DISTURBO BORDERLINE DI PERSONALITÀ: MODELLO COGNITIVO- EVOLUTIVO

I più recenti sviluppi teorici e clinici di matrice costruttivista hanno portato allo sviluppo di una prospettiva cognitivo-evolutiva e della teoria dell’attaccamento, che ne è l’importante matrice concettuale di riferimento (Lambruschi, 2004).

Uno dei maggiori esponenti, relativamente alle sue concettualizzazione sul BPD, è Giovanni Liotti (2001), la cui posizione può essere vista come un’integrazione della prospettiva di Kernberg, che vede come nucleare per il disturbo la presenza di rappresentazioni scisse e multiple, quella di Marsha Linehan, in cui è invece centrale il deficit nella regolazione delle emozioni e quella di Fonagy (Fonagy, 1999; Fonagy & Target, 1996), in base al quale il nucleo del disturbo risiede in un deficit delle funzioni metacognitive.

Nella prospettiva cognitivo–evolutiva la psicopatologia consiste in una serie di ostacoli che strutture e processi cognitivi abnormi pongono al riconoscimento e dunque alla regolazione delle emozioni.

Andando più nello specifico si può distinguere tra due tipi di conoscenza, la conoscenza procedurale o implicita, costituita da schemi motori ed emozioni che prescindono il linguaggio, e la conoscenza dichiarativa o esplicita, dichiarabile attraverso le proposizioni verbali. A sua volta la conoscenza esplicita si divide in conoscenza semantica, fatta di significati generali, ed episodica, costituita da episodi specifici.

Questo paradigma ritiene essenzialmente che la psicopatologia possa avvenire secondo due processi:

  1. Eventuali disconnessioni tra conoscenza episodica e semantica del sé;
  2. Eventuali ostacoli ai processi per cui la conoscenza implicita (soprattutto relativa alle emozioni) può divenire almeno parzialmente esplicita (Liotti, 2001).

Nel primo caso facciamo riferimento a un processo descritto anche da Bowlby (1980, 1988), il bambino taglia fuori dei ricordi episodici negativi dalla coscienza perché in disaccordo con conoscenze semantiche idealizzate dei genitori, questo avviene, sia per disposizioni innate del bambino a cercare conforto, sia per pressioni interpersonali dei genitori.

Nel secondo caso invece si fa riferimento alla costruzione di metafore, come ponte che si viene a creare tra una conoscenza implicita ed esplicita (Liotti, 2001). Le emozioni sono le prime complesse attività mentali inconsce e innate, che possono acquisire la qualità di coscienza, la conoscenza verbale delle emozioni implica processi mentali simili alla costruzione e comprensione di metafore.

Lo sfondo delle metafore più importante nella conoscenza di sé è fornito dalle sensazioni e atteggiamenti corporei connessi alla fisiologia delle emozioni, grazie alla metafora, il silenzio del corpo, agitato da correlati neurovegetativi dell’emozione, diviene cosciente.

Per comprendere la metafora occorrono capacità metacognitive, deficit in questo ambito sono connessi a passate o presenti condizioni intersoggettive e sono ritenuti responsabili del fallimento dei processi volti a rendere esplicito ciò che è implicito.

La prospettiva evoluzionista ritiene che la coscienza abbia un’origine prevalentemente intersoggettiva, ovvero la conoscenza inferenziale dei contenuti della mente dell’altro è la condizione necessaria per la costruzione simultanea di una conoscenza sulla propria mente.

Ricerche condotte sulla costruzione della Teoria della Mente suffragano questa ipotesi (Fonagy, 1999; Liotti, 2001; Lorenzini & Sassaroli, 1995). Teoria della Mente e metacognizione sono concetti emersi nel cognitivismo, entrambi implicano la capacità di monitorare i processi che si svolgono nella mente.

Con Teoria della Mente si intende la capacità della mente umana di rappresentarsi l’evento mentale, di attribuire stati mentali a sé e agli altri e sulla base di ciò spiegare e/o prevedere il comportamento manifesto (Premack & Woodruff, 1978). Lo sviluppo di tale capacità viene testato nei bambini attraverso compiti di falsa credenza, che dimostrano se il bambino è in grado di attribuire all’altra persona contenuti mentali diversi dai propri.

