cui la disorganizzazione e l’esperienza dissociativa, sono inglobate in quadri sintomatologici che le rendono meno percepibili agli occhi del clinico che non le cerca attivamente.

Nonostante l’attaccamento disorganizzato si presenti come nucleare della patologia borderline, ciò non vuol dire che sia l’unico fattore di rischio.

Diversi fattori possono convergere con gli effetti di questo pattern di attaccamento, verosimilmente nessuno di essi, da solo, si mostrerà sufficiente a produrre la patologia, che, come la maggior parte dei disturbi, ha origine multifattoriale, o biopsicosociale.

Esperienze traumatiche, successive ad un attaccamento disorganizzato precoce, contribuiscono certamente ad indirizzare lo sviluppo della personalità verso la condizione borderline (American Psychiatric Association, 2001; Fonagy, 1999). Tratti di personalità determinati da variabili genetiche e costituzionali, ad esempio l’impulsività e la particolare reattività del sistema neuro-vegetativo agli stimoli emozionali, sono probabilmente importanti fattori aggiuntivi di rischio (Linehan, 1993a, 1993b; Paris, 1996).

Anomalie neuropsicologiche congenite o acquisite potrebbero sommarsi agli effetti di un attaccamento disorganizzato e a quello dei traumi nella patogenesi del BPD (Skodol, Siever, Livesley, Gunderson, Pfohl & Widiger, 2002b).

Dati sul ruolo dei fattori genetici confermano il loro ruolo nella genesi del disturbo, ad esempio, in uno studio sui gemelli, il tasso di concordanza per il BPD era del 35% per i monozigoti e del 7% per i dizigoti (Torgersen, Lygren, Oien, Skre, Onstad, Edvardsen et al., 2002).

Analisi multivariate sui tratti dei disturbi di personalità hanno identificato quattro fattori fondamentali: mancata regolazione delle emozioni, instabilità delle funzioni cognitive, instabilità del senso del sé e instabilità delle relazioni interpersonali; tutti e quattro sono determinanti nel BPD e la loro ereditarietà è stimata al 47% (Livesley, Jang & Vernon, 1998; Skodol, Gunderson, Pfhol, Widiger, Livesley & Siever, 2002a; Skodol et al., 2002b).

Anche il sesso sembra avere un ruolo importante nella eziologia del disturbo, alcune ricerche hanno riscontrato una sostanziale differenza tra pazienti maschi e femmine a livello del sistema serotoninergico (Leyton, Okazawa, Diksic, Paris, Rosa, Mzengeza, et al., 2001; Soloff, Kelly, Strotmeyer, Malone & Mann, 2003).

Studi hanno inoltre riportato una disfunzione nella regione frontale libica, in particolare nel cingolato anteriore, nella corteccia prefrontale dorsolaterale e orbitofrontale, nell’ippocampo e nell’amigdala (Caviglia et al., 2007). A conferma di questo, rilevamenti fatti attraverso la tomografia assiale ad emissione di positroni, hanno sottolineato una alterazione nel metabolismo della regione prefrontale, incluso la corteccia del cingolato anteriore (De la Fuente, Goldman, Stanus, Vizuete, Morlàn, Bobes, et al., 1997; Juengling, Schmahl, Hesslinger, Ebert, Bremner, Gostomzyk, et al., 2003; Soloff, Meltzer, Becker, Greer, Kelly & Constantine, 2003). Si nota infine un fallimento nell’attivazione stessa del cingolato di fronte a stimoli emotivi e stressanti (Schmahl, Elziga, Vermetten, Sanislow, McGlashan & Bremer, 2003; Schmahl, Vermetten, Elziga & Bremer, 2004).

Queste aree del cervello sono associate al neurotrasmetittore della serotonina, implicata nell’impulsività e aggressività (Soloff, Meltzer, Greer, Constantine & Kelly, 2000). La corteccia del cingolato anteriore può essere così vista come la regione del cervello che media il controllo dell’affettività, disfunzioni in questa area si accompagnano a una mancata regolazione dell’affettività, che riveste un ruolo molto importante nel disturbo.

Alcuni studi rilevano inoltre una riduzione del volume dell’ippocampo e dell’amigdala in pazienti con BPD (Driessen, Hermann, Stahl, Zwann, Meier, Hill, et al., 2000; Schmahl, Vermetten, Elziga & Douglas, 2003; Tebartz van Elst, Hesslinger, Thiel, Haegele, Lemieux, Lieb, et al., 2003). Questi risultati, in particolare la riduzione del volume dell’ippocampo, sono in accordo con molti studi relativi al disturbo post traumatico da stress, anche se qui non si trova una riduzione del volume dell’amigdala, che differenzia quindi questo disturbo dal BPD.

In relazione ad un coinvolgimento di queste regioni del cervello occorre prestare attenzione al sistema del cortisolo (Caviglia et al., 2007).

Rinne, de Kloet, Wouters, Goekoop, DeRijk e van den Brink (2002), notano un aumento della responsività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene nei pazienti con BPD e una storia di abuso giovanile, supportando l’ipotesi di una relazione tra trauma precoce e incremento della funzione dell’asse nell’età adulta.

Infine un marker biologico trovato per il BPD è il potenziale acustico anomalo di P300 (Caviglia et al., 2007), tale caratteristica può essere messa in relazione con l’aggressività e l’impulsività.

Oltre ai fattori biologici, stili abnormi di comunicazione familiare, non implicanti direttamente le interazioni di attaccamento, hanno probabilmente anch’essi un ruolo nella genesi del disturbo.

È inoltre assolutamente necessario considerare il ruolo dei fattori protettivi, che possono, nel corso dello sviluppo, neutralizzare l’influenza di precedenti fattori di rischio. Esperienze successive di attaccamento sicuro, che correggano le precedenti esperienze di disorganizzazione, sono certamente un fattore importante di protezione (Liotti, 1999c).

 

 

 

 

 

DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ: MODELLO COGNITIVO-COMPORTAMENTALE

Le terapie cognitivo-comportamentali si sviluppano gradualmente nel corso degli anni settanta attraverso una integrazione dei principi comportamentisti e cognitivisti, di conseguenza l’attenzione clinica tende a focalizzarsi sia sul comportamento manifesto che sulle variabili interne all’individuo (Lambruschi, 2004).

Nell’ambito delle psicoterapie cognitive sono stati proposti due modelli relativi al BPD, il modello di Aaron Beck (Prezter & Beck, 2005) e quello di Marsha Linehan (Linehan, 1993a, 1993b).

In base al primo modello, il nucleo del BPD è rappresentato dalla compresenza di tre assunti fondamentali sul sé e sul mondo, da cui emergono corrispondenti convinzioni patogene: la convinzione che il mondo è pericoloso e malevolo, la convinzione di essere particolarmente fragile e vulnerabile ed infine di essere inaccettabile e destinato all’abbandono.

Dalla prima convinzione discendono fobie e disposizione alla collera immotivata e intensa, dalla seconda incapacità a impegnarsi in progetti coerenti di vita e intense reazioni emotive all’abbandono, dalla terza discendono emozioni di vuoto e comportamenti autolesivi.

Altra caratteristica peculiare dell’organizzazione cognitiva bordeline è il pensiero dicotomico. Anche se possono essere presenti un gran numero di distorsioni cognitive, la più comune e problematica è proprio valutare l’esperienza sulla base di categorie tra loro incompatibili. Da ciò deriva una valutazione della realtà e delle altre persone estrema, totalmente positiva o negativa.

