Caratteristiche del Cyberbullismo

La letteratura sul cyberbullismo, e quindi gli studi e le ricerche nate in questi ultimi anni hanno permesso di identificare alcune caratteristiche peculiari che distinguono il cyberbullismo dalle altre forme di bullismo tradizionale. Recentemente, queste caratteristiche sono divenute oggetto di controversia fra esperti e ricercatori, infatti appare ancora poco chiaro se questi criteri siano applicabili al concetto di cyberbullismo. Inoltre accanto ai criteri tradizionali che definiscono il fenomeno si sono aggiunti alla spiegazione del cyberbullismo nuove caratteristiche (Nocentini et al., 2010).
I criteri sono:

intenzionalità;

  1. ripetitività;
  2. squilibrio di potere;

due criteri che sono stati aggiunti e che caratterizzano in maniera specifica il fenomeno sono:

  1. anonimato;
  2. diffusione pubblica delle informazioni (Slonje e Smith, 2008).

Gli atti aggressivi, inclusi quelli verbali, possono avere quindi un intento dannoso, ma se nel bullismo tradizionale è relativamente immediato leggere l’intenzionalità nelle azioni del bullo, nel cyberbullismo questo aspetto risulta meno chiaro e immediato. È divenuto perciò importante poter valutare l’intenzionalità e quindi la conseguente consapevolezza della gravità legata alle azioni che il cyberbullo mette in atto (Nicoletti e Gallingani, 2008). Risulta infatti interessate e importante poter valutare se effettivamente il perpetratore si renda conto di quello che sta facendo e della conseguente gravità legata alle sue azioni. Un aspetto che differenzia il cyberbullismo dal bullismo tradizionale, risiede infatti proprio nell’assenza di un feedback espressivo, che invece è presente in una interazione faccia a faccia, perciò l’assenza di segnali visivi combinata con la comunicazione scritta possono alterare e rendere meno consapevole ciò che si fa (Nicoletti e Gallingani, 2009), ed è anche per questo motivo che la natura indiretta del cyberbullismo rende difficile poter valutare l’intenzionalità o la natura reattiva dell’attacco (Menesini e Nocentini, 2009).

Alla luce delle caratteristiche della comunicazione virtuale è necessario riconsiderare anche il criterio della ripetizione; difatti una sola informazione (messaggi, video, foto) divulgata a molte persone attraverso Internet o telefoni cellulari, può arrecare danno alla vittima indipendentemente dalla sua ripetizione, potendo non solo essere vista e trasmessa da molte persone in tempi diversi ma inoltre la dimensione temporale dell’offesa nel caso del cyberbullismo si dilata ipoteticamente all’infinito, questo perché le informazioni rimangono disponibili ai soggetti per lungo tempo a prescindere dalle azioni che attivamente il cyberbullo può fare. In senso stretto, nel cyberbullismo non è quindi necessario che l’atto offensivo venga ripetuto nel tempo dalla stessa persona, per poter definire il fenomeno e identificarlo come tale. Infatti alcuni autori come Kowalski e colleghi (2008) per questo motivo non ritengono che la ripetizione possa essere una caratteristica necessaria per poter definire un’azione un atto di bullismo elettronico. Oltre alla dimensione temporale si modifica anche quella contestuale, infatti gli attacchi non si limitano più esclusivamente al contesto scolastico, ma la vittima in questa situazione può continuare a ricevere messaggi o e-mail dovunque si trovi, e questo rende molto più difficile, alle volte impossibile, sfuggire da questi attacchi (Tokunaga, 2010).

