Disturbo Borderline: Storie Cliniche

Sono presentati in questo capitolo una sintesi di due casi clinici, il primo di un Ser.T. e il secondo di una Comunità Terapeutica. I casi sono stati selezionati dagli operatori in base alla loro pertinenza con l’argomento della ricerca.

Sono riportate in seguito all’esposizione di ciascun caso clinico anche delle
riflessioni personali.

Il Caso Borderline di Laura

Laura (il nome è di fantasia) è una ragazza di 26 anni ed è nata dal secondo matrimonio del padre con una ragazza dell’est. Dal precedente matrimonio il padre aveva avuto altri due figli, ovviamente, più grandi della ragazza.

La crescita di Laura nei suoi primi 18 anni si è rilevata regolare, a scuola andava bene e aveva dimostrato un’intelligenza sopra la media.

Nel momento in cui si iscrive all’università Laura conosce un ragazzo e se ne innamora.

Il ragazzo usa cocaina, inizialmente Laura sottovaluta questo problema e comincia a vivere e tollerare la presenza della sostanza nella sua vita, fino a considerare la possibilità di farne uso.

Fino a quel momento Laura aveva fatto ricorso a marijuana solo in presenza di amici, quindi in forma del tutto rituale.

La ragazza inizia ad utilizzare cocaina, la sostanza le “piace” e le accentua un po’ una sua tendenza, già esistente, di maniacalità. Laura si sente sempre più forte e sicura.

La situazione familiare della ragazza è abbastanza complessa, il padre è spesso poco presente e oscurato dalla figura della madre, che a sua volta vive in competizione con la bellezza della figlia. I fratelli usano a loro volta cocaina e la spacciano.

La situazione di Laura precipita nel momento in cui il suo ragazzo la abbandona.

Laura non riesce ad accettare quanto le è capitato, cade in una profonda crisi e inizia ad inveire contro il mondo e sé stessa aumentando l’uso di cocaina.

A questo punto la sostanza non viene più utilizzata saltuariamente, ma come forma di autoterapia.

La precedente sicurezza della ragazza si dimostra essere solo una facciata. Un giorno, in preda ad una crisi furiosa, viene ricoverata nel reparto psichiatrico e le viene diagnosticata la presenza di un BPD e abuso di cocaina.

La ragazza esce dopo un po’ di tempo dalla struttura e tenta in svariati modi di ripristinare la situazione come era prima della crisi, tentando ad esempio di riprendere in più occasioni la carriera universitaria.

Laura per un certo periodo è seguita dagli operatori del Ser.T. e del Dipartimento di Salute Mentale, le due strutture collaborano per stabilizzare il quadro clinico della ragazza.

Nei successivi quattro anni la storia di Laura è caratterizzata da ricadute nell’alcol, nella cocaina e abbandoni dei centri residenziali.
Ad oggi la condizione psichiatrica della ragazza si è aggravata, mentre si è per lo più risolta quella dell’abuso di sostanze. Laura non frequenta più il Ser.T. ed è presa in carico esclusivamente dal Dipartimento di Salute Mentale, non sono quindi più reperibili da parte del Ser.T. informazioni sullo stato di salute di Laura.

Considerazioni sul Caso Laura

Il disturbo della ragazza insorge nella prima età adulta, intorno ai 19 anni, come i dati epidemiologici spesso confermano (American Psychiatric Association, 2001; Baranello, 2003; Beers & Berkow, 1999; Davison & Neale, 2004; Fossi & Pallanti, 1998; Lieb et al., 2004; Torgersen et al., 2001; Widiger & Weissman, 1991).

Laura prima della crisi si sentiva forte, seduttiva, anche prima dell’utilizzo di cocaina, la sostanza non fa che esaltare questa sensazione. Liotti (2001) ritiene che un atteggiamento di tipo seduttivo-sessuale sia frequente nel BPD, in particolare questo viene utilizzato per scalzare il caos delle esperienze emotive intense.

La situazione familiare della ragazza è altamente destrutturata e rispecchia un po’ quello che la letteratura in genere riporta: il padre sempre assente e marginale, la madre in competizione con la bellezza della figlia e i fratelli spacciatori e consumatori a loro volta di cocaina (American Psychiatric Association, 2001; Caviglia et al., 2007; Correale et al., 2001; Paris et al., 1994a, 1994b; Taylor, 2005; Zanarini et al., 1997).