Infine, la confusione rispetto agli obiettivi a lungo termine, soprattutto in relazione ai bruschi cambiamenti di umore, sarebbe alla base di un instabile senso dell’identità, che a sua volta determina una scarsa tolleranza alle situazioni ambigue.

Le convinzioni patogene, il pensiero dicotomico e il precario senso di identità sono difficilmente separabili, formano circoli viziosi difficili da interrompere e resistenti al cambiamento, proprio perché autoperpetuantisi.

Secondo tale modello, la prima fase del trattamento, consiste nell’affrontare il pensiero dicotomico, in quanto principale fattore che permetterebbe di ridurre i sintomi e affrontare, successivamente, le tre assunzioni cognitive.

Il modello di Linehan afferma invece che, il nucleo del disturbo, risieda in una grave deficit di regolazione delle emozioni.

A causa di tale deficit tutte le emozioni tendono a manifestarsi con eccessiva intensità nell’esperienza soggettiva, nel comportamento e nella comunicazione. Si spiegano dunque la rabbia immotivata ed intensa, le oscillazioni dell’umore, l’intensità caotica delle relazioni affettive, la paura esagerata di essere abbandonati.

Nel tentativo di ridurre questa esperienza confusa e caotica, il paziente borderline può fare ricorso a droghe, alcol, abbuffate di cibo, oppure annullare totalmente l’esperienza emotiva e cadere preda di sensazioni di vuoto e annichilimento. Il deficit del sistema di regolazioni di emozioni è causato dall’interazione di variabili legate al temperamento, vulnerabilità emotiva, che comportano una risposta emotiva particolarmente intensa e rapida, e variabili legate all’apprendimento sociale, del valore e del significato delle emozioni.

Si parte dall’assunto che i fattori biologici guidino, in qualche misura, le scelte individuali e che siano gli individui stessi i creatori del proprio ambiente. I fattori genetici possono influenzare l’esperienza individuale sulla base di tre effetti:

  1. Effetto genotipico-passivo, rappresentato da interazioni gene-ambiente indipendenti dall’individuo;
  2. Effetto reattivo, in base al quale il genotipo è in grado di stimolare delle risposte nell’ambiente;
  3. Effetto genotipico-attivo, in sostanza la persona cercherebbe un ambiente in grado di appagare quello che è il proprio potenziale genetico.

Secondo la teoria della Linehan, lo sviluppo del BPD avrebbe a che fare con quest’ultimo effetto.

Per quanto riguarda le variabili apprese queste sono riassunte nel concetto di “invalidazione della esperienza emotiva”, in altre parole l’ambiente interpersonale in cui il paziente sviluppa la conoscenza di sé e degli altri, sarebbe tale da indurlo a destituire di significato e valore le emozioni.

L’autrice sottolinea alcune caratteristiche di un ambiente invalidante: una di queste sarebbe la tendenza della famiglia a rispondere in modo vago e inappropriato agli avvenimenti ed esperienze soggettive del piccolo, specialmente quando non si ha un riscontro pubblico.

All’interno di questo ambiente si assiste inoltre ad un controllo nell’espressione delle emozioni, soprattutto quelle negative, con il rischio di una banalizzazione delle esperienze dolorose soggettive.

Queste famiglie non riescono dunque in una serie di compiti implicati nella regolazione delle emozioni, in particolare falliscono nell’insegnare a distinguere e modulare l’esperienza emotiva, tollerare il disagio, confidare nella propria risposta emozionale; sarebbero invece inclini ad invalidare l’esperienza emotiva e a cercare nell’ambiente indizi su cosa sia giusto provare.

Ovviamente c’è da considerare l’importanza di differenze individuali nella modalità di reagire ad esperienze invalidanti, non tutti i bambini con questo tipo di esperienze sviluppano il BPD.

Una delle esperienze traumatiche più invalidanti e riscontrate frequentemente in questo disturbo è, secondo l’autrice, l’abuso sessuale.

Le basi teoriche di questo modello si fondano su premesse di tipo dialettico. Questo termine viene usato nell’ambito della terapia comportamentale e può essere inteso secondo due accezioni: come impostazione filosofica del pensiero e interpretazione del mondo e come forma di comunicazione, di dialogo finalizzato al cambiamento e al movimento interno (Caviglia et al., 2007).

Una prospettiva dialettica, come visione del mondo, concepisce la realtà non come stato, ma come processo in continuo cambiamento. L’individuo è inoltre in continuo rapporto di interdipendenza con il suo ambiente. Inoltre, se si considera un’ottica cognitivista, non possiamo in realtà parlare di patologia, ma di “scompenso” (Cionini, 1991).

Si può dire che un sistema è “scompensato” quando la coerenza interna non può essere mantenuta e porta quindi con sè un’esperienza di sofferenza emotiva, viceversa per un sistema “compensato”.

Ovviamente nessun sistema è perfettamente coerente, un certo grado di incoerenza è sempre presente, ma anche necessario, perché spinge il sistema in un continuo divenire. Tuttavia diventa fondamentale come la crisi viene risolta, per un sistema flessibile e adattabile, situazioni in cui le proprie previsioni sono invalidate possono portare a crescita e sviluppo, viceversa, per sistemi rigidi o eccessivamente flessibili, situazioni di incoerenza possono portare a scompenso. Andando più in profondità, all’interno di ogni sistema ci sono schemi specifici che hanno il compito di mantenere l’equilibrio e la coerenza, svolgendo una funzione adattiva.

La funzionalità di questi schemi è però legata alla flessibilità e adattabilità del sistema, ogni schema di compenso infatti può apparire a volte paradossale poiché, all’interno di un sistema eccessivamente rigido o lasso, pone dei vincoli alla persona che lo adotta.

Infine, quando ormai lo scompenso eccessivo, emerge la sintomatologia che può portare all’instaurasi di circoli viziosi autoperpetuantisi.

Il problema del paziente borderline è dato proprio dalla rigidità del suo stile cognitivo, che lo porta ad avere una visione delle cose in termini di categorie assolute e dicotomiche, piuttosto che in termini di totalità e di insieme. Mentre da un lato i fattori temperamentali predispongono a una vulnerabilità di base, dall’altro l’ambiente rafforza queste predisposizioni, rendendole croniche e difficili da cambiare.