Come nel bullismo tradizione anche nel bullismo elettronico viene evidenziata una differenza di potere fra il perpetratore e la vittima, ma mentre nel bullismo tradizionale il potere è associato a caratteristiche fisiche o sociali, come ad esempio la popolarità, nel cyberbullismo il potere è associato ad altri aspetti. Patchin e Hinduja (2006) parlano di differenze relative alle conoscenze informatiche, questo potere può esprimersi in molti modi come il controllo degli argomenti di discussione nei vari forum, azioni violente, pubblicazione di messaggi infamatori od esclusione di qualcuno da un sito (Shariff e Gouin, 2006). Per altri autori come Rauskauskas e Stolz (2007) invece lo squilibrio di potere in questo fenomeno va inteso come l’impossibilità o la difficoltà per la vittima di fermare determinati atti di bullismo, ma anche la possibilità di nascondere o alterare la propria identità (Slonje, Smith, 2008). Nel bullismo elettronico quindi ci sono altre caratteristiche che permettono di dare potere al bullo e di creare uno squilibrio (Ferdon, Feldman, 2007). Queste caratteristiche di potere fanno si che gli atti di bullismo elettronico possano essere perpetrati anche da chi nella vita reale si sente meno forte od è costretto a subire aggressioni (Brighi, 2009). In relazione a questi primi 3 criteri (intenzionalità, ripetizione e squilibrio di potere), lo studio di Nocenti e colleghi (2010), mostra come secondo gli adolescenti i criteri che permettono di etichettare meglio il fenomeno, sono riferiti all’intenzionalità e alla ripetizione, mentre lo squilibrio di potere non è considerato un criterio necessario per definire un episodio un atto di cyberbullismo.

Un altro aspetto importante relativo al cyberbullismo è quello della comunicazione, da quello che fino ad ora si è potuto vedere i criteri che accomunano bullismo tradizionale e cyberbullismo seppur uguali differiscono nella loro sostanza, ovvero nel modo di manifestarsi. Questo aspetto è relativo anche alla comunicazione, infatti nel bullismo tradizionale questa si esplica con una modalità faccia a faccia, per questo il bullismo viene anche chiamato bullismo faccia a faccia, mentre nel cyberbullismo la comunicazione è solitamente scritta (SMS, MMS, e-mail), e trasmessa in un’unica direzione dall’aggressore alla vittima. In definitiva i partecipanti sono fisicamente separati e la comunicazione può essere e solitamente è asincrona, le persone infatti non interagiscono tra loro in un tempo reale.

Questo vuole anche dire che l’aggressore non sempre riceve comunicazioni da parte dalla vittima che potrebbero fargli attenuare o modificare i suoi comportamenti aggressivi, e anche che molte vittime si sentono impotenti perché non possono identificare e quindi rispondere adeguatamente al loro aggressore (Kowalski et al., 2008).

La difficoltà di identificazione del possibile aggressore, che quindi lo rende anonimo agli occhi della vittima, è una caratteristica peculiare e fondamentale in questo fenomeno che permette di distinguerlo dagli altri fenomeni di aggressione e dal bullismo tradizionale (Kowalski et al., 2008). L’anonimato è entrato a far parte di molte modalità di comunicazione elettronica, non solo promuove una certa disinibizione, ma riduce anche la responsabilità sociale, rendendo più semplice per i cyberbulli l’adozione di comportamenti ostili ed aggressivi (Herring, 2001), inoltre può promuove un sentimento di sicurezza facendo decrescere la paura di essere scoperto (Erdur-Baker, 2009). Come mostra la ricerca di Li (2007), infatti, un’ alta percentuale di cybervittime non conosce l’identità del suo aggressore (40.0%), questa percentuale in altri studi risulta ancora più elevata, 50.0% (Kowalski e Limber, 2007) arrivando in alcuni casi anche al 57.0% (Wolak et al., 2007). La percentuale cresce ulteriormente se si prendono in considerazione le aggressioni che avvengono solo tramite Internet, come si dimostra nello studio di Yabarra e Mitchell (2004), nel quale emerge come il 69.0% delle vittime non conosce il suo aggressore nella vita reale, ma solo in quella virtuale. In una ricerca italiana (Mura et al., 2009), emerge come il 50.0% del campione conosca il suo aggressore, il 20.0% solo la sua identità e il 30.0% del campione non lo conosca affatto. Se invece si guardano le aggressioni elettroniche agite attraverso i cellulari allora le percentuali diminuiscono, come mostra Smith e colleghi (2008) le percentuali di anonimato sono più basse 22.0%, spesso il bullo è un compagno di classe 20.7% od un coetaneo di un’altra classe parallela 28.0%. Questi dati sono confermati anche dallo studio di Slonje e Smith (2008) in cui la percentuale di anonimato risulta del 32.8%. Anche dai dati italiani raccolti dal Progetto europeo DAPHNE II (2008) nelle aggressioni che avvengono attraverso l’utilizzo del cellulare, le percentuali di anonimato sono più basse 28.9%, se invece le aggressioni vengono agite con l’utilizzo di Internet, le percentuali di anonimato sono molto più elevate 46.5%. Questi dati confermano come l’ambiente virtuale sia un luogo in cui i giovani sono meno portati ad inibire le loro emozioni, incluse quindi anche quelle negative (Erdur-Baker, 2009). Come sottolineano Yabarra e Mitchell (2004) quindi, l’anonimato di Internet permette di adottare un comportamento più aggressivo rispetto a quello che i soggetti potrebbero esprimere nella vita reale, non virtuale. Inoltre alcune persone potrebbero nascondersi dietro un falso nome, e/o usare il nome di qualcun altro, l’ambiente elettronico può essere un mondo attraente per i bulli (Kowalski e Limber, 2007), e allo stesso tempo un ambiente sicuro per la vittima per
cercare vendetta (King et al., 2007).