Sulla base di quanto detto, solo quando il bambino conosce che l’altro ha una mente può cominciare a costruirsi una idea compiuta della propria. Deficit o difetti nella Teoria della Mente fanno si che alcuni contenuti che potenzialmente potevano divenire coscienti restino inconsci, se il deficit si protrae nel tempo avremo carenti capacità di riflettere sull’esperienza soggettiva, che tanta importanza riveste nei disturbi di personalità.

Conseguenza di ciò è che le emozioni e le altre conoscenze tacite, se rimangono estranee alla coscienza, non possono essere regolate e modulate con la stessa flessibilità con cui si regolano i sentimenti coscienti.

Questi deficit metacognitivi e della Teoria della Mente sono ascrivibili al contesto relazionale in cui il bambino è immerso e che si esplica attraverso un comportamento di attaccamento disorganizzato (Fonagy, 1999; Liotti, 2001).

La ricerca sull’attaccamento nel primo anno di vita dimostra che, nelle famiglie a basso rischio di disturbo psicologici, la maggior parte dei bambini riesce ad organizzare il proprio pattern di attaccamento verso ciascun genitore, tale comportamento riflette lo stile con cui il genitore li ha accuditi (Ainsworth, Blehar, Waters & Walls, 1978; Bretherton, 1985, 1990; Main, 1995; Meins, 1997).

I pattern organizzati di attaccamento individuati sono tre, sicuro, insicuro-evitante e insicuro-resistente, circa l’80% dei bambini nei campioni a basso rischio riesce a organizzarsi su una di queste tre modalità, il 15-20% invece non riesce nel compito organizzativo (Lambruschi, 2004; Main & Morgan, 1996; Solomon & Gorge, 1999).

Inoltre se andiamo a vedere il comportamento di attaccamento di bambini in famiglie ad alto rischio1 , nel primo anno di vita, la maggioranza di questi mostra un pattern disorganizzato (Carlson , Cicchetti , Barnett & Braunwald, 1989; Lyons-Ruth, 1996; O’Connor, Sigman & Brill, 1987; Radke-Yarrow, McCann, Demulder, Belmont, Welsh, 1995).

Le strategie di attaccamento organizzate vengono rilevate attraverso una sequenza standardizzata di brevi episodi di separazione e riunione fra bambini e genitori, detta Strange Situation (Ainsworth et al., 1978).

Nel pattern di attaccamento sicuro, osservato nel 60-65% della popolazione normale (Van Ijzendroorn & Kroonenberg, 1988), i bambini protestano nella fase di separazione e si calmano al momento della riunione con la figura di attaccamento.

Nel pattern insicuro-resistente, riguardante il 10-15% della popolazione normale (Van Ijzendroorn & Kroonenberg, 1988), i bambini resistono al conforto che viene offerto al momento della riunione e continuano a protestare. Infine nel pattern insicuro-evitante, osservato nel 20-25% della popolazione normale (Van Ijzendroorn & Kroonenberg, 1988), i bambini non protestano al momento della separazione ed evitano il contatto con la figura di attaccamento al momento del ricongiungimento.

Questi tre modalità di attaccamento sono la conseguenza del tipo di risposta che i bambini hanno ottenuto dalla figura di attaccamento nel corso del primo anno di vita: il pattern sicuro è la conseguenza di risposte pronte ed efficienti alle richieste di cura, qui il bambino esprime nel suo comportamento la memoria di una risposta pronta al suo pianto; il pattern evitante è correlato ad un invito all’autosufficienza emotiva rivolta dalla figura di attaccamento al bambino, che esprime dunque l’intenzione di non voler inutilmente infastidire il genitore con richieste di affetto; il pattern resistente deriva da risposte al pianto del bambino imprevedibili e incostanti, oscillanti tra l’avvicinamento e la disattenzione, il bambino manifesta nel comportamento l’imprevedibilità nel perdere e ottenere vicinanza, nella Strange Situation si mostra infatti inconsolabile.

In tutti e tre i casi i bambini mostrano bene che cosa si attendono dal genitore e organizzano il proprio comportamento sulla base di questa aspettativa (Ainsworth et al., 1978; Bretherton, 1985; Liotti, 1994; Meins, 1997).