Linehan presenta tre modelli dialettici del BPD, che rappresentano il rapporto tra fattori temperamentali e comportamento, tutti e tre sono disfunzionali perché estremi e scissi, il paziente oscilla continuamente tra queste posizioni, senza possibilità di sintesi:

  1. Autoinvalidazione e vulnerabilità emozionale, questo dilemma rappresenta la continua oscillazione del paziente tra l’attribuire le cause del suo comportamento alla sua cattiveria o alla vulnerabilità emotiva. Nel primo caso il soggetto inibisce i suoi vissuti emotivi, adottando le caratteristiche che l’ambiente ha avuto nei suoi confronti. In questo modo, il mancato raggiungimento del controllo sui propri comportamenti e sulle proprie emozioni, viene vissuto con colpa e vergogna (il gesto autolesivo in questo senso rappresenta una giusta punizione che si infligge). Nell’altro caso il soggetto è consapevole della impossibilità di un controllo comportamentale ed emozionale, proprio per la sua vulnerabilità, si viene a creare quindi uno scontro tra i propri limiti e le regole imposte dall’ambiente, questo suscita nel paziente una forte rabbia
  2. Passività attiva e competenza apparente, questo secondo dilemma deriva dalla incapacità di integrare tra loro bisogni di autonomia e dipendenza. In base alla prima modalità il soggetto, in situazioni di particolare disagio, tende a relegare agli altri la risoluzione dei propri problemi, mostrandosi dipendente e provando molto disagio per questo. Nell’altra modalità il paziente si mostra capace di adottare condotte adeguate a determinate situazioni, le manifestazioni estreme di rabbia, come gesti autolesivi, possono essere considerati come esasperate richieste di aiuto.
  3. Crisi ricorrenti e inibizioni di emozioni negative, questo ultimo dilemma rappresenta la condizione di vivere in una disperata situazione di crisi e il tentativo di far fronte alla sofferenza attraverso l’inibizione del dolore. Entrambe le condizioni dipendono da una difficoltà a modulare gli stati emotivi intensi, nel primo caso, uno stato di crisi opprime e disabilita la persona, anche relativamente a problemi della vita quotidiana, portando all’adozione di comportamenti incongrui. All’estremo opposto si può verificare la tendenza ad evitare i vissuti e le manifestazioni emotive relativi a crisi ricorrenti. Entrambe le modalità portano all’adozione di comportamenti come abuso di alcol, guida spericolata, atti sessuali promiscui, messi in atto per sopportare una sofferenza psichica intollerabile.

 

 

DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ: MODELLO PSICOANALITICO

La teoria delle relazioni oggettuali rappresenta un’evoluzione della teoria psicoanalitica. Essa si occupa della modalità con cui i bambini incorporano l’immagine e i valori delle persone importanti, come i genitori.

L’attenzione viene posta sul modo in cui i bambini si identificano con le persone a cui sono legate da un forte attaccamento emozionale, questi oggetti introiettati (relazioni oggettuali) diventano parte dell’Io, ma possono entrare in conflitto con desideri, obiettivi e ideali della persona mano a mano che questa diventa adulta. Relativamente al BPD i modelli eziopatogenetici sono sostanzialmente divisi in due grandi sottogruppi.

Il primo, riferibile al filone della Psicologia del Sé (Adler, 1985), considera cruciale una grave difficoltà dei meccanismi di introiezione dell’oggetto buono, per cui il paziente vive un continuo stato di deprivazione affettiva, per compensare la quale attua comportamenti anche incongrui, con funzioni di rivitalizzazione.

A causa di questo deficit nella rappresentazione dell’altro significativo, dovuto ad una grave incapacità di questa figura a sintonizzarsi con i bisogni di affetto e protezione del bambino, il paziente non è in grado di richiamare alla mente, nei momenti di stress emotivo, immagini tranquillizzanti.

Da questo deriva una estrema vulnerabilità alle esperienze dolorose di paura, vergogna, solitudine e abbandono (Adler, 1985).

Il secondo filone può essere fatto risalire a Kernberg, figura di spicco nel pensiero psicoanalitico proprio in merito alle sue concezioni sui pazienti borderline.

Kernberg definisce “borderline” tutti quelle persone che si collocano in un’area limite tra psicosi e nevrosi e presentano un’organizzazione patologica specifica e stabile della personalità (Kernberg, 1975).

Secondo l’autore il termine “borderline” spetterebbe dunque alle persone che manifestano:

  1. Tipiche costellazioni sintomatiche;
  2. Tipica costellazione dei meccanismi di difesa dell’Io;
  3. Tipica patologia di relazioni oggettuali interiorizzate;
  4. Particolari tratti genetico-dinamici.

L’angoscia di questi pazienti è cronica, diffusa e fortemente vincolante. Kernberg (1975) ritiene che la maggior parte dei pazienti presenta tendenze sessuali perverse polimorfe, impulsività, tossicomania, strutture classiche di personalità prepsicotica e infine due o più tra i seguenti sintomi nevrotici:

  1. Fobie multiple molto restrittive che implicano inibizioni sociali e tendenze paranoidi;
  2. Sintomi ossessivo-coatti;
  3. Sintomi di conversione multipli;
  4. Reazioni dissociative;
  5. Ipocondrie.

Tuttavia secondo l’autore il modo adeguato per classificare la patologia non è guardare tanto all’aspetto sintomatico, ma alla struttura di personalità sottostante. In base all’analisi descrittiva dunque nessun sintomo è patognomonico. Nonostante che l’associazione e l’intensità di alcuni di essi possa essere indicativa del disturbo, si richiede comunque un’analisi strutturale.

L’analisi strutturale dell’ “organizzazione borderline di personalità” prevede la descrizione dei seguenti quattro punti:

  1. Manifestazioni specifiche e non specifiche della debolezza dell’Io: tra le prime rientrano meccanismi di difesa primitivi, come scissione e identificazione proiettiva, nelle seconde si riscontra incapacità di controllare l’angoscia e gli impulsi. L’Io del paziente borderline tende ad “agire” per il conseguimento immediato di gratificazioni, si trova inoltre una difficoltà nel percepire il confine tra sé e l’altro, tra realtà interna ed esterna;
  2. Spostamento verso il tipo di pensiero regolato dal processo primario: pazienti borderline difficilmente trovano difficoltà in processi del pensiero  logico formale, ma la loro capacità si riduce grandemente in presenza di stimoli non strutturati, che attivano un pensiero primario. È proprio la riattivazione di pulsioni primitive e meccanismi di difesa arcaici a ostacolare processi cognitivi evoluti e funzionali, questo porta a forme di funzionamento mentale tipiche del processo primario (Baranello, 2001);
  3. Meccanismi di difesa caratteristici dell’ “organizzazione borderline di personalità”: scissione, identificazione proiettiva, diniego, onnipotenza e svalutazione;
  4. Relazioni oggettuali patologiche interiorizzate.

L’“organizzazione borderline di personalità” si realizza nel modo seguente: affinché l’Io maturi deve verificarsi una sintesi tra derivati libidici pulsionali e aggressivi, così che gli oggetti introiettati buoni e cattivi convivano. Se nel primo periodo di vita è normale che il bambino tenga scissi gli oggetti buoni da quelli cattivi, per una naturale incapacità integrativa dell’Io, non lo è più in seguito, in quanto la scissione e l’identificazione proiettiva dovrebbero essere sostituiti da meccanismi di difesa dell’Io più maturi.

Se la mancanza di integrazione dell’Io continua, verrà allora utilizzata in modo difensivo, per impedire che l’angoscia si generalizzi a tal punto da minacciare il nucleo dell’Io, che si è costruito attorno agli oggetti introietti positivi. In questo modo si considerano le persone come appartenenti a due grossi blocchi, quelli dei tutti buoni e dei tutti cattivi, questo porta anche ad esprimere atteggiamenti, comportamenti e rappresentazioni di sé contraddittori, che non vengono riconosciuti dal paziente.

Quando i soggetti con personalità borderline sentono che ci si prende cura di loro, assumono le parvenze di persone sole e abbandonate che chiedono aiuto per depressione, abuso di sostanze, disturbi del comportamento alimentare e precedenti maltrattamenti. Tuttavia quando temono la perdita della figura curante il loro umore cambia sensibilmente e si manifesta spesso una rabbia intensa e inappropriata. Il cambiamento di umore è accompagnato da drastici mutamenti nella visione del mondo, di sé stessi e degli altri.