Nel bullismo elettronico la responsabilità può essere condivisa anche da
chi visiona un video, un’immagine e decide di inoltrarla ad altri, anche il
gruppo acquisisce quindi un ruolo, un’ importanza e responsabilità diversa
nel cyberbullismo (Brighi, 2009). L’altro criterio che infatti caratterizza in
maniera particolare questo fenomeno, e lo differenzia dagli altri, è collegato alla diffusione pubblica delle informazioni. Infatti a differenza del bullismo tradizionale in cui l’interazione è faccia a faccia tra il bullo e la vittima, e vi è una diffusione privata di informazioni o comunque ristretta ad un certo gruppo di persone, che si posso identificare nel bullo, nei suoi gregari, (eventuali aiutanti del bullo) e negli spettatori, nel cyberbullismo l’ampiezza del campione può raggiungere, un pubblico particolarmente ampio. Difatti quando qualcuno scarica od aggiunge video o immagini di una persona su Internet con l’intento di denigrarla, il pubblico che potrebbe vedere questo video o immagine è molto più ampio (Slonje, Smith, 2008) la possibilità di diffondere pubblicamente informazioni, coinvolge perciò un vasto pubblico. La recente ricerca di Li (2006) ha focalizzato l’attenzione sulla compartecipazione agli atti aggressivi in rete, rilevando la responsabilità del gruppo nell’attuazione di azioni di cyberbullismo, è perciò importante sottolineare come vi sia una uguale responsabilità tra il cyberbullo e il pubblico che non solo visiona, ma diffonde ulteriormente le informazioni denigranti. Secondo un recente studio di Slonje e Smith (2008) gli atti di cyberbullismo che coinvolgono un vasto pubblico sono fra i più gravi tipi di aggressione. Inoltre il problema della diffusione pubblica di informazioni non è solo legato alla sua distribuzione ma, anche alla velocità con cui questa avviene.

L’interazione che quindi si sviluppa nella realtà virtuale può avere sicuramente effetti anche nella realtà di tutti i giorni al di fuori di quella elettronica (Kowalski e Limber, 2007). Riprendendo lo studio di Nocentini e colleghi (2010), in riferimento a questi due nuovi criteri di definizione (anonimato e diffusione pubblica delle informazioni), dallo studio appare come questi non siano ritenuti necessari per definire un’azione come cyberbullismo, ma sono importanti per connotare il contesto, e quindi la gravità e la natura dell’attacco, la relazione fra vittima ed aggressore e la reazione della vittima.

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