Per quanto riguarda il comportamento di attaccamento non organizzato questo si manifesta con modalità che possono essere tra loro diverse, ma che comunque sono accomunate dalla presenza simultanea, o in rapida successione, di azioni tra lori incompatibili o dotate di finalità inconciliabili, ovvero dalla perdita di orientamento e finalità nella condotta (Main & Solomon, 1990).

Vengono classificati come attaccamento disorganizzato casi in cui, nella Strange Situation, i bambini mostrano di cercare la vicinanza della figura di attaccamento durante la separazione, per poi evitarla attivamente durante la riunione.

Sono considerati casi di attaccamento disorganizzato quelli in cui i bambini si muovono verso la figura di attaccamento con la testa girata in un’altra direzione, in modo da evitare lo sguardo, o quelli in cui la richiesta di vicinanza è

immediatamente seguita da chiare manifestazioni di paura, immobilità improvvisa o fuga (Liotti, 1999c, 2001; Lorenzini & Sassaroli, 1995).

Le indagini rivolte a definire gli antecedenti dell’attaccamento disorganizzato nel primo anno di vita, hanno identificato una forte correlazione tra l’esistenza di lutti o traumi irrisolti del genitore.

I primi a verificare questo rapporto sono stati Main e Hesse (1990), successivamente l’osservazione è stata replicata più volte da gruppi di ricerca indipendenti (Ainsworth & Echberg, 1991; Benoit, & Parker, 1994; Liotti & Pasquini, 2000; Lyons-Ruth, & Block, 1996).

Per spiegare l’associazione tra lutto o trauma irrisolto nei genitori e attaccamento disorganizzato, Main e Hesse (1990, 1992) hanno avanzato la seguente ipotesi. Il ricordo del trauma non risolto tende ad affiorare alla mente in modo compulsivo e imprevedibile, quando ciò avviene nella mente di un genitore che sta accudendo un figlio, si produrranno espressioni di paura nel volto e il bambino sarà spaventato nel notare tali espressioni (Fields & Fox, 1985).

Si viene dunque a creare nel piccolo un conflitto insolubile fra due motivazioni innate, il sistema dell’attaccamento, che lo obbliga a cercare la vicinanza protettiva del genitore ogni volta che si trova in pericolo, e il sistema difensivo più arcaico, che lo porta a fuggire o immobilizzarsi di fronte ad uno stimolo minaccioso (Main & Hesse, 1990, 1992).

Main e Hesse (1990, 1992) hanno chiamato frightened/frightening (spaventato e che incute paura) il genitore responsabile della disorganizzazione dell’attaccamento del bambino.

La teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969, 1988) sostiene che, l’esperienza fatta dal bambino durante le prime esperienze di attaccamento, viene racchiusa in particolari strutture (Amini, Lewis, Lannon & Louie,1996), chiamate Internal Working Models (Modelli Operativi Interni), che rappresentano un tipico esempio di traduzione della conoscenza implicita, in conoscenza esplicita semantica.

Queste rappresentazioni, costituite a partire da ripetute esperienze di attaccamento, contengono la rappresentazione di sé e del genitore nelle relazioni e attribuiscono valore e significato alle emozioni di attaccamento percepite in sé e nell’altro (Bowlby, 1973, 1988; Bretherton, 1985, 1990).

È grazie all’azione dei Modelli Operativi Interni che il comportamento di attaccamento, di per sé innato, si differenzia in funzione dell’esperienza e viene organizzato secondo i tre pattern, oppure risulta disorganizzato (Liotti, 2001). Nel pattern sicuro, il Modello Operativo Interno contiene una rappresentazione unitaria, coerente ed organizzata di sé e della figura di attaccamento, in cui le emozioni provate dal sé sono valutate positivamente perché validate da una figura di attaccamento disponibile ed affidabile.

Nel pattern evitante, le emozioni di vulnerabilità del sé sono viceversa rappresentate come una fonte di fastidio per la figura di attaccamento e quindi come qualcosa da evitare di esprimere. Nonostante la rappresentazione negativa delle emozioni di attaccamento, il Modello Operativo Interno conserva sufficienti caratteristiche di unità, coerenza organizzazione.