Quando si sentono abbandonati generalmente compaiono fenomeni dissociativi o diventano disperatamente impulsivi.

Kernberg (1975) sostiene che, per questa incapacità di integrazione, riescono ad esprimere solo stati affettivi primitivi e non sperimentano depressione, preoccupazione, vergogna, colpa. La reazione più comune di fronte alle sconfitte dei propri desideri è la rabbia furiosa.

In questo modo convivono immagini del sé primitive, non realistiche e fortemente contraddittorie, che ne impediscono la coesione.

Da questo quadro emerge come il paziente non è in grado di giudicare l’altro e il suo atteggiamento verso di lui oscilla continuamente tra una ipervalorizzazione e svalutazione.

La causa di questa fissazione alla fase di separazione-individuazione, che la paura di restare da soli e di essere abbandonati dimostra, è da rintracciarsi in una indisponibilità emozionale della madre, in una costituzionale aggressività o in entrambe

Sembrerebbe che i genitori assicurino in maniera incostante amore e attenzione, magari lodando i progressi del figlio, ma non offrendo sostegno emotivo e calore, questo includerebbe lo sviluppo un Io incerto e debole, che sta alla base del loro continuo bisogno di essere rassicurati.

Numerosi sono gli studi che confermano la teoria di Kernberg. I soggetti riferiscono molto spesso una carenza di cure materne. Essi vedono le proprie famiglie come poco espressive dal punto di vista emotivo, poco coese e altamente conflittuali; riportano abbandoni, trascuratezza, maltrattamenti e abusi sessuali (American Psychiatric Association, 2001; Caviglia et al., 2007; Correale et al., 2001; Paris, Zweig-Frank & Gudzer, 1994a,1994b; Taylor, 2005; Zanarini, Williams, Lewis, Reich, Vera, Marino, et al., 1997). Sembra inoltre che la severità dell’abuso sessuale sia legata successivamente alla severità con cui si manifesta il disturbo (Zanarini, Yong, Frankenburg, Hennen, Reich, Marino, et al., 2002). Ciò che sembra caratterizzare con una certa regolarità queste storie è inoltre un tratto di impulsività imprevedibile, di una figura genitoriale o di entrambe, nel mondo soggettivo del paziente. Questo dato diventa estremamente importante perché spiega questa profonda inaffidabilità della figura genitoriale, unita a una sensazione di doloroso stupore quando invece questa si manifesta affettuosa e disponibile (Correale et al., 2001).

Successivamente la teoria di Kernberg è stata in parte modificata e integrata (Correale et al., 2001).

Secondo questa prospettiva, il momento cruciale nella patogenesi del BPD sarebbe localizzato nel momento in cui il bambino, alla soglia dell’acquisizione del linguaggio, si rende conto che gli affetti sono condivisibili e che anche gli altri sono in grado di provarli. Il linguaggio consente poi di condividere, descrivere e comunicare queste emozioni.

Nel caso del futuro paziente borderline si verificherebbero due ordini di fattori, in primo luogo l’ambiente del bambino, o si manifesta inadatto a condividere questi stati affettivi e la loro espressione sarebbe dunque trascurata o rifiutata (Lichtenberg, 1987; Lichetnberg, Lachmann & Fosshage, 1992), o non riesce a filtrare e attenuare questa stessa esperienza in linguaggio (Gunderson & Elliot, 1985).

In secondo luogo il bambino sarebbe costituzionalmente portato a reagire con rabbia e reattività di fronte a manifestazioni empatiche.

Le conseguenze che si verificano sono innanzi tutto un’incapacità di mantenere una costanza dell’oggetto, a causa della indecifrabilità degli stati affettivi, e un’incapacità di sviluppare un linguaggio interno, fatto di immagini e riferimenti personali, proprio a causa di un ambiente intrusivo. Il contrario si verificherebbe in condizioni di non intrusività; che aiuterebbero il bambino a stare da solo anche quando è con gli altri (Winnicott, 1958) e sviluppare questo tipo di linguaggio. La conseguenza è l’impossibilità di costruire una trama personale con conseguenti vissuti di mancata vitalità e monotonia. Tali vissuti vengono combattuti mettendo in atto comportamenti estremi, tendenze autodistruttive, atteggiamenti litigiosi o arrendevoli, comportamenti tossicomanici e sessuali caotici (Correale et al., 2001; Davison & Neale, 2004; Fossi & Pallanti, 1998; Kernberg, 1975). Un’ esperienza spesso riportata da questi pazienti è che devono recuperare anni di vita, eventi dotati di pregnanza emotiva vengono cancellati o codificati mediante scissioni che li rendono inutilizzabili.

Conseguenza di questo è che il paziente, anche all’interno di una terapia, può ricordare materialmente cosa è avvenuto, ma non riesce a farne un uso affettivo, questo comporta successivamente una scomparsa del ricordo, anche materiale (Correale et al., 2001; Liotti, 2001). A questo punto sembra più utile a fini terapeutici, prima di fare interpretazioni, aiutare il paziente a comprendere quello che è avvenuto e a ricostruire una trama tra le varie macchie dei suoi ricordi.

Tratto fondamentale del pazient borderline diventa dunque la dissociazione, (American Psychiatric Association, 2001; Gunderson et al., 1981; Linehan & Koerner, 1995), i soggetti sono come in un sogno, meccanici, staccati dal loro corpo, senza controllo sulle proprie azioni.

Il paziente percepisce una sorta di estraneità da sé stesso. La ricerca spasmodica di conferme, gratificazioni, lodi, può essere dunque visto come il desiderio che dall’esterno giunga una conferma della coincidenza tra senso del sé e sé, che non può arrivare dalla sua storia personale.

L’attenzione viene ristretta solo su alcuni particolari di intensa carica emotiva, che non consentono un loro inserimento in memoria e la costruzione di una storia personale.

L’abuso di sostanze viene dunque visto come un modo per contrastare la piattezza e la monotonia, la sgradevole sensazione di essere morto nei sensi. A sostegno di questo, Winnicott (1965) parla di “holding”, intesa come capacità della madre di raccontare al bambino le sue esperienze e non solo di condividerle con lui mentre si verificano.

Possiamo infine riferirci al contributo di Mahler, Pine e Bergman (1975), in particolare alla fase di separazione-individuazione, fase nella quale il bambino, già separato dalla madre, torna da lei per trovare conforto e protezione. Un atteggiamento empatico valorizza l’esperienza del bambino e ne permette una iscrizione in memoria che risulta connotata da sicurezza e soddisfazione; una risposta intrusiva, svalutante o controllante può renderla illeggibile e non memorizzabile.

Queste affermazioni assumono un particolare significato nel caso del BPD, l’atrofia del Sé porta spesso il paziente a segnalare la sensazione che la vita fluisca come un’emorragia di eventi, non collocabili in un’area interna di deposito e raccolta.

 

 

DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ, CARATTERISTICHE CLINICHE

Il DSM IV (American Psychiatric Association, 1994) indica con il termine tratti di personalità, modalità costanti di percepire, rapportarsi e pensare nei confronti dell’ambiente e di sé stessi, che si manifestano in un ampio spettro di contesti sociali e personali. I disturbi di personalità sono classificati nell’asse II del DSM. La scelta di collocare questi disturbi su un’asse indipendente è finalizzata a far sì che i clinici, nel formulare la diagnosi, prestino attenzione all’eventuale presenza di questi disturbi che altrimenti non sarebbero riconosciuti, poiché spesso si presentano in corrispondenza di disturbi dell’asse I, plasmandoli in diversi modi (Millon, 1996).

