Cyberbullismo: Definizione

Ryan: ‹ Ryan subiva atti di bullismo molto frequentemente a scuola, imparò per questo a difendersi dagli attacchi fisici prendendo lezioni di kickboxing. Ma gli attacchi da fisici divennero on-line, non c’era modo di combatterli, e nessun riparo. Giorno e notte, riceveva e-mail e messaggi dai compagni di classe che lo ridicolizzavano e lo chiamavano “perdente”. I messaggi deridenti aumentarono con maggior veemenza quando una ragazza si fece avanti con lui tramite Internet, rivelando poi che fosse solo per scherzo. Poche settimane dopo, nell’ottobre del 2001, Ryan si suicidò nel bagno di casa. Aveva solo 13 anni. ›.

Quella attuale è a tutti gli effetti la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l’essere connessi rappresenta un dato di fatto, un’ esperienza connaturata nella quotidianità (Raskauskas e Stoltz, 2007). Recenti statistiche statunitensi indicano infatti come l’87.0% degli adolescenti fra i 12 e 17 anni utilizza i nuovi mezzi telematici, Internet e telefoni cellulari (Lenhart et al., 2005). I dati stilati in Gran Bretagna dal Mobile Life Report (2006) mostrano come il 51.0% dei soggetti di 10 anni e il 91.0% di quelli di 12 anni possiedono un telefono cellulare. Per quanto riguarda invece la situazione italiana, l’Istat (2010) ha confermato una crescita e diffusione di apparecchi elettronici nelle famiglie con minorenni; il 52.4% (il 5.0% in più rispetto al 2009) di famiglie italiane possiede infatti un accesso Internet, la percentuale cresce al 74.7% se nelle famiglie è presente un minorenne, è importante anche sottolineare come l’89.0% dei soggetti che utilizza Internet si attesta tra gli 11 e i 19 anni. Secondo i dati raccolti da Eurispes e Telefono Azzurro (2010) il 97.7% dei soggetti intervistati tra i 7 e i 19 anni possiede un telefono cellulare, inoltre 9 adolescenti su 10 utilizzano Internet e il 71.7% possiede un profilo facebook. Da questi dati emerge quindi come la possibilità di essere sempre anche “altrove”, in realtà ed universi paralleli, definisce quindi un nuovo contesto di analisi (Genta, 2009).