Il Modello Operativo Interno del pattern resistente permette una sufficiente coerenza rappresentativa: la figura di attaccamento è rappresentata come imprevedibile nelle sue risposte, mentre il sé è rappresentato, ancora unitariamente, come disposto a manifestare con particolare energia e continuità le proprie emozioni di attaccamento, in modo da controllare i movimenti (altrimenti imprevedibili) di allontanamento dell’altra persona.

Nel caso del pattern disorganizzato invece ogni relativa unità e coerenza è inesorabilmente e gravemente infranta (Liotti, 1992, 1995, 1999a, 1999b; Main, 1991).

Il bambino, a partire da una memoria implicita della figura di attaccamento che lo accoglie con espressione di paura, può costruire polarità rappresentative drammatiche del persecutore, del salvatore e della vittima (triangolo drammatico). In base a questo il piccolo potrà rappresentarsi come persecutore, in virtù delle espressioni impaurite della madre nell’avvicinarsi a lui; potrà anche rappresentarsi come vittima della madre, in quanto minacciosa e spaventante; infine potrà costruire una immagine di sé come salvatore, giustificata dal conforto che la madre, un momento prima terrorizzata, può trarre dal contatto con il bambino.

In breve, si può inferire che l’esperienza di essere accudito da un genitore frightened/frightening si riflette in una tendenza a costruire rappresentazioni di sé con l’altro che sono molteplici e reciprocamente incompatibili (Liotti, 1995, 1999a, 1999b, 2001; Main & Morgan, 1996).

Nel triangolo drammatico abbiamo dunque attribuzioni multiple e dissociate delle emozioni di attaccamento di sé e degli altri, nel corso dello sviluppo gli stereotipi rappresentativi del triangolo drammatico divengono simili a temi narrativi, intorno ai quali prendono forma le interpretazioni e le narrazioni autobiografiche, frammentate e dissociate. All’interno della propria narrazione le emozioni non potranno quindi essere descritte con sufficiente coerenza e chiarezza e potrà capitare di assistere a racconti di pazienti in cui le emozioni sono totalmente omesse.

La condizione interattiva che caratterizza l’attaccamento disorganizzato è caratterizzata da manifestazioni, espressioni del volto e posture che suggeriscono la presenza di alterazioni funzionali dell’attenzione e della coscienza, simili a quelle in uno stato di trance (Hesse & Van Ijzendoorn, 1999; Liotti, 2001; Main, 1995; Main & Hesse, 1992; Main & Morgan, 1996).

Lo stato di coscienza alterato rappresenta il correlato del fallimento delle operazioni di sintesi e organizzazione della coscienza, questa non è in grado di operare efficacemente sulla complessità e intensità emozionale delle memorie implicite dell’atteggiamento disorganizzato, è indicativo inoltre di difficoltà nello sviluppo ed esercizio della Teoria della Mente e delle funzioni metacognitive (Liotti, 2001).

Se si va a guardare una situazione di attaccamento sicuro nel primo anno di vita, questa è infatti correlata ad maggiore capacità di superare, fra i tre e i cinque anni, i compiti di falsa credenza, che dimostrano l’avvenuta costruzione, da parte dei bambini, di una Teoria della Mente (Meins, 1997). Dunque, i bambini con attaccamento sicuro mostrano, rispetto ai bambini con attaccamento insicuro e disorganizzato, una facilitazione delle funzioni metacognitive implicate nella distinzione fra apparenza e realtà (Flavell, Flavell & Green, 1983; Wimmer & Perner, 1983).

Anche i primi studi condotti il Manchester Child Attachment Story Task (Green, Stanley, Smith & Goldwyn, 2000) in bambini tra i 5 e gli 8 anni, sembrano andare in una maggiore capacità dei bambini sicuri di riconoscere la presenza simultanea di stimoli diversi, il possibile cambiamento dello stato emotivo nelle diverse situazioni, la diversità rappresentazionale, di distinguere l’apparenza dalla realtà, di mostrare maggiori capacità attentive e accesso ai propri sentimenti e pensieri. Adolescenti con attaccamento disorganizzato mostrano certamente una minore capacità di pensiero logico-formale rispetto a coetanei di eguale intelligenza, ma con storie di attaccamento sicuro o insicuro-resistente e insicuro-evitante, vengono inoltre considerati dagli insegnanti più portati ad “assentarsi mentalmente” (Liotti, 2001).