Nel DSM IV i disturbi di personalità sono classificati in tre gruppi:

  1. Gruppo A: Disturbi Paranoide, Schizoide, Schizotipico. In questo gruppo rientrano individui che appaiono strani ed eccentrici;
  2. Gruppo B: Disturbi Antisociale, Borderline, Istrionico e Narcisistico. In questo gruppo rientrano individui che appaiono amplificativi, emotivi e imprevedibili;
  3. Gruppo C: Disturbi Evitante, Dipendente e Ossessivo-Compulsivo. In questo gruppo rientrano individui che appaiono ansiosi e timorosi.

Fossi e Pallanti (1998) descrivono il BPD come un quadro in cui, l’instabilità affettiva, i disturbi dell’umore, del comportamento, delle relazioni e dell’immagine di sé, sono di una gravità tale da rendere difficile la differenziazione dalle psicosi.

Il disturbo viene anche chiamato schizofrenia ambulatoriale, schizofrenia pseudonevrotica, personalità psicotica.

Altre volte è difficile differenziare questa condizione dalla nevrosi, da questo nasce la sua denominazione stato limite.

Adolph Stern (1938) è stato il primo a coniare il termine “borderline”, partendo da osservazioni cliniche di pazienti che presentavano caratteristiche terapeutiche non assimilabili alle categorie diagnostiche allora in uso e che non rispondevano ai tradizionali trattamenti psicoterapeutici.

Nel 1953, con Robert Knight, il termine “borderline” comincia ad identificare una categoria diagnostica, caratterizzata da fragilità dell’Io e marcata difficoltà a gestire gli impulsi. L’autore notò che, in alcuni casi, dietro un apparente funzionamento dell’Io, generalmente nevrotico, si trovava una forte regressione e debolezza strutturale, che non potevano però neanche essere ricondotte ad un quadro psicotico. Successivi lavori condotti da Gunderson e Singer (1975) andarono a verificare empiricamente le ricerche sino ad allora condotte, questi arrivarono anche alla costruzione di uno strumento: Intervista Diagnostica per i Borderline. Kernberg (1975) identificò invece il concetto di “organizzazione borderline di personalità”, le cui caratteristiche principali erano debolezza dell’Io, meccanismi di difesa primitivi, relazioni oggettuali conflittuali e diffusione dell’identità.

Successivamente il crescente interesse per il tema diede il via ad una serie di ricerche che portarono all’inserimento di questo disturbo nel DSM III (American Psychiatric Association, 1980).

La definizione del DSM III può essere riconducibile a diverse fonti, ad esempio Gunderson, Kolb e Austin (1981), dopo un’attenta analisi della letteratura, proposero una serie di criteri diagnostici, simili a quelli che comparvero nel manuale.

I criteri diagnostici per il BPD furono determinati mediante una ricerca condotta da Spitzer, Endicott e Gibbon (1979). Questi studiosi identificarono il disturbo schizotipico di personalità come un insieme di tratti collegati alla schizofrenia, oltre a questo identificarono anche un altro quadro sintomatico, non connesso alla schizofrenia, che nel DSM III venne indicato come BPD.

Nella definizione del DSM IV, sono stati introdotti anche episodi dissociativi e di ideazione paranoide, che si presentano soprattutto in situazioni di stress (Caviglia, Iuliano & Perella, 2007).

Il DSM IV richiede per la diagnosi del disturbo, all’interno di caratteristiche pervasive di instabilità nelle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé, degli affetti e del controllo degli impulsi, almeno cinque delle seguenti manifestazioni:

  1. Sforzi per evitare l’abbandono reale o immaginario;
  2. Relazioni interpersonali intense e instabili con alternanza tra gli estremi di idealizzazione e svalutazione;
  3. Disturbi dell’identità marcati e persistenti;
  4. Impulsività in almeno due aree potenzialmente pericolose (abbuffate compulsive, promiscuità sessuale senza attenzione a rischi di infezioni o gravidanze indesiderate, cleptomania, abuso di alcol e droghe);
  5. Ricorrenti minacce di suicidio e comportamenti automutilanti;
  6. Instabilità affettiva con marcata reattività dell’umore;
  7. Sentimenti cronici di vuoto;
  8. Rabbia intensa e mancanza di controllo su di essa;
  9. Sintomi dissociativi o ideazione paranoie, transitori e collegati con lo stress.

La diagnosi del disturbo interessa dall’1 al 2% della popolazione generale, il 10% dei pazienti ambulatoriali, il 20% dei pazienti ospedalizzati e dal 30-60% delle persone con diagnosi di disturbo di personalità, si assiste inoltre ad una netta prevalenza delle donne rispetto agli uomini, quasi il doppio. Il disturbo tende infine a rendersi evidente nella prima età adulta e successivamente ad attenuarsi o stabilizzarsi con l’età (American Psychiatric Association, 2001; Baranello, 2003; Beers & Berkow, 1999; Davison & Neale, 2004; Fossi & Pallanti, 1998; Lieb, Zanarini, Schmahl, Linehan & Bohus, 2004; Torgersen, Kringlen & Cramer, 2001; Widiger & Weissman, 1991).

Come gli altri disturbi di personalità esso è egosintonico, ovvero la persona non riconosce i sintomi come parte di una patologia, ma semplicemente come uno stato di esistenza. Questo non permette ai pazienti di chiedere aiuto e quando lo fanno, è per problematiche contingenti: sintomi specifici, problemi relazionali, affettivi, scolastici o lavorativi (Baranello, 2003, 2004; Caviglia et a 2007). Da un punto di vista clinico si trovano molte anomalie in diverse aree del funzionamento psicologico e il comportamento si caratterizza per l’imprevedibilità. Il disturbo è caratterizzato infatti da un elevato tasso di suicidio, il 10% dei pazienti, circa cinquanta volte il tasso riscontrato nella popolazione generale. Il rischio di suicidio sembra maggiore nei primi venti anni, in particolare quando si presentano in associazione disturbi dell’umore o abuso di sostanze (American Psychiatric Association, 2001; Pompili, Ruberto, Girardi, Tatarelli, 2004; Soloff, Lynch, Kelly, Malone & Mann, 2000).

I pazienti sembrano continuamente in crisi: hanno una difettosa immagine di sé, sono pieni di incertezze sulla propria identità, si lamentano di sentimento di vuoto e noia (Caviglia et al., 2007; Fossi & Pallanti, 1998). Sono frequenti episodi psicotici di breve durata, la loro emotività molto spesso è inadeguata e l’umore presenta frequenti oscillazioni, si lamenta infine una incapacità di provare sentimenti (Beers & Berkow, 1999; Correale, Alonzi, Carnevali, Di Giuseppe & Giacchetti, 2001; Fossi & Pallanti, 1998).

Per quanto riguarda le relazioni interpersonali, specialmente quando è importante l’investimento affettivo, sono molto tempestose, queste persone tendono a cambiare facilmente da un rapporto a un altro, da un gruppo a un altro.

Questo tipo di relazione con l’oggetto sembra proporsi nel BPD con una certa regolarità, in alti termini il soggetto si sente insicuro e minacciato ogni volta che vive un eccessivo avvicinamento all’oggetto desiderato, nonostante ciò non può restare da solo, questo lo porta alla ricerca spasmodica di compagnia e ad essere profondamente dipendente dalle persone che gli stanno vicino.