Il termine cyberbullying, tradotto in italiano con il termine cyberbullismo o bullismo elettronico/digitale, è stato coniato in ambito internazionale solo a partire da questi ultimi anni e per tale ragione, gli studi che si sono occupati di indagare questo nuovo fenomeno sono recentissimi. Il termine cyberbullying è stato coniato dall’educatore canadese Bill Belsey (2004) secondo cui: ‹ Il cyberbullismo implica l’uso di informazioni e comunicazioni tecnologiche a sostegno di un comportamento intenzionalmente ripetitivo ed ostile di un individuo o un gruppo di individui che intende danneggiare uno o più soggetti ›. Altri autori si sono interessati alla definizione del fenomeno, come Smith e colleghi (Smith et al., 2008) ed hanno definito il cyberbullismo come: ‹ Un atto intenzionale ed aggressivo portato avanti da un individuo o un gruppo di individui, usando mezzi di comunicazione elettronici, in modo ripetitivo e duraturo nel tempo contro una vittima che non può facilmente difendersi›. Patchin e Hinduja (2006) definiscono invece il fenomeno come: ‹ Un danno intenzionalmente e ripetitivamente inflitto attraverso l’uso di testi elettronici ›. Willard (2004) invece definisce il cyberbullismo come: ‹ L’atto di inviare o spedire messaggi o immagini crudeli o dannose usando Internet o altri strumenti di comunicazione digitale ›; secondo l’autore inoltre vi sono otto specifiche categorie di comportamento che caratterizzano il cyberbullismo: il flaming, inviare messaggi volgari e aggressivi ad una persona in un gruppo on-line, o via e-mail o tramite massaggio; l’ on-line harassment, inviare messaggi offensivi per e-mail o messaggio ad un’altra persona in maniera ripetitiva; il cyberstalking, persecuzione attraverso l’invio ripetitivo di minacce; la denigration, pubblicare pettegolezzi o dicerie sula vittima con lo scopo di danneggiare la reputazione o i rapporti sociali; il masquerade, fingersi un’altra persona creando danni alla reputazione della vittima; l’ outing, rivelare informazioni personali e riservate riguardanti una persona; l’ exlusion, escludere intenzionalmente una persona da un gruppo online; e il trickery, ingannare o frodare intenzionalmente una persona. Tutte queste tipologie di comportamento rintracciate da Willard, sono state raggruppate, in un recente studio di Nocentini e colleghi (2010), in 4 principali tipologie di comportamento in base a delle comuni caratteristiche: la tipologia di
comportamento scritto-verbale, comportamenti messi in atto tramite
telefoni cellulare, messaggi scritti, e-mail, messaggi istantanei, chat, blog, website; la tipologia visiva, inviare o diffondere video o foto
compromettenti attraverso telefoni cellulari o Internet; l’esclusione,
escludere intenzionalmente qualcuno da un gruppo on-line; e come ultima
tipologia di comportamento l’impersonificazione, prendere o rivelare
informazioni personali, usando un diverso nome ed account. Lo studio
condotto dagli autori ha però mostrato come queste tipologie di
comportamento non siano tutte percepite come appartenenti al costrutto di cyberbullismo, in particolare il problema si è posto per la tipologia della
impersonificazione. Altri autori attribuiscono invece diverse caratteristiche e significati a questo fenomeno proponendo ad esempio, di utilizzare il termine bullismo elettronico solo in caso di episodi di aggressione ripetuti nel tempo e con uno sbilanciamento di potere, ritenendo invece più adatto nel caso in cui le offese risultano isolate e non ripetute nel tempo il termine on-line harassment (Wolak et al., 2006), al contrario Dehue e colleghi (2008) utilizzano il termine bullismo elettronico in riferimento ad episodi isolati di aggressione o ad episodi in cui non è presente né chiara
l’intenzionalità e lo squilibrio di potere. Alcuni autori, come Willard
includono poi il cyberstalking, tra i casi di bullismo elettronico altri invece
ne fanno una categoria a parte, insieme alle minacce di morte, nella cui forma il cyberbullismo può evolversi (Li, 2006). Altri autori concordano invece nel distinguere il bullismo elettronico da altre forme di aggressione elettronica come il cyber-teasing, dispetti elettronici in cui lo scopo non è ferire l’altro e non si verifica nè la ripetizione nè lo sbilanciamento di potere e il cyber-arguing, litigi elettronici che hanno lo scopo di ferire l’altro, ma non vi è sbilanciamento di potere e nemmeno intenzionalità (Vandebosch e van Cleemput, 2008). Infine un numeroso gruppo di ricercatori ha proposto di distinguere tra bullismo elettronico occasionale, in cui vi sono rari episodi di aggressione e bullismo elettronico grave, in cui invece gli episodi sono frequenti (Ortega et al., 2008; Slonje e Smith, 2008). Questa ultima distinzione è molto usata in letteratura e applicata negli studi, anche se ancora non è stato raggiunto un pieno accordo su quanti episodi siano necessari per poter definire un soggetto come una vittima di bullismo elettronico occasionale o grave (Guarini, 2009).

Si può perciò affermare che le ricerche portate avanti in questi anni, non
sono ancora arrivate a concepire una comune definizione del fenomeno,
questo ha perciò portato alla nascita di differenti definizioni ed articolazioni del cyberbullismo (Wolak et al., 2007). È necessario anche sottolineare che queste definizioni, sono divenute allo stesso tempo comunemente accettate e citate regolarmente nelle nuove pubblicazioni (Nocentini et al., 2010).

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