Fonagy (1999), in un interessante articolo, riporta i dati di una ricerca da lui condotta in cui rivela che, quando i padri e le madri ottengono punteggi elevati nella “scala della riflessione su sé stessi”, hanno una probabilità quattro volte maggiore di avere dei figli con attaccamento sicuro, rispetto a genitori con una limitata capacità riflessiva. Dunque la disponibilità di un genitore riflessivo aumenta la probabilità che nel bambino si sviluppi un attaccamento sicuro, il quale, a sua volta, favorisce lo sviluppo di una Teoria della Mente.

Come è già stato sottolineato metacognizione e Teoria della Mente sono centrali nel sistema mentale che regola l’espressione emotiva, di conseguenza l’attaccamento disorganizzato si mostra più importante della dimensione sicurezza-insicurezza nel permettere di prevedere risposte negative a traumi di separazioni e perdite (Adam, Keller & West, 1995).

In altre parole, sarebbe la disorganizzazione dell’attaccamento, assai più che la semplice insicurezza, a far prevedere risposte francamente patologiche ad eventi traumatici o di perdita.

Un attaccamento di tipo insicuro, ma soprattutto disorganizzato, porta con sé aspettative di rifiuto, intrusività, di conseguenza non proteggono dagli effetti psicologici legati al trauma, ma li amplificano.

L’attivazione di un Modello Operativo Interno disorganizzato comporta di per sé una esperienza dissociativa, tale modello infatti veicola rappresentazioni non integrate, contraddittorie di sé e dell’altro a cui si chiede cura.

Agli effetti dissociativi del trauma si vanno quindi a sommare la dissociazione nella rappresentazione di sé con l’altro derivante dalla disorganizzazione dell’attaccamento.

Tenendo presente che le famiglie dove si verifica più facilmente la disorganizzazione dell’attaccamento sono anche quelle dove è più alto il rischio di maltrattamenti e violenze (Carlson et al., 1989), si vede come due fattori di rischio per lo sviluppo del BPD, la disorganizzazione dell’attaccamento e l’esposizioni a traumi psicologici durante lo sviluppo successivo (ad esempio abuso sessuale), siano spesso interconnessi tra di loro.

A questo punto una serie di studi ipotizzano che il BPD non sia che una cronicizzazione del disturbo post traumatico da stress, verificatosi a causa di una grave trauma infantile (Adam et al., 1995; Herman & van der Kolk, 1987). I risultati in questo ambito non sono però uniformi, un’altra seri di studi (Gilmore & Cooper, 1985; Hudziak, Boffeli, Kriesman, Battaglia, Stanger & Guze, 1996; Koenigsberg, Kaplan, Zanarini, Frankerburg, Dubo, Nickel, Trika, Levin, et al., 1998), riportano dati in cui il disturbo post traumatico da stress si accompagna spesso in associazione con il BPD, ma non sempre e ipotizzano dunque un modello eziologico multifattoriale del disturbo di personalità (Paris, 1996; Zanarini & Frankenburg, 1997).

Liotti (1999c, 2001) dimostra dunque come la disorganizzazione dell’attaccamento possa aiutare a comprendere il nucleo della patologia borderline, infatti questa spiega la coesistenza di gravi difficoltà nella regolazione delle emozioni e di rappresentazioni non integrate e mutevoli di sé e degli altri. Le risposte emotive associate all’attivazione del Modello Operativo Interno dell’attaccamento disorganizzato si presentano con difficoltà all’elaborazione della conoscenza implicita in esplicita, queste sono infatti intense, drammatiche e contraddittorie e creano difficoltà ad una codifica semantica univoca, inoltre l’attaccamento disorganizzato porta con sé difficoltà nell’utilizzo di capacità metacognitive e della Teoria della Mente.

I pazienti borderline soffrono dunque di un continuo e drammatico caos della condotta e della esperienza emotiva, vivono un continuo susseguirsi di esperienze emotive intense e drammatiche tra loro disconnesse: collera, vuoto affettivo, noia, terrore di essere abbandonati, impulsi autolesivi.