La precedente modalità relazionale si accompagna dunque ad un’altra di segno opposto, in base alla quale l’oggetto viene investito di fantasie ideali e aspettative irrealistiche (Beers & Berkow, 1999; Correale et al., 2001; Davison & Neale, 2004; Fossi & Pallanti, 2004; Kernberg, 1975).

Questa modalità di attaccamento è ben nota a chi prende questi pazienti in terapia; questi sperimentano quasi immediatamente nel transfert sentimenti di intensa affettività, con violenta e drammatica reattività alle separazioni e intolleranza agli intervalli di separazione. La conseguenza di questo è un transfert caotico, formato da un succedersi di avvicinamenti e allontanamenti, che tende a confondere tanto il soggetto quanto il terapeuta (Correale et al., 2001).

La diagnosi differenziale può porsi con un gran numero di condizioni, ma di maggiore importanza è quella nei riguardi della schizofrenia, della personalità schizoide, paranoie, istrionica, antisociale e narcisistica (Fossi & Pallanti, 1998; Morey, 1988).

 

 

Disturbo Borderline di Personalità (BPD) e Disturbi Correlati all’Uso di Sostanze (SUDS)

Disturbo Borderline di Personalità (BPD) e Disturbi Correlati all’Uso di Sostanze (SUDS) ricorrono spesso nello stesso soggetto. Conseguenza di tale relazione è la difficoltà nella presa in carico di questi pazienti, spesso complicata da problemi intrinseci alla loro storia personale e da una disorganizzazione e mancanza di comunicazione tra i servizi.

La presenza di due quadri patologici porta con sé difficoltà doppie sia nella sintomatologia del paziente che nel trattamento dello stesso. Nel caso specifico di pazienti con BPD il quadro è ulteriormente aggravato da difficoltà del tutto peculiari di questo disturbo.

La rilevanza clinica e il forte interesse per la questione sono ampiamente dimostrati dalle recenti ricerche e studi che si sono interessati all’argomento sia in Italia che all’estero. D’altra parte il grande sviluppo della ricerca non si è accompagnato ad una pari implementazione nella pratica clinica. Il motivo è da ricercarsi nell’estrema attualità del tema e nella dispendiosità di interventi specifici per pazienti con BPD e SUDS.

L’Obiettivo principale degli articoli che seguono, sara’ quello di analizzare come avviene la presa in carico per pazienti con BPD e SUDS in Ser.T. e Comunità Terapeutiche della Toscana.

Ripercorreremo brevemente la nascita del termine “borderline” e fornisce una panoramica di alcuni dei principali modelli eziopatogenetici secondo diversi orientamenti teorici.

Illustreremo poi la definizione di abuso/dipendenza da sostanze e la questione della doppia diagnosi. La presenza nello stesso paziente di due o più quadri patologici porta con sé diverse problematiche a livello diagnostico, prognostico e clinico-terapeutico. Oltre a questo ricorrono anche difficoltà nella coordinazione e comunicazione tra diversi servizi, quali Ser.T., Comunità Terapeutiche e Dipartimento di Salute Mentale.

 

Cyberbullismo e differenze d’età

Una variabile ampiamente studiata in letteratura in relazione al fenomeno del cyberbullismo è l’età, in particolare per quanto riguarda il passaggio dalla preadolescenza all’adolescenza. Effetti diversi di questa variabile sono emersi dalle ricerche condotte in ambito nazionale e internazionale a causa del fatto che le età scelte dagli autori non sono sempre sovrapponibili e confrontabili (Guarini, 2009), questo porta quindi ad una mancanza generale di consenso sulla relazione fra fenomeno ed età.

Un primo gruppo di studiosi ha mostrato un incremento significativo del coinvolgimento degli adolescenti nel fenomeno del cyberbullismo con l’aumentare dell’età (Bartolo e Palermiti, 2007; Kowalski e Limber, 2007; Smith et al., 2008; Yabarra e Mitchell, 2004; Raskauskas e Stoltz, 2007). Ad esempio secondo Yabarra e Mitchell (2004) percentuali minori di bulli e vittime si riscontrano nei preadolescenti dai 10 ai 12 anni (22.0% vittime e 7.8% bulli), queste percentuali crescono tra i 13 e i 14 anni (31.0% vittime e 27.4% bulli), diventando ancora più elevate tra i 15 e i 17 anni (47.0% vittime e 64.8% bulli), non solo quindi vi è un incremento, ma questo è particolarmente evidente per il ruolo di bullo. Ancora altri studi confermano una crescita del fenomeno tra la fine delle scuole secondarie di primo grado e l’inizio di quelle di secondo grado (Hinduja e Patchin, 2009; Kowalski e Limber, 2007). Kowalski e Limber (2007) spiegano questo incremento del fenomeno con il crescere dell’età ed in particolare per gli studenti di scuola secondaria di secondo grado, facendo riferimento al tempo che questi adolescenti passano al computer e con le tecnologie a questo collegate, questo li ha portati ad essere più specializzati nel loro uso e nella partecipazione ai social network. Uno studio condotto negli Stati Uniti nel 2006 (Lenhart et. al., 2006), con più di 900 soggetti, rivela come gli studenti tra i 15 e 17 anni siano più propensi a riportare di aver preso parte a prepotenze on-line, rispetto a qualsiasi altra età. Allo stesso modo, studi condotti in Giappone (Aoyama e Talbert, 2009), confermano come il cyberbullismo sia più esteso e prevalente fra gli studenti di scuola secondaria di secondo grado. Infine uno studio statunitense (Cole et al., 2003) riporta come gli studenti di scuola secondaria di secondo grado siano più coinvolti in questo fenomeno rispetto a studenti di scuole inferiori, mostrando inoltre un decremento del fenomeno con la fine del percorso scolastico.

Un secondo gruppo di studiosi ha mostrato un effetto opposto della variabile età caratterizzato da un decremento della percentuale di bulli e vittime con il crescere dell’età. Nello studio di Dehue e colleghi (2008) la percentuale di bulli e vittime decresce con il passaggio dalla scuola secondaria di primo grado a quella di secondo. Anche nello studio di Slonje e Smith (2008) si nota un decremento, infatti la percentuale di vittimizzazione nelle scuole secondarie di primo grado risulta del 17.5%, questa decresce nelle scuole secondarie di secondo grado al 3.3%. Anche in un recente studio di Calvete e colleghi (2010) risulta come via sia un picco di episodi di cyberbullismo fra i 13 e 15 anni, lo studio di Williams e Guerra (2007) conferma questi dati, testimoniando come vi sia uno sviluppo del fenomeno intorno ai 10 anni, con un culmine intorno ai 13 anni, per poi decresce verso i 16 anni. Nel lavoro di Ortega e colleghi (2008) i risultati legati all’età si differenziano in base al ruolo ricoperto dal soggetto in questo fenomeno infatti la percentuale di vittime risulta più elevata tra i ragazzi più giovani, e la percentuale di aggressori più elevata tra i ragazzi più grandi. Dato che invece contrasta con lo studio di Cole e colleghi (2003) secondo cui gli studenti di scuola secondaria di secondo grado riportano di aver subito più prepotenze rispetto agli studenti di scuole di grado inferiore. Secondo i dati italiani del Progetto DAPHNE II (2008) si indica un aumento delle percentuali di adolescenti che dichiarano di aver compiuto atti di bullismo elettronico con il passaggio dalla scuola secondaria di primo grado a quella di secondo grado, con alcune differenze legate alla tecnologia usata, Internet risulta infatti la tecnologia elettronica più usata per le aggressioni elettroniche degli adolescenti più grandi.