L’abbandono del fidanzato è quello che fa scatenare la prima crisi di Laura
rilevando un’estrema vulnerabilità all’abbandono e alla perdita (Correale et al., 2001; Kernberg, 1975; Linehan, 1993a, 1993b; Liotti, 2001). Pazienti con BPD infatti, a causa del loro attaccamento disorganizzato, di fronte a queste situazioni reagiscono con risposte francamente patologiche (Liotti, 2001).

La sostanza diventa per Laura una forma di autoterapia, le serve psicologicamente per affrontare il quotidiano ed andare avanti.
La storia successiva di Laura continua con crisi violente, ricoveri, polidipendenza, ricadute e drop out (American Psychiatric Association, 2001; Budman et al., 1996; Caviglia et al., 2007; Chiesa et al., 2000; Fioritti & Solomon, 2002; Haro et al., 2004; Links et al., 1995; Linehan, 1993a, 1993b,1999; Madeddu et al., 2005; Martinez-Raga et al., 2002; Senis, 2005; Skinstad & Swain, 2001; Skodol et al., 1999; Thomas et al., 1999; Verheul, 2001; Verheul et al., 1998).

La presa in carico di Laura si svolge in apparenza in parallelo tra Dipartimento di Salute Mentale e Ser.T., in realtà è presente sin dall’inizio una forte suddivisione di competenze tra le due strutture: la prima si occupa dalla parte psichiatrica, la seconda di quella tossicologica. Quando Laura interrompe l’utilizzo di sostanze e la sua condizione psichiatrica si aggrava, il Ser.T. non ha più titolo nel caso della ragazza, passato alle competenze esclusive del Dipartimento di Salute Mentale.

Questi dati non trovano riscontro in letteratura (Cimillo et al., 2005; Fioritti & Solomon, 2002; Manzato & Fea, 2004; Osservatorio delle Droghe e delle Tossicodipendenze, 2004).

Il Caso Borderline di Franca

Franca (il nome anche in questo caso è di fantasia) è una donna di 43 anni e da qualche mese ha concluso il suo percorso presso una Comunità Terapeutica.

L’infanzia di Franca è molto travagliata: il padre alcolista era molto violento e picchiava lei e i suoi fratelli, i quali a loro volta scaricavano la loro aggressività sulla sorella. Queste esperienze fanno crescere Franca come una bambina molto paurosa, sfiduciata e chiusa. L’unica figura di riferimento è la madre, anche lei vittima delle angherie del marito.

Sin da piccola Franca utilizza come modalità difensiva il ritiro e la somatizzazione, per cui soffre di forti mal di testa e paresi facciale.

Inizia a quattordici anni ad utilizzare hashish, cocaina, alcol e sonniferi, come automedicazione. Anche i fratelli utilizzano sostanze, ma solo lei viene additata in modo negativo dalla famiglia.

A diciannove anni si innamora, ma dopo un abbandono improvviso del partner cade in una fase di anoressia e comincia ad utilizzare eroina.
Entra a venticinque anni in una Comunità Terapeutica, tuttavia abbandona il percorso prima che si concluda , nonostante ciò una volta uscita non fa più uso di sostanze.

All’uscita dal programma terapeutico conosce un ragazzo, se ne innamora e hanno un figlio.

Franca presenta diversi problemi durante il parto, tanto che sia lei che il bambino sono separati e messi in rianimazione. Franca per molto tempo non ha notizie del figlio e crede che sia morto, fino a quando sotto pressione della nonna, Franca riesce a vedere che sta bene. Questa esperienza traumatica si accompagna a frequenti liti con il partner che inizia ad abusare di lei sessualmente.

Entrambi cadono di nuovo nell’alcol.

Franca torna al Ser.T. e chiede personalmente l’ingresso presso una Comunità Terapeutica. Quando arriva in Comunità la diagnosi psichiatrica di Franca parla di dissociazione, dispercezione, stato misto, tratti di personalità borderline e abuso di sostanze. L’operatore intervistato tende a sottolineare che la Comunità generalmente non si occupa di casi così gravi, tuttavia a volte sono fatte delle eccezioni, soprattutto se il numero dei degenti è poco e il personale può dedicarsi in modo più approfondito ad una persona.