Per cercare di evitare questa esperienza le soluzioni da intraprendere sono due, raggiungere una condizione di distacco emotivo (il senso di vuoto spesso reclamato da questi pazienti) o attivare modalità relazionali sostitutive, seduttivosessuali o competitive.

Nello sforzo di raggiungere un distacco emozionale che protegga dalla dolorosa esperienza di disorganizzazione è poi possibile che i pazienti imparino ad usare stimoli che li distraggano dal disperato bisogno di conforto, abusando di alcol e altre droghe, di cibo o impegnandosi in altri comportamenti rischiosi. La deficitaria capacità metacognitiva impedisce durante un tale processo di sviluppo abnorme, la riflessione critica sulla propria condotta e sui propri stati mentali (Liotti, 1999c).

Conferme empiriche, relative al ruolo dell’attaccamento disorganizzato nella genesi del BPD, le troviamo, come già sottolineato, nella correlazione tra attaccamento disorganizzato nel bambino e mancata elaborazione di lutti e traumi nel genitore.

Pazienti con BPD hanno infatti maggiori probabilità di altri di essere figli di genitori con lutti o traumi non elaborati nel periodo in cui si sviluppa il primo pattern di attaccamento (Liotti & Pasquini, 2000). Non è certamente solo il lutto non elaborato della figura di attaccamento a poter influenzare negativamente la capacità del bambino di organizzare la sua conoscenza di sé con l’altro e pervenire ad una sufficiente regolazione delle emozioni, traumi non elaborati, appartenenti ad un lontano passato, possono avere una influenza patogena analoga, così come traumi non elaborati nelle generazioni precedenti a quella del genitore (Liotti, 2001).

Questo dimostrerebbe dunque la tendenza dei pattern di attaccamento a riprodursi da una generazione all’altra (Benoit & Parker, 1994).

È interessante notare che la relazione tra esperienze di lutto non risolte nei genitori e rischio di sviluppi psicopatologici nei figli, sono state trovate non solo per il BPD, ma anche per i disturbi dissociativi, disturbi della condotta alimentare, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo agorofobico e depressione (Liotti, 2001). L’attaccamento disorganizzato sembra dunque svolgere il ruolo di fattore di rischio soggiacente ad un continuum psicopatologico.

Di tale continuum farebbero parte condizioni altamente identificabili, come il BPD e i disturbi dissociativi, ma anche condizioni diverse, in cui la disorganizzazione e l’esperienza dissociativa, sono inglobate in quadri sintomatologici che le rendono meno percepibili agli occhi del clinico che non le cerca attivamente.

Nonostante l’attaccamento disorganizzato si presenti come nucleare della patologia borderline, ciò non vuol dire che sia l’unico fattore di rischio.

Diversi fattori possono convergere con gli effetti di questo pattern di attaccamento, verosimilmente nessuno di essi, da solo, si mostrerà sufficiente a produrre la patologia, che, come la maggior parte dei disturbi, ha origine multifattoriale, o biopsicosociale.

Esperienze traumatiche, successive ad un attaccamento disorganizzato precoce, contribuiscono certamente ad indirizzare lo sviluppo della personalità verso la condizione borderline (American Psychiatric Association, 2001; Fonagy, 1999). Tratti di personalità determinati da variabili genetiche e costituzionali, ad esempio l’impulsività e la particolare reattività del sistema neuro-vegetativo agli stimoli emozionali, sono probabilmente importanti fattori aggiuntivi di rischio (Linehan, 1993a, 1993b; Paris, 1996).

Anomalie neuropsicologiche congenite o acquisite potrebbero sommarsi agli effetti di un attaccamento disorganizzato e a quello dei traumi nella patogenesi del BPD (Skodol, Siever, Livesley, Gunderson, Pfohl & Widiger, 2002b).

Dati sul ruolo dei fattori genetici confermano il loro ruolo nella genesi del disturbo, ad esempio, in uno studio sui gemelli, il tasso di concordanza per il BPD era del 35% per i monozigoti e del 7% per i dizigoti (Torgersen, Lygren, Oien, Skre, Onstad, Edvardsen et al., 2002).