Anche l’istituto IFOS si è occupato dei dati relativi al cyberbullismo, secondo questi il 14.0% dei soggetti delle scuole secondarie di primo grado e il 16.0% delle scuole secondarie di secondo grado ritiene di esserne stato
vittima ma solo 1.7% e l’1.8% dice di aver subito attacchi in maniera
continuativa. I cyberbulli invece sono il 12.2% alle medie inferiori e il
17.4% alle medie superiori e di questi rispettivamente 1.4% e l’1.2% hanno
preso parte diverse volte a settimana ad attacchi contro coetanei. Nello
studio di Smith e colleghi (2007) si mostra un incremento nel
coinvolgimento del cyberbullismo come perpetratore e possibile vittima, tra gli 11 e i 16 anni, sempre secondo Smith e colleghi, la natura indiretta e
tecnologica del fenomeno può produrre molte più differenze legate all’età
rispetto al bullismo tradizionale. Inoltre i bambini delle scuole primarie
continuano a riportare maggiori casi di bullismo tradizionale rispetto ai
preadolescenti e adolescenti nelle scuole secondarie (Rigby, 1996; Rigby e
Slee, 1991), questo probabilmente perché i bambini delle scuole primarie
non usano ancora allo stesso modo dei ragazzi più grandi le tecnologie per
comunicare in modo così diffuso (Campbell, 2005).

Infine è quindi possibile affermare come, anche se gli studi sul
cyberbullismo in relazione alla variabile età siano molteplici, ancora non
siamo arrivati ad un comune consenso sull’andamento del fenomeno in
relazione all’età.

Diffusione del Cyberbullismo

La nascita e la diffusione in campo internazionale degli studi sul cyberbullismo segnala sicuramente l’alta presenza del fenomeno. Risulta perciò importante poter valutare la presenza di questo all’interno dei vari contesti culturali. Ad esempio lo studio portato avanti nel 2004, negli Stati Uniti, da i-SAFE su 1.500 studenti dai 9 ai 14 anni mostra come il 25.0% di essi sia divenuto, con l’uso e la diffusione dei nuovi mezzi di comunicazione cyberbullo. Anche i risultati di uno studio condotto da Beran e Li (2005) in Canada su 432 studenti tra i 7 e i 15 anni, provenienti da 9 scuole secondarie di primo e secondo grado, hanno evidenziato come più di ⅔ degli studenti avevano sentito parlare di incidenti avvenuti a scuola a causa di episodi di cyberbullismo e circa ¼ li aveva perpetrati. In Australia uno studio longitudinale su 120 studenti della durata di 8 anni, mostra come ¼ dei soggetti coinvolti riveli di conoscere qualcuno che negli anni è diventato bullo usando le nuove tecnologie (Campbell e Gardner, 2005). Noret e Rivers (2006) in Inghilterra hanno riportato uno studio su 11.227 soggetti tra gli 11 e i 15 anni in cui il 7.0% di questi ha ammesso di aver ricevuto messaggi, e-mail minacciose od offensive. Sicuramente il fenomeno del cyberbullismo è non solo conosciuto ma anche diffuso, gli studi che per questo motivo si sono occupati di valutare l’incidenza del fenomeno sono numerosi, anche se a causa di problemi teorici, come la definizione del fenomeno e metodologici, come l’uso di criteri diversi per il reclutamento del campione o la misurazione, si verifica spesso un difficile confronto dei risultati fra le diverse ricerche internazionali (Guarini, 2009). Yabarra e Mitchell (2004), in uno dei loro primi studi hanno esaminato un campione di 1.501 studenti tra i 10 e i 17 anni, i risultati hanno mostrato come circa il 12.0% dei giovani dichiari di aver compiuto aggressioni elettroniche almeno una volta nell’ultimo anno, il 4.0% di essere stato vittima e il 3.0% sia vittima che aggressore, vi è inoltre un aumento del rischio fra gli adolescenti piuttosto che per i più giovani. Uno studio successivo condotto dagli stessi autori negli Stati Uniti nel 2006, che ha coinvolto 1.588 preadolescenti e adolescenti tra i 10 e i 15 anni, abituali
fruitori di Internet negli ultimi 6 mesi, dallo studio si segnala come il 35.0% dei preadolescenti e adolescenti dichiari di essere stato coinvolto come vittima in episodi di aggressione attraverso Internet. L’aspetto
particolarmente interessante che emerge dai due studi è l’incremento del
numero di adolescenti che sono coinvolti in episodi di aggressione
elettronica attraverso Internet. Li (2006) utilizzando un campione di 264
studenti delle scuole secondarie di secondo grado, dimostra come il 22.0%
dei maschi e il 12.0% delle femmine ammettono di aver commesso atti di
bullismo elettronico nei confronti di altri soggetti. In uno studio crossculturale, lo stesso autore ha trovato percentuali di cyberbullismo che
oscillano tra il 15.0% e il 7.0%, rispettivamente per il Canada e la Cina (Li,
2008). I risultati di uno studio condotto in Turchia (Aricak et al., 2008) con 269 adolescenti tra i 12 e 19 anni delle scuole secondarie di secondo grado di Istanbul, hanno evidenziato elevate percentuali di bullismo elettronico, il 35.7% del campione riferisce di aver commesso atti di bullismo elettronico, il 5.9% si dichiara vittima e il 23.8% dichiara di essere stato coinvolto in episodi sia di bullismo che di vittimizzazione. Anche in uno studio americano (Kowalski e Limber, 2007) a cui hanno partecipato 3.767 studenti di età compresa tra gli 11 e i 14 anni, i risultati hanno mostrato come l’11.0% degli studenti dichiara di essere stato vittima di almeno un episodio di aggressione elettronica, il 7.0% si dichiara sia bullo che vittima e il 4.0% di aver perpetrato almeno un episodio di aggressione elettronica.

