DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ: MODELLO SISTEMICO

L’approccio sistemico-relazionale ha costruito la sua metodologia clinica intorno all’idea che il disagio psichico può essere colto attraverso l’osservazione delle relazioni umane. Si tratta di relazioni specifiche, peculiari e necessarie per lo sviluppo di ogni individuo, ovvero quelle che vengono a costituirsi all’interno del nucleo familiare (Davison & Neale, 2004).

Il paziente allora non è colui che subisce ed esibisce un sintomo, ma è esso stesso il sintomo di una famiglia disfunzionale.

Per i pionieri della terapia familiare l’enigma della psicopatologia trovava così soluzione al di là dell’individuo in sé e della sua organizzazione psichica, ma anche al di là delle sue esperienze passate.

Ciò che è osservabile al momento, ossia i comportamenti, le relazioni, la comunicazione, porta già scritta la storia del disturbo ed è, allo stesso tempo, il terreno su cui intervenire al fine di produrre il cambiamento terapeutico.

In base a questa ottica appare del tutto inutile addentrarsi nel labirinto dell’inconscio, fare affiorare ricordi, esperienze, frammenti di vita. Il modello sistemico-relazionale nasce intorno agli anni cinquanta, all’interno di un contesto sociale e culturale che aspirava infatti a innalzare la psicologia al pari delle così dette scienze “esatte” (Monguzzi, 2003).

Dal punto di vista della psicologia sistemica esiste qualcosa nel sistema globale in cui è inserito il paziente che, nel suo tentativo di attivarsi per aiutare a risolvere la situazione, può portare a preservare alcuni atteggiamenti e comportamenti disfunzionali e non permette quindi di avviare uno sblocco (Baranello, 2004).

La famiglia di un paziente borderline inizia così ad organizzarsi secondo un equilibrio da cui però alla fine risulta essere schiacciata.

La funzione dello psicologo sarà dunque quella di riorganizzare le risorse di modo che siano più funzionali e consentano un miglioramento delle condizioni del sistema.

Il percorso di sostegno psicologico ha come obiettivo quello di fornire soluzioni adeguate per impedire al sistema di irrigidirsi, ovviamente l’intervento risulta tanto più efficace quanto più precoce, prima cioè che la famiglia entri in uno stato psicologico di pessimismo, rinuncia e insoddisfazione.

Questo tipo di intervento mira a raggiungere un’armonia del sistema, che mantiene comportamenti, atteggiamenti e pensieri disfunzionali.

Spesso la famiglia nel tentativo di aiutare il paziente con BPD, rinuncia a se stessa, alle proprie attività; dimenticando anche i propri problemi.

Tutta la vita della famiglia inizia a girare intorno al paziente che utilizzerà atteggiamenti di tipo manipolatorio per gestire l’ambiente e gli altri.

La famiglia di un paziente con BPD si trova a fronteggiare continui cambi di posizione, frequenti alterazioni dell’umore, ira improvvisa e minacce. Ad ogni apparente miglioramento corrisponde quasi sempre una ricaduta. Un momento sembra che tutto vada bene ed il giorno dopo, ma a volte soltanto poche ore o pochi minuti dopo, accade esattamente l’opposto.

Nella maggior parte dei casi la famiglia cercherà di convincere il paziente a seguire un percorso di cura, ma questo generalmente non accetterà un aiuto psicologico, in quanto ritiene di non averne bisogno.

In base al paradigma sistemico un cambiamento è comunque possibile con interventi psicologici che sono indirettamente rivolti al paziente, mentre sono tecnicamente diretti al sistema su cui interviene.

Nel sostegno psicologico inoltre il più importante passo da eseguire è la valutazione del funzionamento globale del sistema, in quanto orienterà tutto l’iter dell’intervento psicologico. I sintomi tipici del BPD vanno letti integralmente con la loro specifica funzione all’interno del contesto di vita del paziente.

Un altro fattore da valutare è infine la visione da parte del paziente di sè stesso e dei propri campi di esperienza. L’approccio di sostegno, seguendo il paziente nel corso del tempo, un genitore, un partner o l’intera famiglia, mira a ridurre il solco tracciato dalla scissione, che si manifesta attraverso una forma di pensiero e comportamento dicotomici (o tutto o nulla, o buono o cattivo, o idealizzato o svalutato).

Lo psicologo cercherà di favorire la soddisfazione dei bisogni fondamentali del paziente, sostituendo gradualmente ai desideri disfunzionali, desideri equivalenti, ma funzionali al raggiungimento degli obiettivi di gratificazione dei bisogni di base.

Le linee guida per l’intervento di sostegno tracciate dalla psicologia sistemica sono chiare: lasciare inalterato ciò che funziona e modificare quello che crea disagio al paziente. Non alterare e non intaccare ciò che al paziente piace così com’è, al fine di favorire una scelta consapevole di rinuncia da parte del paziente stesso dei propri comportamenti disfunzionali, soltanto quando sarà in grado di desiderarlo (Baranello, 2004).

 

 

DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ: MODELLO SISTEMICO
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