Analisi multivariate sui tratti dei disturbi di personalità hanno identificato quattro fattori fondamentali: mancata regolazione delle emozioni, instabilità delle funzioni cognitive, instabilità del senso del sé e instabilità delle relazioni interpersonali; tutti e quattro sono determinanti nel BPD e la loro ereditarietà è stimata al 47% (Livesley, Jang & Vernon, 1998; Skodol, Gunderson, Pfhol, Widiger, Livesley & Siever, 2002a; Skodol et al., 2002b).

Anche il sesso sembra avere un ruolo importante nella eziologia del disturbo, alcune ricerche hanno riscontrato una sostanziale differenza tra pazienti maschi e femmine a livello del sistema serotoninergico (Leyton, Okazawa, Diksic, Paris, Rosa, Mzengeza, et al., 2001; Soloff, Kelly, Strotmeyer, Malone & Mann, 2003).

Studi hanno inoltre riportato una disfunzione nella regione frontale libica, in particolare nel cingolato anteriore, nella corteccia prefrontale dorsolaterale e orbitofrontale, nell’ippocampo e nell’amigdala (Caviglia et al., 2007). A conferma di questo, rilevamenti fatti attraverso la tomografia assiale ad emissione di positroni, hanno sottolineato una alterazione nel metabolismo della regione prefrontale, incluso la corteccia del cingolato anteriore (De la Fuente, Goldman, Stanus, Vizuete, Morlàn, Bobes, et al., 1997; Juengling, Schmahl, Hesslinger, Ebert, Bremner, Gostomzyk, et al., 2003; Soloff, Meltzer, Becker, Greer, Kelly & Constantine, 2003). Si nota infine un fallimento nell’attivazione stessa del cingolato di fronte a stimoli emotivi e stressanti (Schmahl, Elziga, Vermetten, Sanislow, McGlashan & Bremer, 2003; Schmahl, Vermetten, Elziga & Bremer, 2004).

Queste aree del cervello sono associate al neurotrasmetittore della serotonina, implicata nell’impulsività e aggressività (Soloff, Meltzer, Greer, Constantine & Kelly, 2000). La corteccia del cingolato anteriore può essere così vista come la regione del cervello che media il controllo dell’affettività, disfunzioni in questa area si accompagnano a una mancata regolazione dell’affettività, che riveste un ruolo molto importante nel disturbo.

Alcuni studi rilevano inoltre una riduzione del volume dell’ippocampo e dell’amigdala in pazienti con BPD (Driessen, Hermann, Stahl, Zwann, Meier, Hill, et al., 2000; Schmahl, Vermetten, Elziga & Douglas, 2003; Tebartz van Elst, Hesslinger, Thiel, Haegele, Lemieux, Lieb, et al., 2003). Questi risultati, in particolare la riduzione del volume dell’ippocampo, sono in accordo con molti studi relativi al disturbo post traumatico da stress, anche se qui non si trova una riduzione del volume dell’amigdala, che differenzia quindi questo disturbo dal BPD.

In relazione ad un coinvolgimento di queste regioni del cervello occorre prestare attenzione al sistema del cortisolo (Caviglia et al., 2007).

Rinne, de Kloet, Wouters, Goekoop, DeRijk e van den Brink (2002), notano un aumento della responsività dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene nei pazienti con BPD e una storia di abuso giovanile, supportando l’ipotesi di una relazione tra trauma precoce e incremento della funzione dell’asse nell’età adulta.

Infine un marker biologico trovato per il BPD è il potenziale acustico anomalo di P300 (Caviglia et al., 2007), tale caratteristica può essere messa in relazione con l’aggressività e l’impulsività.

Oltre ai fattori biologici, stili abnormi di comunicazione familiare, non implicanti direttamente le interazioni di attaccamento, hanno probabilmente anch’essi un ruolo nella genesi del disturbo.

È inoltre assolutamente necessario considerare il ruolo dei fattori protettivi, che possono, nel corso dello sviluppo, neutralizzare l’influenza di precedenti fattori di rischio. Esperienze successive di attaccamento sicuro, che correggano le precedenti esperienze di disorganizzazione, sono certamente un fattore importante di protezione (Liotti, 1999c).

 

 

 

 

 

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