Lo studio di Hinduja e Patchin (2008), condotto con adolescenti reclutati
grazie al supporto di alcuni siti comunemente visitati, ha coinvolto 1.378
giovani con età inferiore ai 18 anni, dallo studio è emerso come il 34.0%
dei giovani dichiari di essere stato vittima di bullismo elettronico e il 17.0% di aver condotto episodi di aggressione elettronica. Uno studio condotto in Gran Bretagna dalla National Children’s Home (2005), su un campione di 770 studenti tra gli 11 e i 19 anni, riporta come il 20.0% di questi ha commesso almeno una volta atti di cyberbullismo, e l’11.0% dichiara di averli subiti. Nel 2007 in uno studio di Raskauskas e Stoltz su 84 studenti, di 2 scuole secondarie di secondo grado fra i 13 e i 18 anni è emerso come il 49.0% risulta essere vittima di cyberbullismo e il 21.0% si dichiara invece cyberbullo, in questo studio è emerso inoltre come molte cybervittime siano risultate anche le vittime intese in senso tradizionale e molti cyberbulli, bulli tradizionali. Questa ricerca apre quindi un capitolo molto interessante relativo alla continuità tra bullismo tradizionale e cyberbullismo, anche per quanto riguarda questo aspetto ci sono però molti risultati contrastanti e opinioni diverse fra gli studiosi. Ad esempio i dati relativi allo studio di Mitchell e colleghi (2007) mostrano come tra i giovani che ammettono di aver subito aggressioni con Internet, almeno i ¾ riportano di aver subito un tipo di violenza off-line. Dallo studio di Yabarra e collaboratori (2007), emerge invece che anche se esiste un possibile sovrapposizione tra bullismo on-line e off-line il 64.0% dei giovani del campione molestati on-line non risulta essere vittima di episodi di bullismo a scuola. Una parte di studi sono partiti dalla distinzione tra bullismo elettronico grave od occasionale per poter valutare la diffusione del fenomeno. Ortega e colleghi (2008) in Spagna su un campione di 830 studenti di età compresa tra i 12 e i 18 anni hanno rilevato come il 22.8% dichiari di essere coinvolto in maniera occasionale nel fenomeno, di questi il 5.7% come cyberbullo, il 9.3% come vittima e il 7.8% come bullo-vittima, la percentuale diminuisce invece facendo riferimento al bullismo elettronico di tipo grave (una frequenza settimanale negli ultimi due mesi), infatti i bulli risultano essere l’1.7%, le
vittime l’1.5% e i bulli-vittime lo 0.6%. In uno studio svedese condotto su
360 adolescenti tra i 12 e 20 anni (Slonje e Smith, 2008) sono state distinte
non solo le aggressioni gravi da quelle occasionali, ma anche quelle che
avvengono all’interno o all’esterno del mondo scolastico. I risultati della
ricerca mostrano come la percentuale di vittime di cyberbullismo sono l’
11.7% se si considerano gli episodi di aggressioni tramite Internet ed
esterne al mondo scolastico, la percentuale scende al 5.3% se si considerano invece solo quelli all’interno del contesto scolastico, questa percentuale decresce ulteriormente, 2.8% se si prendono in onsiderazione solo le vittime di bullismo elettronico grave (duo o tre aggressioni al mese negli ultimi due mesi), nello studio non sono state individuate differenze di età tra soggetti dai 12 ai 15 anni. La prima ricerca italiana che ha modo sistematico l’incidenza del fenomeno del cyberbullismo nelle scuole,
nata all’interno del Progetto europeo DAPHNE II (2008), ha studiato un
campione di circa 2.000 studenti fra i 12 e i 17 anni, il 13.3% dichiara di
essere stato vittima di atti di cyberbullismo e il 12.1% di essere stati
cyberbullo, anche in questo studio le percentuali di bullismo occasionale
sono maggiori rispetto a quello grave ed aumentano con l’aumentare
dell’età. Inoltre dai dati di Eurispes e Telefono Azzurro (2010) emerge
come a domande dettagliate sul cyberbullismo a cui hanno risposto i
bambini fra i 7 e gli 11 anni, nel 2007 e nel 2008, i partecipanti affermano,
nella maggior parte dei casi, di non essere coinvolti in episodi di questo
tipo. Considerata l’età del campione è facile intuirne il motivo: l’utilizzo
quasi quotidiano di Internet e telefono cellulare appartiene più alle abitudini di giovani adolescenti, più esposti, quindi, rispetto ai bambini, ai rischi della rete e dei nuovi strumenti di comunicazione. Per quanto riguarda gli adolescenti, infatti, è opportuno evidenziare come nel Rapporto del 2010 (Eurispes e Telefono Azzurro, 2010), sia emersa una percentuale maggiore, rispetto al 2008, di coloro che dichiarano di essere stati protagonisti, sia nel ruolo di vittima che di bullo, in episodi di cyberbullismo. In particolare, la percentuale degli adolescenti che dichiarano di aver “ricevuto messaggi, foto o video offensivi o minacciosi”, qualche volta/spesso, aumenta dal 3.0% del 2008, al 5.6% del 2009.

Chi afferma di “ricevere o trovare informazioni false sul proprio conto” qualche volta/spesso, nel 2009,investigato in  raggiunge il 12.6% a fronte dell’11.6% dell’anno precedente, aumento di un punto percentuale che si riscontra anche tra chi dichiara di “essere escluso intenzionalmente da gruppi on-line” qualche volta/spesso (1.7% nel 2008 vs 2.7% nel 2009). Anche tra chi afferma di aver compiuto azioni di cyberbullismo aumenta, rispetto all’anno precedente, la percentuale di chi, nel 2009, ha “inviato o diffuso messaggi, foto o video offensivi o
minacciosi” (3.2% vs 2.4%), “diffuso informazioni false su un’altra
persona” (4.0% vs 3.6%) ed “escluso intenzionalmente una persona da gruppi on-line” qualche volta/spesso (7.5% vs 5.4%).

I risultati emersi dalle ricerche qui descritte che si sono interessate allo
studio dell’incidenza del cyberbullismo, sono concordi nell’affermare che
questo fenomeno sia già pienamente diffuso e in crescita in numerosi paesi.

La situazione italiana appare in linea con il panorama internazionale,
mostrando come nelle scuole secondarie di primo e secondo grado il
bullismo elettronico sia un fenomeno presente e già diffuso. La certa
diffusione di questo fenomeno all’interno del mondo giovanile è dovuta
senza alcun dubbio anche alla molteplicità degli strumenti di comunicazione elettronica finora esistenti, e alla conseguente possibilità di poterli utilizzare.

Per questo motivo una parte di ricerche si è concentrata anche sullo studio delle tecnologie e modalità utilizzate dai giovani per compiere atti di bullismo elettronico. Gli autori concordano sia sull’idea che Internet ed i telefoni cellulari siano per gli studenti in età adolescenziale due tecnologie utilizzate per le aggressioni elettroniche (Aricak et al., 2008; Ortega et al., 2008), sia sul fatto che spesso chi compie aggressioni elettroniche non sceglie un’unica modalità, ad esempio con il cellulare: chiamate, SMS, MMS; e rispetto ad Internet: e-mail, messaggi istantanei, chat room (Li, 2007; Slonje e Smith, 2008). Vi è invece minor accordo tra gli studiosi nel capire quale sia la tecnologia più utilizzata per compiere atti di bullismo elettronico. Secondo Slonje e Smith (2008) il bullismo elettronico più praticato è quello che usa le e-mail e la divulgazione di foto e video, indipendentemente dall’età; questa idea è condivisa anche da Hinduja e Patchin (2008) secondo cui il bullismo elettronico si manifesta principalmente attraverso Internet ed in particolare attraverso le chat room. In contrasto appaiono invece i risultati emersi dagli studi di Raskaukas e Stolz (2007) secondo cui il mezzo più utilizzato è invece il cellulare e questo dipende sia dalla disponibilità di possedere questo mezzo e dalla possibilità di utilizzarlo anche a scuola. Anche i dati italiani del Progetto DAPHNE II (2008) mostrano una maggior incidenza di episodi di aggressione elettronica perpetrati attraverso il cellulare piuttosto che Internet, inoltre anche in questo caso vi sono delle differenze legate all’età infatti Internet risulta la tecnologia più usata per le aggressioni elettroniche dagli adolescenti.

Dalle ricerche descritte emerge come sia Internet che i telefoni cellulari siano due tecnologie molto utilizzate dagli adolescenti per attuare le aggressioni elettroniche, questo dipende dal fatto che queste due tecnologie rappresentano i nuovi strumenti di comunicazione tra preadolescenti e adolescenti e che hanno cambiato il modo di relazionarsi con i coetanei (Guarini, 2009).