Una volta che Franca entra in Comunità inizia il suo programma terapeutico, la donna segue una terapia farmacologia, individuale e di gruppo. In questo ultimo caso gli incontri vengono fatti gradualmente, poiché gli operatori non ritengono
Franca ancora abbastanza forte da sostenere dei confronti con gli altri membri.

Le sono affiancate diverse figure professionali tra cui due psichiatri, uno interno alla struttura, che può monitorare quotidianamente la ragazza, e uno esterno, in previsione dell’uscita dalla Comunità, e due psicologi, anche in questo caso uno interno e uno esterno, per continuare a monitorare Franca al termine del percorso in Comunità. L’equipe interna alla Comunità si incontra settimanalmente per discutere di vari casi tra cui quello di Franca, l’equipe costruita appositamente per il caso si incontra invece una volta al mese.

Viene istituito anche un percorso psicologico per il figlio con lo scopo di
riallacciare i rapporti con la madre.

Invece dei soliti due anni il percorso di Franca ha una durata di quattro anni.

Attualmente Franca ha concluso il suo percorso, continua ad essere seguita dallo psichiatra del Dipartimento di Salute Mentale e dalla psicologa esterna, come previsto dal programma.

La Comunità Terapeutica benché non abbia più in carico la donna viene
comunque periodicamente informata sul percorso che tuttora sta svolgendo all’esterno.

I rapporti con il figlio sono molto migliorati.

Considerazioni sul Caso Franca

La famiglia di Franca è una famiglia molto problematica. La ragazza vive sin da piccola in una casa violenta che le insegna ad avere paura. La ragazza impara a difendersi ritirandosi in sé stessa e somatizzando quanto le accade.

Sono inoltre presenti in famiglia trascorsi di abuso di sostanze tra i membri (American Psychiatric Association, 2001; Caviglia et al., 2007; Correale et al., 2001; Paris et al., 1994a, 1994b; Taylor, 2005; Zanarini et al., 1997).

La prima crisi della ragazza è rinvenuta da giovane in seguito all’abbandono del partner, fino ad allora aveva già fatto uso di diverse sostanze (Correale et al., 2001; Kernberg, 1975; Linehan, 1993a, 1993b; Liotti, 2001).

Nel suo primo ingresso in Comunità la patologia psichiatrica non le viene
riconosciuta e dopo un po’ di tempo abbandona il programma terapeutico senza portarlo a conclusione.

La seconda volta che entra in comunità Franca ormai è una donna e una madre, la diagnosi psichiatrica riporta una complessa situazione in cui si avvisano dispercezioni, dissociazione, stato misto, tratti borderline di personalità.

In previsione del lungo tempo di cura di Franca sono attivate una serie di figure anche esterne alla Comunità, queste hanno lo scopo di seguire la paziente sia durante il percorso nella struttura che all’esterno, una volta che questo si sarà concluso. La Comunità organizza un vero e proprio lavoro di rete attorno alla paziente. L’equipe si ritrova inoltre una volta al mese per discutere del caso.

Tra le attività che sono svolte sono presenti trattamento individuale, farmacologico e di gruppo. In questo caso il lavoro di gruppo viene inserito gradualmente nel percorso di Franca perché considerato inizialmente troppo difficile da sostenere.

Dopo quattro anni nella Comunità Franca esce dalla struttura, non viene comunque lasciata sola all’improvviso, ma continua il lavoro sia psichiatrico che psicologico. Nonostante la Comunità non abbia più in carico la paziente viene periodicamente informata sul lavoro che sta svolgendo all’esterno.

Il lavoro in questo caso svolto dalla Comunità Terapeutica è da considerare
certamente un percorso individualizzato e integrato (Cimillo et al., 2005; Fioritti & Solomon, 2002; Manzato & Fea, 2004; Osservatorio delle Droghe e delle Tossicodipendenze, 2004).

 

 

Disturbo Borderline: Storie Cliniche
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